DAL SITO REPUBBLICA.IT
Si è concluso con sette fermi e tre ricercati l'operazione coordinata dalla Dda di Napoli, scattata all'alba di oggi nei confronti di presunti affiliati o fiancheggiatori della fazione del clan dei casalesi, ritenuta formata da scissionisti della fazione capeggiata da Francesco Bidognetti, detto "Cicciotte e mezzanotte", e attualmente guidata dal superlatitante Giuseppe Setola.
Quest'ultimo, tra i destinatari delle dieci ordinanze di custodia cautelare emesse dal tribunale di Napoli su richiesta della Dda partenopea, è riuscito ancora una volta a sfuggire alla cattura insieme con altri due affiliati alla cosca. Setola, ricercato dall'aprile scorso, da quando riuscì a fuggire da una clinica di Pavia grazie a un permesso concesso dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere per curare una grave patologia agli occhi, è accusato, tra l'altro, di strage con finalità terroristiche perché avrebbe guidato il gruppo di fuoco che lo scorso 18 settembre uccise a Castelvolturno sei extracomunitari di origine africana.
Gli arrestati sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso, favoreggiamento ed estorsioni, detenzione e porto abusivo di armi e munizioni e strage. Tra questi c'è anche Bernardino Terracciano, 53 anni, di Villa Literno (Caserta), che ha recitato nel film Gomorra di Matteo Garrone, tratto dal best seller di Roberto Saviano: interpretava il ruolo di un estorsore, Zi' Bernardino. Bloccata dai militari anche Antonietta Pellegrino, 26 anni, con precedenti, residente a Giugliano (Napoli), appartenente a una famiglia ritenuta legata al clan dei casalesi e accusata di favoreggiamento per avere coperto la latitanza di alcuni esponenti di spicco dell'organizzazione camorristica.
Con l'accusa di favoreggiamento ma anche di associazione per delinquere è stato arrestato, sempre dai carabinieri, Nicola Gagliardini, di 35 anni, di Lusciano. Nel corso dell'operazione, effettuata nel Casertano e nel Napoletano, sono state anche effettuate numerose perquisizioni in abitazioni di pregiudicati, affiliati e fiancheggiatori della cosca. Nell'abitazione di uno degli arrestati, Giulio Iacolare, 43 anni, i carabinieri di Castello di Cisterna hanno trovato due pistole di grosso calibro, perfettamente funzionanti.
Alla base dell'operazione ci sono le dichiarazioni di Oreste Spagnuolo, uno dei sicari della strage di Castelvolturno, arrestato il 30 settembre scorso insieme con altri due latitanti, Alessandro Cirillo e Giovanni Letizia, ritenuti tra i componenti del gruppo di fuoco capeggiato da Setola autore di diversi fatti di sangue registrati tra Castelvolturno e l'agro aversano dallo scorso maggio. Con Cirillo, in particolare, è anche accusato del massacro degli extracomunitari. Spagnuolo ha cominciato a collaborare con gli investigatori qualche giorno dopo il suo arresto e i suoi familiari sono già al sicuro in una località segreta.
Ora Matteo Garrone, che fa l'esperto di criminalità organizzata, dovrebbe spiegare perché ha scelto camorristi e spacciatori per il suo film neo-realistico, dal momento che questo è il terzo attore arrestato nel giro di qualche mese. Perché così fa più figo? E non appare una "mitizzazione" della camorra aver fatto recitare malavitosi veri e propri in una pellicola che esalta la potenza dei clan? Non è questo, per caso, un evidente scivolone per chi si professa esperto di antimafia? Non è vergognoso che abbiano offerto la possibilità a questi camorristi di vedersi sul grande schermo?
sabato 11 ottobre 2008
lunedì 29 settembre 2008
Due pesi e due misure... Casalese ci sarai tu...

Abbiamo deciso di aprire questo blog sull'onda di quello del giornalista Simone Di Meo, che è stato improvvisamente chiuso, senza alcun tipo di spiegazione, per avviare un confronto sereno e civile attorno al fenomeno Gomorra.
Partiremmo, subito, da un concetto molto pratico: leggete quanto scrive Roberto Saviano sul numero de "L'Espresso", in edicola
Questo giornale due settimane fa ha dedicato la sua copertina alle dichiarazioni di un pentito secondo il quale l'attuale sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino sarebbe stato organicamente coinvolto nel business dei rifiuti gestiti dalla camorra casalese. E cosa succede? Il clima cittadino sembra non turbarsi. Caserta città assorbe ogni cosa. Pigra, orgogliosa nel sentirsi periferia di Roma, lontana da Napoli. Le pagine degli scrittori Antonio Pascale e Francesco Piccolo su questa sorta di laboratorio delle peggiori contraddizioni e corruzioni sono esaustive più d'ogni inchiesta. In genere, quando si svelano i meccanismi della corruzione, la prateria prende fuoco da questa scintilla. Ma qui, oltre i titoli sui soliti giornali locali e alle relative pagine di rito, non ne è scaturita nessuna discussione, nessun dibattito, nessun allarme. La reazione da queste parti è invece stata 'e allora?' oppure 'ma che ti stupisci: non sai che le cose funzionano così?'. Persino il ceto dei professionisti, degli intellettuali, degli imprenditori, in breve quella borghesia che in Campania si è sempre vista come la parte nobile, appare incapace di protestare. Possibile che persino loro abbiano barattato il loro voto e il loro silenzio per una manciata di soldi come la plebe famelica e feroce dalla quale da sempre si sentono tanto diversi ed estranei? No, evidentemente non è così. E allora perché non esigono, una volta per tutte, di essere rappresentati da persone limpide e capaci, perché non chiedono di poter partecipare al mercato e allo sviluppo della loro terra in condizioni non irrimediabilmente compromesse dall'interferenza criminale che non produce altro che marcescenza e stallo? A Caserta come a Napoli, ci si sarebbe aspettati un vento di tempesta che gonfiasse onde di sdegno. Invece nulla: una grande bonaccia delle Antille, micidiale perché stringe tutto in un'immobilità letale, rassegnata, asfissiante. Anime morte prima ancora che corpi. Avvocati, professori, ingegneri, medici, architetti, industriali, che hanno convissuto con la marea di rifiuti per mesi, rinunciando ai loro diritti minimi di cittadini dell'Europa, non provano un senso di nausea alle notizie sul ruolo di un uomo di governo nella desertificazione tossica di un territorio. La classe politica che loro hanno espresso invece volta lo sguardo altrove e tira a campare, delegando la gestione della regione a una pattuglia di personaggi sempre più invischiati nelle indagini della magistratura per ogni genere di reato, inclusi i patti con i camorristi d'ogni clan. Nessuno reagisce a nulla, nemmeno davanti agli imprenditori uccisi a catena, ai negozianti ogni settimana abbattuti per avere peccato contro la legge dei casalesi. Nessuno chiede un riscatto a Caserta, a Napoli e nemmeno a Roma.
Alcune rapide considerazioni, visto che di più approfondite non è possibile farne pena la scomunica dall'olimpo degli eroi antimafia:
a) Il solo fatto che la notizia sia uscita sull'Espresso, significa che sia vera? Scusa, Saviano, e se sai che è vera, perché non l'hai scritta in Gomorra?
b) Perché il clima cittadino dovrebbe turbarsi? Per permetterti di vendere altre copie del libro?
c) Sai che cosa significa "garantismo"? Sai che cosa significa la frase: tutti sono innocenti, fino a prova contraria e fino alla sentenza di Cassazione? Qui si sta parlando di una indagine allo stato embrionale, non di una condanna di primo grado...
d) Perché, al prossimo intervento in un teatro stracolmo di gente, non dici che l'Espresso ha favorito la camorra di Caserta, dal momento che l'inchiesta è stata azzoppata e che, se Cosentino è colpevole, non sarà più possibile dimostrarlo?
e) Perché non ritieni "normale" che la gente abbia guardato con sufficienza a questa notizia? Con tutti i problemi che ci sono (soldi che mancano, fitti alle stelle, disoccupazione) dovevamo preoccuparci di una presunta verità (o anche di una probabile bugia) solo per permetterti di poter andare in tv a dire qualche altra cazzata?
f) Che c'entrano gli omicidi con l'indagine su Cosentino? Si parla di business, non di bare... ci sembra...
g) Perché non hai preso le distanze dall'Espresso, che ha vanificato il duro lavoro di uomini delle forze dell'ordine per uno scoop sensazionale, ma privo di riscontri pratici? Ora l'inchiesta è morta, però la gente doveva fare casino lo stesso... E a quale scopo?
Partiremmo, subito, da un concetto molto pratico: leggete quanto scrive Roberto Saviano sul numero de "L'Espresso", in edicola
Questo giornale due settimane fa ha dedicato la sua copertina alle dichiarazioni di un pentito secondo il quale l'attuale sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino sarebbe stato organicamente coinvolto nel business dei rifiuti gestiti dalla camorra casalese. E cosa succede? Il clima cittadino sembra non turbarsi. Caserta città assorbe ogni cosa. Pigra, orgogliosa nel sentirsi periferia di Roma, lontana da Napoli. Le pagine degli scrittori Antonio Pascale e Francesco Piccolo su questa sorta di laboratorio delle peggiori contraddizioni e corruzioni sono esaustive più d'ogni inchiesta. In genere, quando si svelano i meccanismi della corruzione, la prateria prende fuoco da questa scintilla. Ma qui, oltre i titoli sui soliti giornali locali e alle relative pagine di rito, non ne è scaturita nessuna discussione, nessun dibattito, nessun allarme. La reazione da queste parti è invece stata 'e allora?' oppure 'ma che ti stupisci: non sai che le cose funzionano così?'. Persino il ceto dei professionisti, degli intellettuali, degli imprenditori, in breve quella borghesia che in Campania si è sempre vista come la parte nobile, appare incapace di protestare. Possibile che persino loro abbiano barattato il loro voto e il loro silenzio per una manciata di soldi come la plebe famelica e feroce dalla quale da sempre si sentono tanto diversi ed estranei? No, evidentemente non è così. E allora perché non esigono, una volta per tutte, di essere rappresentati da persone limpide e capaci, perché non chiedono di poter partecipare al mercato e allo sviluppo della loro terra in condizioni non irrimediabilmente compromesse dall'interferenza criminale che non produce altro che marcescenza e stallo? A Caserta come a Napoli, ci si sarebbe aspettati un vento di tempesta che gonfiasse onde di sdegno. Invece nulla: una grande bonaccia delle Antille, micidiale perché stringe tutto in un'immobilità letale, rassegnata, asfissiante. Anime morte prima ancora che corpi. Avvocati, professori, ingegneri, medici, architetti, industriali, che hanno convissuto con la marea di rifiuti per mesi, rinunciando ai loro diritti minimi di cittadini dell'Europa, non provano un senso di nausea alle notizie sul ruolo di un uomo di governo nella desertificazione tossica di un territorio. La classe politica che loro hanno espresso invece volta lo sguardo altrove e tira a campare, delegando la gestione della regione a una pattuglia di personaggi sempre più invischiati nelle indagini della magistratura per ogni genere di reato, inclusi i patti con i camorristi d'ogni clan. Nessuno reagisce a nulla, nemmeno davanti agli imprenditori uccisi a catena, ai negozianti ogni settimana abbattuti per avere peccato contro la legge dei casalesi. Nessuno chiede un riscatto a Caserta, a Napoli e nemmeno a Roma.
Alcune rapide considerazioni, visto che di più approfondite non è possibile farne pena la scomunica dall'olimpo degli eroi antimafia:
a) Il solo fatto che la notizia sia uscita sull'Espresso, significa che sia vera? Scusa, Saviano, e se sai che è vera, perché non l'hai scritta in Gomorra?
b) Perché il clima cittadino dovrebbe turbarsi? Per permetterti di vendere altre copie del libro?
c) Sai che cosa significa "garantismo"? Sai che cosa significa la frase: tutti sono innocenti, fino a prova contraria e fino alla sentenza di Cassazione? Qui si sta parlando di una indagine allo stato embrionale, non di una condanna di primo grado...
d) Perché, al prossimo intervento in un teatro stracolmo di gente, non dici che l'Espresso ha favorito la camorra di Caserta, dal momento che l'inchiesta è stata azzoppata e che, se Cosentino è colpevole, non sarà più possibile dimostrarlo?
e) Perché non ritieni "normale" che la gente abbia guardato con sufficienza a questa notizia? Con tutti i problemi che ci sono (soldi che mancano, fitti alle stelle, disoccupazione) dovevamo preoccuparci di una presunta verità (o anche di una probabile bugia) solo per permetterti di poter andare in tv a dire qualche altra cazzata?
f) Che c'entrano gli omicidi con l'indagine su Cosentino? Si parla di business, non di bare... ci sembra...
g) Perché non hai preso le distanze dall'Espresso, che ha vanificato il duro lavoro di uomini delle forze dell'ordine per uno scoop sensazionale, ma privo di riscontri pratici? Ora l'inchiesta è morta, però la gente doveva fare casino lo stesso... E a quale scopo?
I post del blog di Simone Di Meo
domenica 20 luglio 2008
La risposta dei docenti
Cari lettori,
ecco l'articolo di risposta, pubblicato su "Il Corriere del Mezzogiorno", all'Eletto e alle sue elucubrazioni sulle bocciature dei grandi artisti di Gomorra
«Una vita per questi ragazzi, Gomorra ci ha solo offesi»
La preside della Levi: chi merita viene promosso
Rosalba Rotondo replica allo scrittore: ci rivolgeremo al ministero della Pubblica istruzione per violazione della privacy
NAPOLI - La scuola media Carlo Levi di Scampìa si ribella allo scrittore Roberto Saviano. L'autore di «Gomorra», in un articolo sull'Espresso, ha tuonato contro l'istituto per aver bocciato alcune giovani comparse del film di Matteo Garrone. L'autore del best-seller ha messo sotto accusa l'intero corpo docente ed ha affermato che «non si non dovrebbe più bocciare né promuovere là dove invece bisognava custodire la speranza, la scuola si è arresa ». A parlare e ad esprimere la propria delusione è la preside Rosalba Rotondo. Difende i suoi prof che lavorano ogni giorno in trincea per strappare questi minori dalla devianza criminale. E, spesso, rischiando in prima persona.Preside, perché sono stati bocciati Totò, Simone e Salvatore? «Innanzitutto devo precisare che Simone, uno dei tre ragazzi citati, non è stato bocciato. E presto noi avvieremo una procedura al ministero della pubblica istruzione per la violazione della privacy. Gli studenti non sono stati promossi perché non hanno raggiunto gli obiettivi per la loro completa formazione. La licenza media non è solo un pezzo di carta. Noi dobbiamo valutare la capacità di un ragazzo ad affrontare le scelte e a rispettare le regole».L'accusa mossa da Saviano è quella di aver negato loro la possibilità di toglierli dalla strada. Cosa risponde? «Da una bocciatura si possono ottenere molti più obiettivi rispetto a una promozione demagogica e populistica. Lavoro da 20 anni in questo quartiere insieme a tanti colleghi e noi possiamo definire Totò e gli altri come "i nostri ragazzi". Simone è stato con me quando ero la sua insegnante di italiano, mentre per Totò e Salvatore, è previsto un ruolo come tutor nell'ambito del progetto teatrale "Arrevuoto": metteranno a frutto la loro esperienza cinematografica e aiuteranno altri giovani su questa strada».Quali sono le vostre iniziative a Scampìa per recuperare i ❜❜ Saviano ha sbagliato, Simone ha superato l'anno. Gli altri no perché le regole vanno sempre rispettate minori a rischio? «L'Ufficio scolastico la sede dell'osservatorio regionale sul bullismo e seguiamo anche i minori del carcere di massima sicurezza di Secondigliano. Oggi (ieri, ndr), in pieno luglio e di sabato mattina, sono al centro Hurtado con le associazioni di volontariato per preparare i progetti in vista del prossimo anno. E, infine, domenica 7 luglio abbiamo partecipato a un corso di lettura a Positano».Non ci sono stati contatti con ❜❜ Da Arrevuoto alle lezioni in carcere, e poi c'è la scuola aperta: ecco cosa facciamo per loro i curatori del film Gomorra? «Nessuno si è degnato di venire nella nostra scuola. E non lo dico perché siamo in cerca di notorietà, ma solo per capire cosa vuol dire fare questo mestiere in un territorio complicato e averlo deciso come scelta di vita. Non si possono dare giudizi se non si conosce la quotidianità che si vive in questa periferia».Lei insegna qui da tanti anni, è decisa a rimanere? « Abito in centro e ho rinunciato a scuole che stavano sotto casa. Sono qui da venticinque anni e ci resterò perché questo quartiere, nonostante tutto, resta una realtà affascinante e ha saputo darmi tanto nella mia carriera. Qui ci sono tante energie positive, dalla municipalità al terzo settore. Saviano ha offeso un'intera comunità educante. Io invece ringrazio i miei prof per il lavoro che fanno e per tutti i ragazzi che hanno salvato dalla strada».
Giuseppe Manzo
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venerdì 18 luglio 2008
La pedagogia secondo l'Eletto
Cari lettori,
ecco uno stralcio di una lunga inchiesta di Roberto Saviano sul rapporto tra criminalità organizzata e mondo scolastico a Scampia. Un pezzo di oltre cento righi per sbeffeggiare i professori che hanno bocciato i ragazzini di Gomorra senza nemmeno chiedere il "permesso" all'Eletto. Ma come si sono permessi?
Hanno bocciato Totò e Simone e altri dieci ragazzini che hanno recitato in 'Arrevuoto'. E hanno recitato nel film 'Gomorra'. Sono stati attori nei teatri più famosi d'Italia. Hanno avuto i complimenti del presidente Napolitano che era andato a vederli alla prima al Teatro Mercadante e poi li aveva salutati uno per uno. Il presidente si era pure lasciato dipingere la faccia di nero da un pulcinella nervoso inserito nello spettacolo. Al Festival di Cannes, il più importante festival del cinema internazionale, hanno ottenuto uno dei tre premi maggiori: il Premio speciale della giuria. Eppure alla scuola media Carlo Levi di Scampia li hanno bocciati.
Per Cannes parto insieme a loro e tutta la troupe, tranne Matteo Garrone che è venuto da Roma con un furgone. L'aereo si riempie delle voci e delle grida di Totò e Simone, Marco e Ciro, e tutti gli altri ragazzi del film. Ma c'è un po' di ansia per il volo e di emozione per i giorni che ci attendono. Dopo l'atterraggio le nostre strade si dividono. Mi aspettano all'uscita dell'aereo gli uomini della scorta francese, due auto blindate e tre motociclisti: una cosa mai vista prima. Sono i corpi speciali, ansiosi di rimarcare subito che loro non accompagnano divi del cinema, stelle e stelline. "Questo lo fanno i poliziotti privati, noi no", mi dice il caposcorta tradotto da un altro poliziotto in uno strano napoletano, un napoletano con l'accento francese. "L'ho imparato ascoltando Pino Daniele", spiega e aggiunge che l'ha perfezionato facendo da interprete a Vincenzo Mazzarella, camorrista di San Giovanni a Teduccio, arrestato proprio a Cannes qualche tempo fa. Colgono l'occasione per ricordarmi che la città è amatissima dai mafiosi di mezzo mondo. Infatti non sembrano proprio tranquilli. Non li hanno sognati questi ragazzini. Eppure avevano fatto molto per mostrare, forse fuori dall'aula scolastica, il loro talento, gli elementi per sognarli in maniera diversa da come la vita ti determina in queste zone. Eppure li hanno bocciati. Non stiamo parlando di studenti modello. Non stiamo neanche parlando di scolaretti fermi nelle loro sedie che si impegnano e però non ce la fanno. Stiamo parlando di ragazzini spesso esagitati, che ti rispondono con un ghigno, che appena possono non si presentano in classe, che aizzano i compagni alle peggio cose. Ma questo è solo un aspetto. I professori che hanno bocciato Totò, Simone e gli altri perché non sono stati rispettosi delle regole e non hanno raggiunto gli obiettivi didattici, credono di aver agito per il bene della scuola e si sentono in pace con se stessi. Invece hanno fallito clamorosamente nel confrontarsi con quegli alunni e pure con l'offerta di un'educazione alternativa che hanno incontrato fuori dalla scuola. Forse perché non riescono ad accettare che questa possa essere venuta da qualcun'altro, forse perché ritengono intollerabile che fosse presentata pure sotto forma di qualcosa che è anche divertente e gratificante, di certo più divertente e gratificante che andare a scuola. Non si è mai visto che dei ragazzini difficili di un degradato comune di periferia, possano per due giorni stare accanto alle star, essere autorizzati a sentirsi un tantino come loro. Meglio bocciarli che rischiare che si montino la testa!
I ragazzi che hanno recitato in Gomorra dovevano essere promossi perché erano sotto l'ala protettrice dell'Eletto. E basta. Senza pensare agli altri ragazzi che, in quello stesso istituto, magari con i genitori morti, o in galera, si sono impegnati e hanno studiato per superare l'anno. Senza pensare ai docenti che sfidano schiaffi e minacce per fare il loro lavoro. Invece la promozione era un atto dovuto, secondo l'Eletto, perché sono stati bravi a recitare. E se lo dice lui, che recita da una vita...
ps: Caro Eletto, Vincenzo Mazzarella, comunque, è stato arrestato a Parigi e non a Nizza.
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venerdì 11 luglio 2008
Date sbagliate
Cari lettori,
uno stralcio di un servizio del sito di informazione www.casertasette.com
DAGOSPIA AVEVA RAGIONE: SAVIANO ORA CONFONDE ANCHE LE DATE
Lunghissima 'articolessa', ieri 18 giugno 2008 su la Repubblica a firma di Roberto Saviano in occasione della vigilia della sentenza del processo d'Appello Spartacus. Lo scrittore, riassume qualche pagina di Gomorra (a sua volta riassunto di giornali locai) e fa morire don Peppino Diana nel 1996: fu ucciso nel giorno del suo onomastico, il 19 marzo del 1994 (due anni prima). Qualche giorno fa il sito Dagospia aveva scritto che a 'la Repubblica' correggevano i pezzi sgrammaticati di Saviano, ma ora forse non si sono accorti della data. In un altro passaggio Saviano (o la Roberto Santachiara Literary Agency?) scrive che a Sandokan gli hanno dato troppo importanza i media lo hanno reso troppo celebre. Vien da dire: da che pulpito viene la predica...
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mercoledì 2 luglio 2008
A onor del vero
Cari lettori,
vorrei spezzare una lancia a favore dell'Eletto, per dimostrare che - nella stesura di Gomorra - ha copiato anche da se stesso, oltre che dagli altri.
Basta confrontare quanto scritto qui di seguito:
Ma le terre di camorra sono prolifiche di appassionati d’arte e letteratura. Francesco Sandokan Schiavone boss del cartello camorristico dei casalesi capace di gestire un’economia legale ed illegale quantificata dalla DIA di Napoli nel 2003 in 30mila milioni di Euro annui, aveva nella villa bunker un’enorme libreria con decine di testi incentrati su due esclusivi argomenti, la storia del regno delle due Sicilie e Napoleone Bonaparte. Schiavone si sente attratto dal valore dello Stato borbonico dove millanta avi tra i funzionari in Terra di lavoro, ed è affascinato dal genio di Bonaparte capace di conquistare mezza Europa partendo da un misero grado militare. Quasi come Schiavone stesso, generalissimo di un clan tra i più potenti d’Europa in cui era entrato come gregario. Sandokan con un passato da studente di medicina, prediligeva trascorrere il tempo di latitanza dipingendo, le icone religiose erano il suo forte. Ci sono in vendita ancora oggi in botteghe insospettabili della città di Caserta, rarissimi volti santi ritratti da Schiavone, dove al posto del volto del Cristo, Sandokan ha innestato il suo viso. Ma per gli Schiavone la passione letteraria ed artistica era cosa di famiglia. Walter Schiavone fratello di Sandokan è un frequentatore della letteratura epica, Omero, il ciclo di Re Artù, Walter Scott, questi i suoi autori preferiti. Proprio l’amore per Scott l’ha spinto a battezzare il figlio con il nome altisonante e fiero di Ivanoh. Ma i nomi dei discendenti divengono sempre traccia della passione dei padri. Giuseppe Misso boss napoletano della cosca del Quartiere Sanità ed attualmente uno dei camorristi più potenti di Napoli ha chiamato il suo figlioccio, Emiliano Zapata Misso. Giuseppe Misso che sempre durante i processi ha assunto posture da leader politico, da pensatore conservatore e ribelle ha recentemente scritto un romanzo, che seppur con sicuro successo (almeno in Campania) gli editori locali hanno tutti rifiutato. Il boss non ha abbandonato però l’intento letterario ed ha prescelto per una sua autonoma pubblicazione: I leoni di Marmo (Arte tipografica, pag. 344, Euro 19,50). Centinaia e centinaia di copie vendute a Napoli in pochissime settimane, il racconto in un libro dalla sintassi smozzicata ma dallo stile rabbioso, della Napoli degli anni ’80 e ’90 dove il boss si è formato e dove emerge la sua figura descritta come quella di un solitario combattente contro la camorra del racket e della droga a favore di un non ben identificato codice cavalleresco della rapina e del furto. Durante i vari arresti nella sua lunghissima carriera criminale Misso è sempre stato trovato in compagnia dei suoi amati libri di Julius Evola e Ezra Pound. Anche un fedelissimo del sanguinario Paolo Di Lauro, il boss della camorra secondiglianese che sta epurando in questi mesi il suo clan dagli “scissionisti”, è tra i camorristi amanti d’arte e cultura: Tommaso Prestieri. Produttore della parte maggiore dei cantanti neomelodici campani nonché fine conoscitore di arte contemporanea, in casa sua – secondo indiscrezioni - fioccavano tele di De Chirico ed un’intera parete era dedicata alle opere di Mario Schifano. La polizia arrestò il camorrista sfruttando il suo amore per l’arte, venne beccato infatti al Teatro Bellini di Napoli mentre commosso assisteva da latitante ad un concerto. Prestieri dopo una condanna in un processo dichiarò alla stampa: “sono libero nell’arte, non ho necessità d’esser scarcerato”, un equilibrio fatto di dipinti e canzoni che gli concede un’impossibile serenità per un boss in disgrazia come lui, che ha perso nella battaglia con il clan rivale dei Licciardi ben due fratelli, ammazzati a sangue freddo. Ma non solo letteratura ed arte attirano le menti e le sensibilità dei boss. Augusto La Torre boss di Mondragone ex pentito, è studioso di psicologia e vorace lettore di Carl Gustav Jung e conoscitore dell’opera di Sigmund Freud. Dando una sbirciata ai titoli che il boss di Mondragone ha chiesto di ricevere in carcere emergono lunghe bibliografie psicoanalitiche mentre sempre più nel suo parlare si intrecciano citazioni di Lacan a riflessioni sulla scuola della Gestalt.
Con le pagine 280 e 281 di "Gomorra", trascritte da un precedente articolo pubblicato su "Il Corriere del Mezzogiorno" del gennaio 2005.
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venerdì 27 giugno 2008
Considerazione su dagospia & c.
Cari lettori,
probabilmente il post precedente ("Arrangiamoci") ha sviato l'attenzione dagli intenti di questo blog, accreditando una visione del fenomeno Saviano che personalmente non ho mai accettato: e cioè quello di uno scrittore sgrammaticato, costretto a ricorrere all'editing di rifinitura per consegnare un qualsiasi lavoro: un articolo, o un libro.
E' evidente che l'Eletto non è un ignorante in cerca d'autore, così come è evidente che il riferimento al copyright cui mi riferivo in precedenza sottende un discorso di ben altra portata, che va al di là della sintassi e della consecutio temporum.
Il discorso è questo: può un giovane che, per scrivere, si è privato della sua stessa libertà di movimento rinunciare anche alla libertà di far veicolare le proprie idee? Mi spiego: se un giovane ragazzo di Scampia o di Casal di Principe volesse scrivere un libro, oppure pubblicare un lavoro editoriale traendo spunto dai servizi di Saviano, usciti sull'Espresso o su Repubblica, dovrebbe chiedere il permesso all'agenzia letteraria e pagare i diritti. Così, la voglia di libertà di Saviano - la parola che si fa sangue e carne - avrebbe perso il proprio compito: mettere in circolo i globuli rossi della critica, della ribellione al potere della camorra, dell'antistato, della violenza, finendo per diventare una proteina che innesca meccanismi di sintesi (economica e commerciale). Forse Saviano sarà superiore a Federico Moccia, ma varrà meno dei veri maestri della libertà di pensiero e di informazione.
Anche perché vorrei vedere qualche giornalista che si fa marchiare con la ceralacca del copyright i propri articoli, impedendo che possano circolare (con la citazione delle fonti, naturale) liberamente. Chi lo fa, evidentemente è più interessato al conto corrente che alla corrente della libertà.
sdm
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sabato 21 giugno 2008
Arrangiamoci
Una domanda ai visitatori di questo umilissimo blog, che si collegano dagli uffici della "Arnoldo Mondadori editore Spa", della "Rcs public subnet", della "Rcs editori" e del "Gruppo editoriale L'Espresso":
che cosa significa la scritta?
© 2008 by Roberto Saviano.
Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency
Lo vorrei sapere, perché compare - da un po' di tempo - nei seguenti articoli, pubblicati su
"la Repubblica":
- Il processo ai padroni di Gomorra: 18 giugno 2008
- Se un voto si compracon cinquanta euro: 15 marzo 2008
- L'anima perdutanella monnezza di Napoli: 4 febbraio 2008
- Imprese, politici e camorraecco i colpevoli della peste: 7 gennaio 2008
- Come sta la verità nel paese di Gomorra: 27 ottobre 2007
Assicuro l'anonimato alle risposte, grazie...
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martedì 17 giugno 2008
Il market(t)ing ti dà una mano...
Cari lettori,
il 13 maggio 2008 è stato pubblicato questo stralcio di una intervista all'Eletto:
"Beh, hanno fatto copie false di Gomorra, vendute a 5 euro alla stazione di Napoli, distribuite nel periodo natalizio quando sapevano che sarebbero finite presto nelle librerie. Un giorno mi hanno portato una copia con un intero capitolo riscritto dal boss (credo che sia stato lui) cui era dedicato il capitolo. Fatto sta che c’erano copie di Gomorra false con un capitolo mutato. Poi c’è qualche boss che chiede i diritti d’autore, perchè racconto storie della sua vita".
Domande:
a) Nessun giornale ne ha mai parlato e nessuna tv è riuscita nell'impresa di riprendere queste copie "taroccate": abile azione di market(t)ing?
b) Qual è l'intero capitolo dedicato al boss che è stato riscritto?
c) Chi sono i boss che chiedono i diritti d'autore?
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sabato 14 giugno 2008
Wishlist, o lista dei desideri
Cari lettori,
vi propongo una raccolta di "chiavi di ricerca" - effettuate da chi, sporadicamente o meno - è incappato in questo blog cercando, come vedrete, tutt'altro... Giusto per rallegrare un po' l'atmosfera, a parlare sempre di camorra...
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salamov anima: buonanima, piuttosto...
stima 2008 presenza comunità cinese nel lazio: valli a contare...
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giovedì 12 giugno 2008
Scherza, o fa sul serio?
Cari lettori,
ecco a voi una intelligentissima dichiarazione politica dall'agenzia Ansa...
(ANSA) - NAPOLI, 12 GIU - "Sbaglia chi tenta di delegittimare Roberto Saviano e Gomorra affermando che racconta solo il male di Napoli, ritengo provinciale questo modo di censurare il racconto ed il film al solo scopo di dare della città una versione meno tragica". Lo afferma, in una nota, l'assessore alla Formazione della Regione Campania, Corrado Gabriele.
[...] Per l'assessore alla Formazione "grazie al libro di Roberto le lancette della storia hanno viaggiato più velocemente e, probabilmente, se non ci fosse stato Gomorra gli sforzi degli ultimi mesi con tanti arresti e sequestri di beni ai clan non avrebbero avuto questo forza d'urto. Oggi invece i vertici della camorra sono palesemente braccati, hanno sul collo il fiato dello Stato e quello dell'opinione pubblica contemporaneamente e questa non può che essere una vittoria per tutti".
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giovedì 5 giugno 2008
Gomorra è inventato, lo dice Saviano
Cari lettori,
ecco uno squarcio di luce sull'eterno dilemma: Gomorra è un romanzo, o la descrizione apocalittica della realtà?
Risponde l'autore, Roberto Saviano, in un articolo del 16 settembre 2003 su www.nazioneindiana.com
Ho sempre vissuto tra i testi come ci vivo ora che faccio recensioni su Diario, La Stampa e Pulp Libri, e galleggio in un mare di carta e inchiostro. Il libro può in qualche modo opporsi al potere culturale ancor prima che violento della mafia, della camorra, attraverso la sua energia prima: la congettura. La congettura ovvero come direbbe Uwe Johnson, la letteratura! Proprio il congetturare, l’almanaccare narrando, possono essere i nuovi percorsi per affrontare un problema così complesso come quello criminale. Potrebbe risultare strano, che proprio all’interno della questione mafiosa, dove il rigore, la prova, la ricerca del certo sono elementi fondanti, s’insinui la letteratura con la sua imperfezione, con la sua palese e recondita menzogna. Proprio laddove la giurisprudenza non può giungere, sondando la possibilità, catalogando l’impronunciato, aspirando il sospetto, può invece arrivare la letteratura che tutto può sostituire e riannodare, inventare, ipotizzare, stanare senza vincoli e paure del paradosso, senza appoggi politici e manovre militari!!
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lunedì 2 giugno 2008
Cosa non si fa per uno stipendio...
Cari lettori,
ecco che cosa scriveva l'Eletto, il 17 aprile 2005, su www.nazioneindiana.com
Sempre meno si riflette su quanto costa scrivere di certe cose ed in certi territori. Anche guardando i giganti non ricevo conforto. Rushdie ha subìto molteplici attentati, più di trenta persone sono morte in operazioni terroriste che avevano lui come obiettivo. Ma Salman Rushdie ora può scrivere su qualsiasi giornale della terra, riceve stipendi e guardie del corpo. Ciò che ha pagato e paga è ampiamente ripagato. O quantomeno confortato. Lui stesso dichiarò al Times “La fatwa mi ha concesso il maggiore eco possibile alle mie parole, mi ha reso uno scrittore libero, perché tutto posso dire e chiunque vuole può ascoltarmi”.
Una domanda: qual è il confine tra libertà e marketing editoriale? Per ottenere che cosa si sacrifica la vita di 30 uomini, o la propria: uno stipendio, una scorta o la possibilità di scrivere su qualsiasi giornale della terra?
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sabato 31 maggio 2008
Il Capitale di Marx (e Sandokan)
Cari lettori,
vi segnalo questo stralcio di un articolo pubblicato dall'Eletto su Nazione Indiana nel febbraio di 5 anni fa. E' indicativo di ciò che l'eroe antimafia per eccellenza pensa dell'imprenditoria meridionale, oltre che del giornalismo campano (a busta paga dei Casalesi, l'unico immacolato è lui che ha copiato e non ha il coraggio di dirlo, malgrado l'ufficio legale della Mondadori abbia affermato il contrario...)
Il pizzo per le grandi imprese non è quasi mai uno svantaggio ma è una dialettica di mercato. La camorra - bisognerebbe dirlo senza pudori post muro di Berlino- è l’accumulazione originaria della media ed alta borghesia (essì, Marx è vivo!!) campana. L’imprenditoria meridionale attraverso il rapporto con il crimine organizzato riesce a tutelarsi dalla mano invisibile del mercato, partecipa ad un mercato infinito, senza limiti e vincoli di legalità ed illegalità; pertanto può godere in tempo di recessione, delle economie sempreverdi del mercato della droga della prostituzione del contrabbando, del traffico d’armi che divengono miniere capaci di sostenere le proprie, aziende, i propri supermercati, le proprie ditte, a livelli profondamente altri, da quelli del mercato.
Quindi, il pizzo è una risorsa: perché non lo spiega alla famiglia di Libero Grassi? O a Tano Grasso, o a Silvana Fucito? Oppure alla famiglia di Federico Del Prete, o alla vedova di quell'imprenditore ucciso qualche settimana fa, dopo aver denunciato gli estorsori che gli stavano succhiando il conto corrente e pure il sangue? Oppure, ciò che fanno i magistrati - ogni giorno - e con loro i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri, gli uomini delle strutture di sicurezza è inutile, perché Marx aveva previsto pure la potenza dei Casalesi e le "dinamiche" di mercato del ciclo camorristico?
Questo è il pensatore che l'Europa ci invidia... uno che scrive di capitale e di accumulazione della media e alta borghesia e la confonde con la criminalità organizzata...
Veramente complimenti per le puttanate che scrive...
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giovedì 29 maggio 2008
Saviano è impazzito
Cari lettori,
vi segnalo questo articolo delirante, che apre squarci assolutamente inediti, perché coinvolge l'intero sistema editoriale campano e nazionale, e che meriterebbe vetrine di ben altra caratura rispetto al mio umile blog (a proposito: ringrazio chi, dagli uffici della Arnoldo Mondadori Editore, si collega quotidianamente al sito, probabilmente per controllarlo. Mi fa onore...)
Ecco che cosa scrive l'Eletto su Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com) il 16 settembre 2003
Quando su Diario ho scritto appena due paginette su Francesco “Sandokan” Schiavone, mi giunsero due telefonate di minacce “parla degli affari tuoi!” e squartarono le ruote dell’auto. Avevo nell’articolo denunciato la richiesta “Cirami” fatta dai legali del boss, che avrebbe potuto far uscire per decorrenza dei termini di custodia cautelare il leader della confederazione delle cosche casalesi. Non ha dato fastidio l’articolo su di una rivista tutto sommato elitaria e lontana dai loro circoli d’interesse. Ha infastidito che si trattasse dei “casalesi” della potentissima e sconosciuta cosca che proprio in nome della sua “naturale” presenza può contare su una totale emancipazione dalla pressione della stampa nazionale (quella locale è completamente finanziata da loro!!!). Rendere note su un giornale nazionale le vicende della cosca è stato letto come imperdonabile invadenza, fastidiosa eccezione che doveva esser “avvertita”.
Riflessioni:
a) E' ridicolo pensare che Sandokan abbia letto "Diario" e abbia dato mandato a uno dei suoi scagnozzi di avvisarti: Diario, probabilmente, non viene nemmeno distribuito a Casal di Principe e non rientra, quindi, nei circoli di lettura dei Casalesi. Inoltre, lo ammetti tu stesso: è un giornale per pochi, che non ha alcuna influenza sulle dinamiche malavitose locali. Della vicenda, per la quale sei stato minacciato, e cioè la Legge Cirami, in quei giorni, hanno parlato tutti i giornali campani (Il Mattino, la Repubblica nazionale e locale, Il Corriere del Mezzogiorno, Il Corriere della Sera, la Stampa, Il Roma, Cronache di Napoli, Il Corriere di Caserta, la Gazzetta di Caserta) e nessuno dei giornalisti che se n'è occupato ha ricevuto minacce. Soltanto tu, per "un paio di paginette". Non è una strana coincidenza, oppure no? Le minacce iniziano con tre anni di anticipo sulla pubblicazione di "Gomorra" e nessuno ne fa menzione, nemmeno lo stesso Saviano. Che nel 2003, quando in pratica era un "signor nessuno", ne affidava l'analisi al web, mentre nel 2006, quando ha un libro da lanciare, si rivolge all'Espresso che abbocca all'amo...
Ecco il link che dimostra quello che dico: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/12/04/120sandokan.html
b) Scrivi: "Non ha dato fastidio l’articolo su di una rivista tutto sommato elitaria e lontana dai loro circoli d’interesse. Ha infastidito che si trattasse dei “casalesi” della potentissima e sconosciuta cosca...": sconosciuta non direi, visto che ci sono migliaia di articoli di giornale - dal 1980 in poi - che ne parlano. E chi afferma il contrario è un bugiardo, oltre che in malafede. Si è sempre parlato dei Casalesi sui quotidiani locali e se n'è parlato anche sulla stampa nazionale, quando è stato necessario. Quindi, dovremmo ipotizzare che i Casalesi li hai scoperti tu? E Lucio Di Pietro e Federico Cafiero De Raho hanno indagato, per anni, su chi? Sulle nonne dei Casalesi? Mah...
c) Scrivi ancora: "... che proprio in nome della sua “naturale” presenza può contare su una totale emancipazione dalla pressione della stampa nazionale (quella locale è completamente finanziata da loro!!!)"
Veramente la stampa locale (e quindi anche il Mattino, che ospita ogni tuo sospiro...) è finanziata dai clan? Cazzo che scoop... Non se n'era accorto nessuno, solo tu. E pensare che al Mattino lavora una giornalista di nome Rosaria Capacchione, minacciata - sul serio - dai clan. Ora, se la camorra controlla i quotidiani locali di Caserta e Il Mattino è un quotidiano locale, il sillogismo impone la conclusione che pure Rosaria Capacchione è una stipendiata dai clan. E allora, chi l'ha minacciata?
Oppure salvi solo "Il Mattino" per puntare l'indice contro i fogli locali di cronaca nera e giudiziaria che ti hanno offerto l'occasione per capire di che cosa scrivi, visto che tuttora ti sfugge l'argomento e inondi le pagine di Repubblica e dell'Espresso di notizie vecchie e senza alcuna analisi degna di questo nome?
Sarebbe bene che qualche direttore di quotidiano avesse le palle di prendere posizione su questo argomento
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Una riflessione
Il signore dei bestseller
Vive a Pavia. Fugge dai riflettori. Lavora dietro le quinte. E lancia talenti in classifica
colloquio con Roberto Santachiara
C'è chi insegna a scalare l'Himalaya, chi ogni giorno va in ufficio a Pavia. Chi si intende di lavori di muratura, chi è esperto in manutenzione della fantasia. Chi padroneggia le tecniche di scrittura, chi sa cosa inventarsi per cena, fluidi inclusi, se Patrick McGrath bussa all'improvviso: et voilà, gewürtztraminer e carignano del Sulcis. Cuoco, guida di trekking in Nepal, ex impiegato di libreria, ex dipendente di varie case editrici, Roberto Santachiara è tutte quante queste cose insieme. E una specialmente: l'agente letterario più corteggiato dalle bozze degli italiani. Romano, 49 anni, una laurea in Storia contemporanea e (quasi) un'altra in Scienze politiche, è l'uomo dietro le quinte di moltissimi casi letterari. Agente di Roberto Saviano e di Giancarlo De Cataldo, dei Wu Ming e di Valeria Parrella, ha trasformato la sua passione per i libri (ne possiede 60 mila) in business. È lui il tutore, in Italia, di scrittori tra i più venduti in assoluto: Stephen King, James Ellroy, John Updike, Anita Desai, Ian McEwan, Patrick McGrath, Jeffrey Deaver.Amatissimo o detestato, ritroso a passare dal 'lei' al 'tu' persino nei circuiti professionali dove la fratellanza è istantanea, Santachiara ha fatto del riserbo la sua forza: nessun sito Internet, poche foto in giro, domicilio conosciuto solo la sede dell'agenzia a Pavia. E mentre molti agenti vanno a caccia di scrittori on line o fanno insider trading sul fenomeno che verrà, lui storce il naso, dribbla, si nega. Poi si ritira in collina. Si mette comodo, spara le gambe in su e fa la cosa più bella del mondo: aprire un libro. E cominciare a leggere. "Gli scrittori? Non li cerco, però li scelgo", dice. Ma prima ascolta, osserva, fiuta. Per continuare a dire: "Lavoro solo con amici: i miei autori sono persone che mi piacciono umanamente". E giù un parterre che snocciola d'un fiato: Carlo Lucarelli, Simona Vinci, Gore Vidal, James Hillmann, Antonia Arslan... "Sono curioso della Rete. Ma penso che la quantità abbia abbassato la qualità. Non cerco nuovi scrittori lì. Magari ci sono. Ma preferisco pescare con la mosca, che con la dinamite", dice: "Se un esordiente - o quasi - mi interessa, seguo il suo libro dall'idea iniziale. Leggo via via, suggerisco di tagliare, di enfatizzare un episodio o di dare più risalto a un personaggio. Però l'artista è sempre l'autore. Il mio, casomai, è un lavoro di maieutica. Talvolta anche di mecenatismo, se mi accorgo che chi scrive ha bisogno di tempo e di denaro". Come un'archiatra dell'ispirazione, sa aspettare. Com'è stato per 'La versione di Barney' di Mordecai Richler: "L'autore è diventato ricco". Sui suoi guadagni glissa. E la butta sul fair play: "Non ho contratti con nessuno. Se una persona non mi piace, se il suo libro non mi convince, se lo stesso autore non è soddisfatto del mio lavoro, siamo liberi in ogni momento". Ognuno per la sua strada, meglio se unplugged, fino al tetto del mondo.
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martedì 27 maggio 2008
Cambio casa (e versione) continuamente
Cari lettori,
vorrei invitarvi a una riflessione: leggete con attenzione questi due stralci, pubblicati su importanti quotidiani e settimanali, e ditemi se non c'é una contraddizione lampante...
L'Espresso (16 agosto 2007)
Attorno a lui spesso c'è il vuoto. Il condominio del centro di Roma dove viveva in una stanza da studente ha protestato per la quiete disturbata dalla scorta.
La Repubblica (3 maggio 2008)
Saviano: "Sempre sotto scorta dei carabinieri, cambio casa continuamente, non ho più un'esistenza normale".
A distanza di tre settimane dall'ultimo articolo, su "Il Mattino" esce la notizia dell'appartamento negato al Vomero: ma Saviano (fonte: la Repubblica) non era costretto a cambiare casa continuamente? Oppure usa informazioni diverse per testate diverse? A chi ha mentito? Al Mattino o alla Repubblica? E le urgenti misure di sicurezza? Uno sotto scorta va a vivedere al Vomero? E il Comitato per l'ordine pubblico non ha avuto alcun ruolo in questa decisione? Ne è stato informato?
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lunedì 26 maggio 2008
Ipotesi
Negli articoli di Saviano pubblicati su "Il Manifesto" e "Il Corriere del Mezzogiorno" - il primo, quotidiano nazionale di area militante e il secondo prestigioso inserto del "Corriere della Sera" - non si fa mai cenno ad alcune delle notizie piu interessanti contenute in Gomorra (cadaveri cinesi, sarti, rifiuti): perche'? Forse non erano pubblicabili su un quotidiano, in quanto frutto di fantasia, oppure hai ritenuto piu' importante inserirle in Gomora e, in questo caso, che cosa ti faceva presagire il tuo straordinario successo?
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giovedì 22 maggio 2008
Un giorno non molto lontano...
Un giorno accadrà che un salumiere si rifiuterà di vendere la mozzarella a Saviano. E, poiché l'industria casearia è notoriamente sotto il dominio pieno e incontrollato dei Casalesi, allora la Fao gli fornirà - gratis - derrate alimentari per tutto il resto della vita...
I bimbi del Maghreb, scheletrici e con la pancia gonfia, si allontaneranno dalla faccia le mosche fameliche e, sdentati, sorrideranno ai fotografi, perché avranno contribuito a salvare l'eroe antimafia per eccellenza.
Qualche settimanale racconterà che nel menù della Fao non c'è il tiramisù e sarà colpa dei bambini del Maghreb, che a forza di mangiare dolci han perso i denti...
Meno male che Saviano c'è...
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Squitieri fulmina Saviano...
Squitieri fulmina Saviano: «Con la scorta al festival di Cannes per fare un po' di show»
Il cineasta sulla Croisette per presentare il documentario «Io Claudia».
Critico sul film di Garrone: l'avrei girato diversamente
NAPOLI – Dopo la sua chiacchierata nomina (ancora ufficiosa) a direttore della Festa del Cinema di Roma, Pasquale Squitieri continua a far parlare di sé. Il battagliero regista napoletano è approdato ieri, mercoledì 21, a Cannes, per presentare un documentario-tributo dedicato alla carriera della sua storica compagna, Claudia Cardinale. «Io Claudia», questo il titolo dell’omaggio che Squitieri ha ideato per la sua partner di una vita. E sulla terrazza dello «spazio Italia» del Noga Hilton, ne ha approfittato, con la vis polemica che lo contraddistingue, per dire la sua sul film rivelazione «Gomorra» di Matteo Garrone, e sulla situazione di Napoli. In una lunga intervista comparsa sul quotidiano Roma, il regista esprime senza peli sulla lingua le sue opinioni, davvero controcorrente, sulla pellicola tratta dal bestseller di Roberto Saviano, minimizzando anche le minacce ricevute dallo scrittore, liquidandole come «buffonate»: «Penso - spiega nel'intervista rilasciata a Maridì Sessa - che si tratti di avvertimenti fasulli. Chi è veramente preso di mira gira con la scorta, certo, ma ha il veto assoluto di prendere aerei e di frequentare luoghi pubblici perchè potrebbe rappresentare pericolo per sè e per gli altri». Insomma, secondo il regista, l'autore del bestseller Gomorra sarebbe andato a Cannes con la scorta «probabilmente per fare un po' di show».
SUL FILM - «Ci sono momenti in cui emerge la stoffa di Garrone. Ma non sono d’accordo con la maniera in cui è stato girato il film– dichiara ancora Squitieri, inorridendo davanti al paragone di molti tra «Gomorra» e «Le mani sulla città» di Rosi – In primis perché non spiega che cos’è la camorra e non fa alcuna allusione a personaggi come Bassolino, ed ancora perché mostra solo un aspetto della complessità della vicenda, tralasciando una parte importante, quella svolta dai consumatori di droghe e sostanze illecite, senza dei quali le varie mafie e camorre non avrebbero ragione di esistere». Se gli apprezzamenti Squitieri li concede solo al lavoro di Paolo Sorrentino sul personaggio di Giulio Andreotti, la delusione del regista tocca anche la politica, puntando il dito anche sull’operato di Bassolino. «Credo che il Consiglio dei Ministri a Napoli sia un nobile gesto. Le performance artistiche appartengono a Bassolino, che più volte ha fatto diventare Piazza Plebiscito anfiteatro di assordanti esibizioni musicali pro vulgo. E’ un’aperta presa di coscienza di un governo che riconosce che l’Italia in questo momento storico è rappresentata nel mondo esclusivamente dalla “Pattiumiera Napoli”».
RICOMINCIARE DALLA SCUOLA - Le strategie per salvare Napoli? «Innanzitutto occorre restituire fiducia ai napoletani. E un ruolo fondamentale gioca la scuola. Ricordo che quando ero bambino mia madre mi leggeva “Cuore” di De Amicis. Perché non riproporlo ancora ai giovani allievi?»
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mercoledì 21 maggio 2008
Dalla "Gazzetta dello Sport"
Cari lettori,
vi segnalo questo interessantissimo articolo di Giorgio Dell'Arti, pubblicato dalla "Gazzetta dello Sport", che espone in maniera lucida e interessante alcune considerazioni sviluppate su questo blog...
Le cose che racconta Gomorra sono vere?
Gomorra di Matteo Garrone dal libro di Saviano - sta spopolando a Cannes, dove lo scrittore è diventato un personaggio. E sta spopolando anche nelle sale italiane: nel weekend ha sbaragliato la concorrenza, incassando più di milione e 800 mila euro. 1 Dove sta il segreto di un successo simile? Intanto nella popolarità del libro, un best-seller che in un paio d' anni ha venduto un milione e 200 mila copie. E che continua a vendere, cioè ha anche le caratteristiche del long-seller. Saviano poi è stato minacciato a morte, gira con la scorta e si parla con lui solo per e-mail, a meno che non si sia molto intimi. Ma proprio in Gomorra viene raccontata una storia in cui si dimostra che anche l' intimità, o l' affetto familiare, in certi casi conta poco. Non voglio raccontare l' episodio per non far dispetti a chi il film non l' ha ancora visto. È 2 meglio il libro o il film? Guardi, non è di questo che si deve parlare. Almeno non è di questo che voglio parlar io. Sul piano estetico ha già detto tutto Sandro Veronesi l' altro giorno e io sottoscrivo il suo articolo parola per parola. Mi permetto casomai di aggiungere che la grandezza di Garrone era già evidente ne L' Imbalsamatore e che è una gioia, dopo aver scoperto uno scrittore del valore di Saviano, sapere che c' è un regista della forza espressiva e della coerenza estetica di Garrone. Tuttavia, le ripeto, non è di ciò che dobbiamo discutere io e lei. E 3 di che cosa? Il libro prima, e il film adesso, raccontano alcune cose sulle quali è sceso un silenzio assoluto, paradossalmente mascherato dalla bellezza delle due opere. Si parla infatti molto delle due opere, ma si dice poco o niente su quello che raccontano. E che cosa raccontano? Per esempio, questo: che le case di moda del Nord vanno a Casal di Principe a fare le aste per assegnare le forniture. Il film, riproducendo perfettamente una scena che sta all' inizio del libro, lo fa vedere bene: una signora probabilmente milanese, col ragioniere accanto, apre una gara tra i piccoli produttori della zona, tutta gente che lavora in super-nero, per la fornitura di un certo numero di capi. Partenza 50 euro a capo da consegnare in 60 giorni, gara al ribasso. Vince uno dei protagonisti del film offrendo di realizzare la fornitura in 30 giorni a 30 euro. I milanesi se ne vanno soddisfatti, il sarto Pasquale deve mettersi all' opera facendo lavorare gli operai giorno e notte e senza pensare troppo a compensi straordinari. Ora, letta la scena sul libro e vista la scena al cinema, è necessario chiedere alle parti interessate: è una balla romanzesca o quello che abbiamo letto e visto, e che ci ha colpito con un accento di verità assoluta, è reale? E se è reale, come mai la polizia, i carabinieri, i partiti politici, i sindacati hanno lasciato che si creasse una zona franca come questa? E come mai dopo l' uscita del libro e adesso dopo l' uscita del film, le case di moda, che ci assillano con le loro moribonde in passerella, non ci dicono se quella scena ha qualche parentela con la realtà oppure no? C' è qualcuno che può chiederglielo direttamente? C' è una Camera della Moda che ha querelato Saviano per le cose che scrive? 4 Scusi, sappiamo da sempre che il Sud è in mano alla criminalità. Abbia pazienza, la patronessa che ingaggia i sarti napoletani è nordica e l' industrialotto che affida a Toni Servillo lo smaltimento dei rifiuti tossici è di Venezia. Qualche magistrato, dopo aver letto Saviano, ha aperto un qualche fascicolo sulle aziende che smaltiscono i rifiuti tossici per sapere come se ne liberano? E ora che il film gli farà vedere la cosa ancora più chiaramente, qualcuno si muoverà seriamente, e cioè non con lo scopo di finire sui giornali? Perché come indagini sarebbero semplici: le aziende che sono in grado di produrre rifiuti tossici non sono segrete. Ragioni sociali, indirizzi e numeri di telefono stanno sulle Pagine bianche. 5 Non sono problemi di cui dovrebbe occuparsi la politica? Certo. Anzi la classe politica, se quello che Saviano e Garrone raccontano è vero, dovrebbero fare della liberazione del Paese dal cancro che viene raccontato nelle due opere una questione nazionale. Perché, sia chiaro: questo non è un problema del Sud, è un problema di tutti quanti noi dovunque ci troviamo. Sempre, naturalmente, che Saviano e Garrone abbiano ragione e che quello che ci fanno vedere sia la verità.
Giorgio Dell'Arti
(gda@gazzetta.it)
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martedì 20 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (10)
Domanda nr 10
10) Perché la notizia delle minacce della camorra è stata offerta all'Espresso e non ai quotidiani (locali) con cui collaboravi?
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lunedì 19 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (9)
Domanda nr 9
9) Mi spieghi perché ti sei scritto il requiem da solo? Mi spieghi perché Lirio Abbate (il cronista giudiziario dell'Ansa di Palermo minacciato da Cosa nostra con una carica di tritolo sotto l'auto) non si è fatto comporre pure lui 'u cappotto 'e ligname? E ancora: mi spieghi perché, poche settimane dopo l'uscita del tuo libro, già parlavi di minacce e di telefonate mute? I boss nemmeno avevano avuto il tempo di leggerlo il libro...
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domenica 18 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (8)
Domanda nr 8
"Il pericolo per le organizzazioni camorristiche non è rappresentato da chi scrive che cosa, ma da chi decide di leggere..." (R. Saviano, Che tempo che fa, aprile 2008)
8) Scusa, ma allora perché i magistrati continuano a rischiare la vita con inchieste e arresti, se basta prendere una ordinanza di custodia cautelare e chiedere a Mondadori, Rizzoli, Bur, Feltrinelli e a un'altra dozzina di case editrici di pubblicarla? Così si vende un altro milione di copie e si mettono le mafie con le spalle al muro...
Comunque, questa storia del pericolo che deriva dalla voglia di conoscere dei lettori è GENIALE. Veramente un colpo da maestro, probabilmente suggeritogli da qualche mago della comunicazione. Bravi, complimenti...
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giovedì 15 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (7)
Domanda nr 7
7) Ma uno straccio di prova per dimostrare che, effettivamente, sono state messe in commercio delle copie pirata di Gomorra si può avere, oppure dobbiamo berci tutto quello che dice?
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martedì 13 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (6)
Domanda nr 6
6) Perché nelle ultime ristampe di Gomorra è stato cancellato un pezzo copiato pari pari da un sito di informazione di Caserta e che è presente, invece, nelle prime edizioni?
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sabato 10 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (5)
Domanda nr 5
5) Perché sei stato querelato da Raffaele Cutolo?
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venerdì 9 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (4)
Domanda nr 4
4) Perché non c'è traccia delle tue sconvolgenti esperienze sui luoghi degli agguati, da infiltrato, o da operaio al porto negli articoli pubblicati dai quotidiani per cui collaboravi?
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giovedì 8 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (3)
Terza domanda
3) A quale genere letterario appartiene Gomorra? Al filone dei romanzi (sì, sembrerebbe, dal momento che è in classifica nella sezione Narrativa) o a quello dei saggi? E, in tale ultimo caso, perché mancano le fonti?
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mercoledì 7 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (2)
Domanda nr 2
Perché non c'è traccia, negli atti giudiziari degli ultimi quindici anni, degli episodi più interessanti e scenografici di Gomorra (cadaveri cinesi nei container, sarti hollywoodiani nati ad Arzano... etc... etc...) e ti ostini a dire che sono veri?
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Dieci domande per te... posson bastare
Coerenza, questa sconosciuta...
► aprile (6)
L'elefantino fa marcia indietro
Una bella notizia
Visita a sorpresa (con preavviso)
Cappotto di legno
Forza Saviano
Il pentimento di Maurizio Prestieri: una domanda
► marzo (7)
Ultimi stralci della relazione Antimafia
Il gruppo dei Casalesi
I rapporti tra camorra e sistema amministrativo
Buona Pasqua a tutti...
Relazione Antimafia (III parte)
Relazione Antimafia (II parte)
Atti della commissione Parlamentare Antimafia
► febbraio (17)
Ecco dove siamo andati a finire...
Camorra e gestione rifiuti
E a Beppe Grillo non dite nulla?
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martedì 6 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare
Domanda nr 1:
Quali sono le fonti di Gomorra?
Pubblicato da 01 a 20.19 7 commenti
sabato 3 maggio 2008
Coerenza, questa sconosciuta...
Ma la verità qual è? In Patria la faccia triste e inconsolabile di chi è stato abbandonato da tutto e da tutti (e la scorta?) e a New York, parlando con Salman Rushdie, il coraggio leonino di chi giura che lo rifarebbe?
Mah...
LA REPUBBLICA 13 NOVEMBRE 2006
“No. Non riscriverei Gomorra. E non per le minacce, ma per quello che esse hanno comportato: il comportamento degli editori e di molte persone vicine. La solidarietà è solo una parola”
LA REPUBBLICA 3 MAGGIO 2008
"Certe volte mi sono interrogato se ne è valsa la pena, se quello che sto pagando non è sproporzionato rispetto a un libro, soprattutto quando penso ai miei parenti, a quello che anche loro hanno passato e passano. Poi però non riesco a dirmi che non dovevo scriverlo e alla fine penso sempre che lo rifarei".
Pubblicato da 01 a 14.48 1 commenti
mercoledì 30 aprile 2008
L'elefantino fa marcia indietro
Cari lettori,
per amore della verità, riporto uno stralcio di un interessante articolo del Corriere del Mezzogiorno riguardo alla polemica Saviano-Il Foglio.
La risposta di Giuliano Ferrara — una autentica autocritica, roba da bel tempo che fu — spiega che l'articolo era stato deciso alla riunione di redazione prima ancora che Saviano apparisse in tv da Santoro. E che la mattina dopo «ci siamo detti che eravamo stati troppo cinici, scioccamente snob». Scrive Ferrara: «Veniamo da anni di retoriche antimafiose di tipo professionale, che non ci sono mai piaciute perché versate all'uso e all'abuso politico, e alla riscrittura della storia della Repubblica a mezzo mattinale. Abbiamo, e diciamo pure ‘‘ho'', preso il malvezzo del giudizio frettoloso, diagonale, annoiato. Il fatto che Saviano, di cui si dice sia un ottimo scrittore, e che prometto di leggere, comparisse regolarmente come un nuovo eroe di quella retorica, parlo dell'uso che ne fanno i media, ce/me lo aveva fatto andare di traverso. Ma credo personalmente sia un errore».
Pubblicato da 01 a 18.05 9 commenti
Una bella notizia
Cari lettori,
una bella notizia (per il pluralismo dell'informazione): l'editor di una importantissima casa editrice italiana - diretta concorrente della Mondadori -, dopo aver letto questo blog, mi ha contattato per scrivere un libro su "Gomorra". Un libro di riflessioni, naturalmente. Sarà ben documentato... parecchio documentato...
Naturalmente, alcune riflessioni che andrò maturando giorno dopo giorno troveranno ospitalità nel blog...
Sono, come sempre, aperto al confronto.
Saluti
Simone
Pubblicato da 01 a 12.06 2 commenti
lunedì 28 aprile 2008
Visita a sorpresa (con preavviso)
Cari lettori,
non so se ve ne siete mai accorti, ma da un po' di tempo a questa parte il ns Eletto sta attuando una strategia di comunicazione molto "sottile": low profile (a parte la cazzata della canzone scritta da lui medesimo per il suo funerale), si direbbe. Forse gli hanno affittato uno spin doctor, un cervellone laureato e pluri-masterizzato (nel senso di corsi di specializzazione) per insegnargli come schivare le insidie degli "invidiosi". In pratica, l'Eletto sta comparendo - come la Madonna pellegrina - nelle scuole del circondario napoletano per una serie di incontri a sorpresa, privilegiando gli istituti "difficili" alle ribalte nazionali.
Peccato, però, che questi incontri vengano annunciati prima ai giornalisti, i quali hanno tutto il tempo di caricare telecamere e macchine fotografiche per immortalarlo con quella faccia funerea che sembra quasi dire: "Ma vuoi vedere che quell'ostetrica che mi stava facendo cadere dalla culla, appena nato, apparteneva ai Casalesi?"
Mah...
Pubblicato da 01 a 23.23 3 commenti
domenica 27 aprile 2008
Cappotto di legno
Non so se sbaglio, ma credo di ricordare bene: c'è un'altra persona che, prima di Saviano con il brano "Cappotto di legno", si era scritto la colonna sonora del proprio funerale: il suo nome era Wolfgang Amadeus Mozart.
Non vi sembra che tutta questa storia stia diventando veramente RIDICOLA?
Mah...
Pubblicato da 01 a 23.58 2 commenti
sabato 26 aprile 2008
Forza Saviano
Un plauso al giornalista de "Il Mattino" che ha deciso di inserire questa notizia in pagina, altrimenti ce la saremmo persa...
Il Foglio: Saviano fidanzati e getta via la tristezza
S’intitola «Forza Saviano», l’articolo pubblicato ieri in prima pagina sul Foglio. Non l’ennesima celebrazione dell’autore di Gomorra, ma un disincantato, a tratti ironico affresco dello scrittore campano, reduce dalla trasmissione Annozero. L’invito dell’autore del pezzo (la firma: Annalena) è esplicito: via il volto triste e corrucciato, ora bisogna fidanzarsi. Non con una, ma con almeno due ragazze al giorno, una cosa concessa a una star mondiale del calibro di Saviano. L’articolo sfodera punzecchiature sul look triste e tenebroso di Saviano, fino a rivolgergli un appello esplicito: Saviano diglielo tu, «era un romanzo, sei uno scrittore. Non hai mai visto cucire ad Arzano il vestito indossato da Angelina Jolie la notte degli Oscar, era una magnifica invenzione». E poi: «Nelle piazze ci vai per le ragazze, in televisione anche, e ti affliggi più che altro perché non hai ancora il finale del tuo prossimo romanzo».
(da Il Mattino, pag. 35 edizione del 26 aprile 2008)
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giovedì 17 aprile 2008
Il pentimento di Maurizio Prestieri: una domanda
Qualche settimana fa, ha iniziato a collaborare con la giustizia Maurizio Prestieri, boss del rione Monterosa e socio storico del padrino Paolo Di Lauro, il capo del potente cartello del narcotraffico campano. Prestieri è al corrente di tante vicende che hanno riguardato l'ascesa al potere di Ciruzzo 'o milionario e probabilmente conosce parecchio anche della rete di prestanome che si è stesa, come una coperta invisibile, sull'impero camorristico di Di Lauro. Ma quanto potrà dire Prestieri delle coperture di cui ha goduto Paolo Di Lauro negli ultimi venticinque anni?
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lunedì 31 marzo 2008
Ultimi stralci della relazione Antimafia
La criminalità organizzata nell’avellinese e nel beneventano
L’area avellinese è tuttora dominata dalla figura di Gennaro Pagnozzi, a capo di un clan egemone nella Valle Caudina ma che estende la propria capacità operativa delinquenziale anche nelle zone confinanti e nella provincia di Benevento, grazie anche alle alleanze strette nel tempo con la potente organizzazione casertana dei casalesi.
Viene segnalato[1] che il clan Pagnozzi ha reinvestito i consistenti proventi illeciti conseguiti negli anni in attività commerciali e beni immobili.
Nella città di Avellino e nel serinese opera il clan Genovese, attualmente indebolito da ripetute indagini che hanno condotto all’arresto di importanti esponenti del gruppo.
Nel Vallo di Lauro permane il contrasto tra le famiglia Cava e Graziano, ancorché gli esponenti di vertice dei Graziano siano detenuti e Cava Biagio, capoclan del gruppo avverso, sia stato catturato nell’ottobre 2006 dopo lunga latitanza.
Nella provincia di Benevento il clan Sperandeo contende al clan Pagnozzi il predominio nel mercato delle sostanze stupefacenti, mentre minore valenza riveste il clan Panella-Iadanza, colpito dall’intervento giudiziario. Nella valle telesina opera il clan Esposito.
6. L’attività di proposta legislativa
6.1 Sullo scioglimento degli enti locali.
Nella passata legislatura, dopo un lungo dibattito, svolto prima nel Comitato « sui rapporti per gli enti locali », e successivamente all’interno della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalita` organizzata mafiosa o similare, si giunse all’elaborazione di una proposta di legge (atto Camera n. 6242, XIV legislatura) sottoscritta dai rappresentanti di tutti i gruppi presenti in Commissione, in materia di scioglimento dei consigli comunali e provinciali per fenomeni di infiltrazione mafiosa. Poiché la questione, non affrontata dal Parlamento nella passata legislatura, mantiene una sua cogente attualità, la Commissione, attraverso i rappresentanti dei gruppi, ha presentato un d.d.l. alla Camera dei Deputati, nell’identico testo del citato atto Camera n. 6242, XIV legislatura. In tale d.d.l., tra l’altro, si rafforza la ricerca dei principi di buona amministrazione nell’azione degli enti locali e si prende in giusta considerazione la separazione tra la responsabilità del livello politico e la responsabilità del livello gestionale-amministrativo.
Il disegno di legge (atto Camera n.2129, XV legislatura), assegnato alla Commissione I (Affari Costituzionali) in sede referente, ha ricevuto il parere favorevole delle Commissioni VI (Finanze), VIII (Ambiente), XI (Lavoro), XII (Affari Sociali), dopo l’unificazione con altri disegni di legge presentati presso la Camera dei Deputati. Nella bozza di testo unificata approvata dalla Commissione I Affari Costituzionali sono stati mantenuti integri sia i principi sia le linee di fondo contenuti nel d.d.l. presentato a firma di deputati componenti della Commissione, con particolare riferimento agli interventi sulla gestione amministrativa; alla possibilità di preservare l’ente locale dallo scioglimento quando non siano accertate responsabilità del livello politico e tali responsabilità siano solo individuate nel livello burocratico-gestionale; alle norme sull’incandidabilità degli amministratori (a carico dei quali siano state accertate responsabilità) a seguito dello scioglimento del consiglio dell’ente locale per infiltrazioni o condizionamento dell’attività amministrativa; alle norme in materia di gestione straordinaria; al richiamo ai principi di buona amministrazione, oltre che di efficacia, efficienza ed economicità.
6.2 Sulle vittime della criminalità organizzata
La Commissione ha avvertito la necessità di varare una normativa che riconoscesse ai parenti delle vittime di mafia le stesse tutele e gli stessi benefici previsti per le vittime del terrorismo.
Da questo intento è scaturito un disegno di legge (A.C. 2469) firmato da tutti i gruppi presenti in Commissione Antimafia ed alla Camera dei Deputati e recante l’estensione, alle vittime della criminalità e del dovere a causa di azioni criminose, dei benefici riconosciuti alle vittime del terrorismo dalla legge 3 agosto 2004, n. 206.
In precedenza, le diverse categorie di vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, e dei loro familiari superstiti, erano state già equiparate, quanto ai benefici, dal decreto-legge 4 febbraio 2003, n.13.
La disparità era stata creata dalla successiva legge 3 agosto 2004, n. 206, che ha previsto più ampi benefici esclusivamente per tutte le vittime degli atti di terrorismo e delle stragi di tale matrice.
La proposta di legge si proponeva di estendere i benefici previsti dalla citata legge 206/2004 anche alle vittime del dovere o innocenti della criminalità organizzata.
Il travagliato iter parlamentare si è prima di tutto scontrato con il parere negativo del Governo che ha verificato negativamente la clausola di copertura finanziaria di 10 milioni di euro l’anno a decorrere dall’anno 2007, in quanto”nell’accantonamento di fondo speciale di parte corrente dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2007, non risultano risorse da destinare allo scopo”[2].
L’attenzione prestata al tema dalla Commissione nelle sedi istituzionali previste ha contribuito al risultato dell’approvazione dell’emendamento alla Legge finanziaria per l’anno 2008 con cui viene stabilita la copertura finanziaria integrale della spesa necessaria a realizzare l’equiparazione sostanziale delle vittime della criminalità organizzata alle vittime del terrorismo.
IL REGIME CARCERARIO DI CUI ALL'ART. 41 BIS DELL’ORDINAMENTO PENITENZIARIO.
La Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, in adempimento delle previsioni contenute nell'art. 1, comma 1, lett. c) della legge istitutiva, aveva il compito di verificare l'attuazione delle disposizioni di cui alla legge 23 dicembre 2002, n. 279, relativamente all'applicazione del regime carcerario di cui all'articolo 41 bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, alle persone imputate o condannate per delitti di stampo mafioso.
A tal fine, la Commissione aveva già programmato una serie di attività dirette sia ad accertare la congruità della normativa vigente, sia a verificare le modalità attraverso le quali viene concretamente applicato il regime di detenzione speciale.
Le disfunzioni registrate nel contesto della concreta operatività dell'istituto rendevano, infatti, urgente l'approfondimento della problematica in ordine alle loro cause ed ai possibili rimedi per farvi fronte.
In tale contesto, si è proceduto all’audizione del Ministro della Giustizia Clemente Mastella.
Nella seduta della Commissione del 3 maggio 2007, il Guardasigilli ha svolto una approfondita disamina relativa al funzionamento del regime di detenzione speciale evidenziando il forte incremento, a partire dal 2003, dei ricorsi e degli annullamenti dei provvedimenti applicativi, come conseguenza della nuova normativa.
Secondo gli ultimi dati disponibili, aggiornati al 20 aprile 2007, il numero dei decreti ministeriali annullati dalla magistratura di sorveglianza sono passati dai 29 del 2001, agli 89 del 2006.
Per fornire qualche ulteriore elemento in grado di rappresentare un quadro generale della delicata situazione, è sufficiente osservare come i nuovi decreti di applicazione siano in netta diminuzione (più della metà : dai 151 del 2001 ai 70 del 2006), al pari dei detenuti sottoposti al regime differenziato del 41 bis (passati dai 645 del 2001 ai 526 del 2006), per poi potersi rendere pienamente conto della necessità di un intervento normativo che modifichi la vigente disciplina.
Vale anche la pena di precisare che, secondo il Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, Piero Grasso[3], alla fine di gennaio del 2007 i detenuti al regime differenziato sono passati a 455.
Lo scioglimento anticipato delle Camere ha indubbiamente impedito la prosecuzione dell'attività d'inchiesta programmata dalla Commissione.
[1] Sull’area avellinese ha riferito, in sede di audizioni, la dott.ssa Troncone, sostituto Procuratore componente della DDA di Napoli.
[2] Nota del 20 giugno 2007 della Ragioneria Generale dello Stato.
[3] Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare. Audizione del Procuratore nazionale antimafia del 7 febbraio 2007.
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mercoledì 26 marzo 2008
Il gruppo dei Casalesi
Con riferimento alla situazione della criminalità organizzata nella provincia di Caserta le novità emerse dalle più recenti investigazioni dimostrano come, pur in un quadro di apparente stabilità, sia in atto una significativa trasformazione della realtà criminale non soltanto sul versante più strettamente militare ma, anche e soprattutto, su quello dei rapporti con il mondo delle imprese e delle istituzioni.
Anticipando qui alcune conclusioni, può certamente affermarsi che, malgrado siano stati inflitti colpi durissimi – anche sul piano patrimoniale – a seguito delle attività della polizia giudiziaria e della magistratura, il controllo del territorio resta fortissimo soprattutto per la capacità mimetica dei sodalizi operanti sul territorio, organizzati più sulla falsariga di quelli siciliani che non sullo schema di quelli napoletani.
Il gruppo malavitoso che resta il più forte è quello dei casalesi che opera nella quasi totalità della provincia e, in particolare, nell’agro aversano (e cioè in quella zona confinante con la provincia sud di Napoli), in tutta la zona detta dei “mazzoni”, su parte del litorale domizio facente parte del comune di Castelvolturno compreso il cosiddetto Villaggio Coppola.
Il clan dei casalesi risulta mantenere formalmente salda la sua struttura unitaria, di tipo piramidale con un gruppo di comando e con una cassa comune in cui confluiscono i proventi illeciti per l’erogazione centralizzata di uno stipendio ai quadri del gruppo.
Le leve del comando fino a poco tempo fa erano saldamente nelle mani della diarchia costituita da Schiavone Francesco detto Sandokan e Bidognetti Francesco, i quali, malgrado fossero detenuti in regime di cui all’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario, riuscivano ad imporre le proprie direttive quantomeno sulle vicende di maggiore rilevanza.
Accanto ai due soggetti sopra citati, in una posizione lievemente inferiore, si posizionavano Zagaria Michele e Iovine Antonio, entrambi da lunghissimo tempo latitanti e, pur nella loro autonomia, collegati più strettamente al gruppo Schiavone.
Tutti i soggetti citati avevano propri gruppi di riferimento che operavano su specifiche zone di influenza o in particolari settori, pur nella consapevolezza di far parte di una struttura unitaria. La situazione si è, però, negli ultimi tempi significativamente modificata.
Il gruppo Bidognetti è ormai da ritenersi in totale rotta[1]. Nel corso di quest’ultimo anno, poi, alla collaborazione di Diana Luigi si sono aggiunte quelle particolarmente importanti del cugino del capo, Bidognetti Domenico detto bruttaccione, che aveva avuto importanti incarichi di vertice, e poi, persino, della compagna del boss Francesco, Carrino Anna. Se questi dati vengono letti unitamente alle pesantissime condanne (ad esempio, il Bidognetti Francesco è stato, nel corso dell’anno, condannato più volte all’ergastolo, così come il figlio Aniello) inflitte a numerosi esponenti del clan, può giungersi alla conclusione di un pesante e definitivo ridimensionamento del gruppo che già da tempo, del resto, era in posizione subordinata rispetto a quello di Schiavone.
All’interno del gruppo Schiavone, rimasto sostanzialmente egemone, sono pure in atto importanti movimenti per ricostruire gli equilibri di potere; la leadership di Schiavone Francesco è di fatto offuscata da varie condanne all’ergastolo – sia pure ancora in primo grado – che hanno riguardato anche il fratello Walter ed il cugino omonimo detto Cicciariello.
All’interno del gruppo sembra farsi strada il figlio di Francesco Schiavone, Nicola, personaggio tuttora incensurato e particolarmente defilato rispetto alle attività di carattere militare ma molto attivo nel campo imprenditoriale con solidi rapporti nel Nord Italia e nell’Europa dell’est.
Il controllo e la gestione del territorio appare sempre più monopolizzata dai gruppi di Michele Zagaria e Antonio Iovine.
La loro presenza sul territorio, sia pure in situazione di latitanza, li sta facendo assurgere a veri capi del clan, grazie anche alla loro capacità di inserirsi nel tessuto delle relazioni economiche non solo locali.
Zagaria e Iovine stanno, infatti, sempre più trasformando i loro gruppi in imprese con una capacità di controllo di interi settori economici (dalle costruzioni, al movimento terra, al ciclo del cemento alla distribuzione dei prodotti), accompagnata dal tentativo di farsi coinvolgere il meno possibile nelle attività “sporche”, interloquendo con l’imprenditoria e con le istituzioni anche di altre realtà non solo campane[2].
Secondo quanto emerso dall’audizione dei sostituti della Procura distrettuale di Napoli[3], da questo quadro criminale in evoluzione – caratterizzato ad oggi da un livello bassissimo di violenza e da rari omicidi posti in essere con modalità “chirurgiche”– potrebbero scaturire anche gravi fatti di sangue contro esponenti delle istituzioni, per la necessità dei nuovi vertici del gruppo sia di dimostrare la capacità di imporsi sul territorio sia di dare “soddisfazione” ai numerosi detenuti condannati con pene pesantissime sia, infine, di impedire nuove scelte collaborative.
Del resto, è recente la conclusione del più importante dibattimento riguardante il clan (noto come Spartacus I): con la sentenza, emessa dopo oltre sei anni di dibattimento, sono stati inflitti centinaia di anni di carcere, oltre 20 ergastoli e confiscati beni per svariati milioni di euro. L’esito del processo, assai negativo per il clan, potrebbe dare la stura ad una ripresa di azioni violente anche eclatanti.
La Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha evidenziato come sia in atto un impegno significativo per giungere alla cattura dei due latitanti di spicco, e cioè i citati Zagaria e Iovine; il loro arresto rappresenterebbe soprattutto in questa fase un indebolimento del clan che potrebbe persino essere fatale.
Dalle indagini è emerso che il clan dei casalesi è particolarmente infiltrato nelle istituzioni politiche e burocratiche della provincia e capace di condizionare il voto soprattutto con riferimento alle elezioni amministrative.
Lo dimostrano in modo inequivoco le numerose commissioni d’accesso predisposte dalla Prefettura di Caserta e i numerosi scioglimenti di comuni della provincia.
E’ prepotentemente ritornato anche il voto di scambio - effettuato, in alcuni casi, direttamente con esponenti della criminalità organizzata - sia con il pagamento di somme di denaro sia con la promessa di favori e di posti di lavoro.
Preoccupante è quanto emerso con riferimento ad uno dei comuni simbolo del potere del clan, San Cipriano d’Aversa; le indagini hanno dimostrato come era stato assunto da tempo come vigile urbano il fratello del latitante Iovine Antonio, e costui svolgeva di fatto un ruolo di vera e propria dirigenza dell’ufficio, all’interno del quale venivano svolte illecite attività e consumata droga.
Pure preoccupante è quanto è stato acclarato nelle indagini su uno dei settori più lucrosi fra quelli connessi al denaro pubblico e cioè la gestione del sistema rifiuti.
Il clan dei casalesi era stato in passato indicato come particolarmente attivo nel trasporto e smaltimento di rifiuti tossici ed erano emersi legami persino fra la massoneria deviata ed il sodalizio, finalizzati a far giungere tonnellate di rifiuti tossici e speciali dal nord al sud.
La DDA ha dimostrato come il clan si sia infiltrato anche nel settore della raccolta legale dei rifiuti.
E’ emblematica l’indagine sul consorzio di comuni CE 4, operante nei comuni di Mondragone ed in altri del litorale domizio; sono stati arrestati per reati associativi o comunque per delitti collegati alle attività del clan sia gli imprenditori, partner privati della società mista che doveva occuparsi della raccolta dei rifiuti, sia i vertici del Consorzio, sia numerosi affiliati del clan[4].
Sono state segnalate strane compravendite di terreni nella zona di Villa Literno, terreni successivamente affittati al Commissariato di Governo per il ricovero provvisorio di ecoballe con pagamenti di prezzi molto elevati e senza che il posizionamento dei rifiuti scatenasse alcuna polemica in popolazioni in altre occasioni apparse pronte ad azioni anche di forza per evitare aperture di discariche, siti di stoccaccio etc.
I soggetti che hanno stipulato i contratti di locazione sono risultati in molti casi imparentati ad esponenti del clan.
Si tratta di elementi che, letti unitariamente, dimostrano come il clan dei casalesi abbia ottenuto sistematici vantaggi dalla gestione dell’emergenza rifiuti grazie evidentemente anche a connivenze delle istituzioni politiche e burocratiche.
Per quanto riguarda le altre zone del casertano, partendo dal litorale domizio, va segnalato che in Mondragone, dopo la totale eliminazione del sodalizio facente capo alla famiglia La Torre ed alla scelta di collaborare effettuata dal capo di quel gruppo si è ricostituito un gruppo criminale che ha recuperato vecchi affiliati di seconda fila. Il nuovo gruppo ha iniziato una violenta campagna di attentati contro esercizi commerciali e imprenditori per l’imposizione del pizzo e sta gestendo il traffico di droga sul litorale. La scarsissima forza del gruppo – e soprattutto l’assenza di una vera rappresentanza esterna – lo rende di fatto ormai assoggettato a quello casalese che è già in grado di gestire in zona le più importanti vicende estorsive.
Nella zona di Sessa Aurunca opera il tradizionale gruppo diretto da Mario Esposito (detenuto in regime ex art. 41 bis ordinamento penitenziario) e da Gaetano Di Lorenzo (arrestato in Spagna dopo una lunga latitanza e solo di recente estradato e sottoposto al regime ex art. 41 bis citato). Il gruppo, rispetto, al passato appare significativamente indebolito.
Nella zona di Marcianise–Maddaloni, a confine sia con il napoletano sia con il beneventano, opera il clan Belforte; si tratta di un gruppo – l’unico della zona – erede della NCO di Cutolo, ma oggi anch’esso alleato - quantomeno non più contrapposto - con i casalesi; la zona su cui esercita il suo predominio criminale è caratterizzata da un importante sviluppo industriale e commerciale; vi è, infatti, un importante interporto ed un centro orafo di notorietà nazionale (il Tarì).
E’ un gruppo che ha subito nell’ultimo periodo colpi durissimi che lo hanno decisamente ridimensionato anche se non completamente eliminato.
Nella zona fra Marcianise e Caserta stava nascendo un nuovo gruppo criminale che per forza e capacità di espandersi sul territorio era destinato a diventare molto potente; si tratta di un cartello fra clan facente capo a Perreca Antimo.
Costui, scarcerato nel 2003 dopo essere stato condannato nel processo cd Spartacus II come partecipe del clan dei casalesi e capozona di Recale, stava mettendo a frutto tutta una serie di rapporti e conoscenze consolidati in carcere.
Il Perreca era riuscito, infatti, a stringere un’alleanza di ferro con il gruppo di San Felice a Cancello facente capo alla famiglia Massaro con il neonato gruppo Fragnoli di Mondragone e, grazie all’alleanza anche con il gruppo Pagnozzi – operante in San Martino Valle Caudina –, aveva iniziato ad espandersi nella zona di Benevento ed in parte dell’avellinese.
Il Perreca aveva, inoltre, creato un forte legame con uno dei potenti gruppi camorristici napoletani operanti soprattutto nel settore dello spaccio e cioè quello dei Birra di Ercolano.
Il gruppo che non si poneva – almeno in questa prima fase - in alternativa a quello casalese aveva l’obiettivo ulteriore di scalzare i Belforte da Marcianise in modo da impossessarsi delle numerose attività illecite presenti in quel contesto.
L’operazione non sembra, però, andata a buon fine perché, a seguito dell’emissione di ordinanze cautelari nei confronti del gruppo Massaro, hanno deciso di collaborare con la giustizia alcuni esponenti di primo piano del gruppo.
L’opzione collaborativa ha permesso di conoscere in tempo i piani criminali del Perreca che è stato raggiunto da ordinanza cautelare per omicidio.
Nell’alto casertano - nella zona di Pignataro - opera un gruppo (costituito dalle famiglie Papa, Ligato e Lubrano) che in passato era strettamente collegato con la famiglia mafiosa dei Nuvoletta di Marano e con i corleonesi di Riina. Il gruppo è risultato fortemente indebolito sia dall’omicidio del figlio del capo storico Lubrano, sia dalla definitiva condanna all’ergastolo per l’omicidio Imposimato inflitta allo stesso Lubrano, sia -infine- dall’arresto di Ligato Raffaele, anch’esso condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio Imposimato.
NOTE:
[1] Con l’arresto di uno dei leader incontrastati di quel gruppo, Guida Luigi, detto Gigino o drink, il gruppo era gestito da soggetti minori di non riconosciuto spessore criminale.
[2] In questo senso va rimarcata l’importante attività di indagine conclusa dalla DDA con riferimento al gruppo Zagaria, che oltre a portare all’arresto dei tre fratelli del latitante e di numerosi affiliati, ha fatto emergere infiltrazioni nel Nord Italia, dove il clan aveva investito nel settore delle costruzioni fino ad arrivare a gestire un cantiere nella centralissima zona di via S. Lucia di Milano. Nell’indagine sono stati arrestati vari imprenditori, fra cui due immobiliaristi di Parma – di recente anche condannati per partecipazione ad associazione camorristica – e sequestrate varie società immobiliari tutte operative al Centro Nord. Il gruppo Zagaria, del resto, era risultato il gestore della distribuzione, in sistema di illegale monopolio, del latte per l’intera provincia di Caserta per conto di uno dei principali gruppi italiani in esso operanti.
[3] In particolare, una esaustiva panoramica è stata offerta, relativamente all’area casertana, dai dottori Cantone e Sirignano, sostituti procuratori componenti della DDA di Napoli.
[4] Nell’indagine è risultato coinvolto anche il sindaco di Mondragone, di recente dimessosi dall’incarico, che avrebbe beneficiato durante l’ultima campagna elettorale del sostegno elettorale e di assunzioni di favore da parte del consorzio e della società mista. L’investigazione ha sfiorato anche il Commissariato straordinario di governo per l’emergenza dei rifiuti, nel cui ufficio è risultato essere stato assunto un tecnico sponsorizzato dai vertici della società mista.
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lunedì 24 marzo 2008
I rapporti tra camorra e sistema amministrativo
[...] L’instaurazione di rapporti privilegiati con i vari livelli dell’apparato amministrativo pubblico, come si è detto, è uno dei segni caratterizzanti dell’agire camorristico.
Occorre, invero, a tale riguardo, distinguere le aree direttamente collegate al territorio del capoluogo (in cui pure si registrano allarmanti e ripetuti fenomeni di inquinamento e condizionamento mafioso degli enti locali, allo scopo di gestire volumi di ricchezze -dirette e indirette- non indifferenti), nelle quali l’operatività delle infiltrazioni camorristiche si esprime su basi estemporanee e attraversa fasi di conflittualità interne, dalle aree dei comuni più importanti che sono collocati ad una certa distanza dal capoluogo regionale. In questi casi, infatti, le organizzazioni mafiose presentano una maggiore capacità pervasiva nelle istituzioni: il dato è confermato dal rilevante numero di comuni di questo tipo sciolti per condizionamento camorristico.
A fronte del dato oggettivo del grande numero di enti comunali sciolti, i magistrati auditi hanno delineato uno scenario ancora più allarmante, suffragato dalle evidenze processuali relative ad una impressionante serie di contaminazioni degli apparati amministrativi pubblici.
Rappresentano un catalogo antologico degli elementi che sono stati raccolti: le frequentazioni sistematiche, da parte di consiglieri comunali, assessori e talvolta anche dei sindaci, di esponenti dei clan camorristici; l’affidamento reiterato di appalti in violazione della normativa antimafia (mancata richiesta di certificazioni, ovvero artati frazionamenti degli importi dei lavori da affidare, sul fallace presupposto della sussistenza della somma urgenza, in maniera da eludere gli obblighi normativi); il rilascio ripetuto di autorizzazioni edilizie irregolari -anche in relazione ad interventi urbanisticamente assai rilevanti- in favore di soggetti appartenenti ai clan o ad essi contigui; le inerzie e le omissioni nelle demolizioni ovvero nelle acquisizioni al patrimonio comunale dei manufatti abusivi quando risultino nella titolarità di soggetti collegati ai clan; il supporto diretto da parte di esponenti della criminalità organizzata a candidati eletti in competizioni amministrative; il sostegno dato da amministrazioni comunali a feste popolari che vedono l’intervento in prima persona di esponenti dei clan agli eventi di piazza[1].
E’ stato osservato che la camorra di città è una camorra che media sui mercati legali, ossia pratica l’estorsione. Ma gestisce, come si è visto, anche i mercati illegali.
La contraffazione è uno dei settori che sta acquisendo sempre più spazio (per la elevatissima lucrosità a fronte di un rischio sanzionatorio ridotto, e -purtroppo- per una sottovalutazione generale dei vantaggi che esso procura alle organizzazioni camorristiche) nell’ambito delle attività illegali, aprendo la strada anche a collegamenti dei gruppi delinquenziali napoletani con associazioni criminali di etnia diversa.
Il primo riferimento è rivolto all’ininterrotto flusso di merci che trova la sua origine in Cina: nel corso delle audizioni sono state richiamate le investigazioni, non recentissime, che hanno condotto ad individuare gli investimenti operati in quel Paese da clan camorristici (soprattutto Alleanza di Secondigliano) e le cointeressenze da questi realizzate con riferimento alla produzione di indumenti falsi e prodotti informatici e musicali clonati (CD e DVD masterizzati abusivamente).
Questo è il nuovo grande business che le organizzazioni camorristiche hanno imparato a gestire direttamente, trasformandolo in uno dei principali mercati per il reinvestimento dei capitali illeciti. In proposito, sono giunte assai puntuali le considerazioni circa la incongruità dei presidi normativi che impongono di configurare i fatti quali delitti in tema di falso, anche se risulta evidente la necessità di una loro collocazione nella più grave e ampia categoria dei delitti contro l’economia[2].
Giova rilevare, infine, che anche la criminalità minorile è in aumento: desta allarme soprattutto il numero elevatissimo di minori che commettono reati (anche di criminalità organizzata) insieme con i maggiorenni. Si tratta di giovanissimi che provengono da famiglie problematiche e che presentano un tasso di scolarizzazione estremamente basso: finiscono per costituire una sorta di bacino di alimentazione permanente della manovalanza camorristica.
E’ stato, infine, segnalato anche l’interesse della camorra, dopo il mercato immobiliare, il commercio e i supermercati, per il mercato del tempo libero (anche all’estero), che rappresenta un settore di sicura redditività: villaggi turistici, parchi di divertimento, agenzie di viaggio.
L’analisi delle infiltrazioni della criminalità organizzata nel ciclo dei rifiuti in Campania non può prescindere dalla considerazione degli effetti prodotti dall’abnorme perdurare del regime commissariale.
Ed infatti, accanto ad una sempre più accentuata egemonia del mercato illecito relativo allo smaltimento dei rifiuti industriali, dove la camorra -soprattutto dell’area casertana- può vantare una indiscussa primogenitura, la condizione emergenziale, che affligge la gestione dei rifiuti solidi urbani in Campania da quattordici anni, ha rappresentato per molti sodalizi camorristici la strada attraverso la quale incrementare stabilmente le proprie fonti di reddito ed accrescere il controllo su territorio ed enti locali.
La domanda sempre crescente di erogazione di denaro pubblico, spesso destinato al mero mantenimento delle strutture burocratiche di governo dell’emergenza; la creazione di enti di intermediazione (in primis, i consorzi) sovente rivelatisi impropri ammortizzatori sociali, a causa del pesante fardello di lavoratori non impiegati in alcuna attività connessa al ciclo dei rifiuti; la possibilità di derogare alle regole dell’evidenza pubblica, nell’assegnazione di appalti e contratti; la sovrapposizione di competenze con la conseguente polverizzazione delle fasi decisionali, hanno posto le condizioni perché la criminalità organizzata potesse agevolmente penetrare in tutte gli snodi decisionali e svolgere il proprio ruolo di intermediazione, con particolare riferimento all’erogazione della spesa.
Sul versante imprenditoriale, in particolare, le imprese camorristiche hanno colto le opportunità offerte dalla condizione emergenziale sfruttandone i gangli più redditizi: dal trasporto dei rifiuti, soprattutto fuori regione, alla individuazione e compravendita dei siti da destinare alle discariche di servizio e all’impiantistica.
Tuttavia, il danno cagionato dall’intreccio fra camorra ed emergenza-rifiuti non si è arrestato alla deviazione, pressoché istituzionalizzata, della spesa pubblica destinata all’avvio di un ciclo industriale dei rifiuti.
In questi anni, infatti, il groviglio di interessi e di inefficienze, di mala amministrazione e interessi criminali, proprio della gestione del non-ciclo dei rifiuti, ha esteso le proprie ramificazioni tumorali a tal punto da toccare in modo significativo l’intero sistema politico-economico della Campania, che ha visto nei flussi finanziari connessi all’emergenza-rifiuti un’opportunità di gestione del consenso e di avvio di attività imprenditoriali tanto lucrose quanto di asfittico respiro.
Non solo.
E’ accaduto, infatti, che porzioni anche apicali della pubblica amministrazione e della stessa struttura commissariale, in questa condizione di opacità istituzionale e politica, abbiano concluso con imprese collegate alla criminalità organizzata campana vere e proprie joint ventures, consentendo a queste ultime di sfruttare i canali dell’emergenza anche per i traffici illeciti di rifiuti speciali.
Tutto ciò ha condotto inevitabilmente al progressivo incrinarsi del rapporto di fiducia fra comunità locali ed istituzioni. Il potere camorristico, poi, ha finito con l’essere percepito -e spesso sbrigativamente presentato- come la causa ultima dell’emergenza rifiuti, così impedendo una seria analisi delle cause della stessa e quindi un’efficace identificazione dei percorsi di fuoriuscita.
L’esito, paradossale ma non inspiegabile, è quello di una camorra che -più che fomentare rivolte di piazza contro l’apertura di discariche e siti di stoccaggio provvisorio- osserva interessata l’evoluzione dell’ennesima emergenza; in attesa di poter approfittare di una fase in cui l’esigenza di interventi rapidi non consente di condurre verifiche approfondite sulla trasparenza delle imprese chiamate a cooperare; in attesa, soprattutto, di potersi presentare agli occhi delle comunità locali come coloro che hanno difeso i territori dall’occupazione da rifiuti.E così rischia di svanire anche la memoria dell’oltraggio compiuto dalla camorra su quegli stessi territori, spesso trasformati in lucrose discariche da rifiuti tossici.
[1] Le accurate riflessioni in proposito sono state fornite alla Commissione dal dott. Fragliasso, magistrato della DDA della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli.
[2] Il dott. Lucio Di Pietro, Procuratore nazionale antimafia aggiunto, ha sottolineato con vigore l’opportunità di procedere ad un riassetto normativo del settore, prevedendo anche la competenza distrettuale per le nuove fattispecie di illecito in tema di contraffazione, al fine di assicurare per intero a siffatto settore le potenzialità investigative del sistema DDA-DNA e l’efficacia del coordinamento già garantita ai delitti di cui all’art. 51 comma 3 bis del codice di procedura penale.
(4. continua)
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sabato 22 marzo 2008
Buona Pasqua a tutti...
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venerdì 14 marzo 2008
Relazione Antimafia (III parte)
Le estorsioni, come sopra evidenziato, rappresentano lo strumento principale di arricchimento dei clan camorristici. Al contempo, esse costituiscono la manifestazione più immediata della capacità di controllo delle organizzazioni criminali rispetto alle aree territoriali di rispettiva pertinenza.
Nei periodi esaminati, sulla base delle dichiarazioni raccolte, si è registrato un graduale aumento delle denunce.
Ciò rappresenta un dato simbolico assai importante anche se, in termini percentuali, costituisce una frazione irrisoria rispetto alla estensione del fenomeno.
Il trend positivo si è sicuramente giovato dell’ottimo rapporto che le forze dell’ordine hanno saputo intessere con le associazioni di categoria, soprattutto con le associazioni imprenditoriali del settore edilizio; meno efficace è stato, invece, il coinvolgimento del mondo commerciale.
Fondamentale si è rivelato l’apporto dei comitati antiracket, soprattutto nella città di Napoli, ma anche nelle realtà della provincia ove sono presenti.
Essi sostengono la scelta del cittadino, vittima di estorsione, di denunciare i suoi aguzzini e di collaborare con l’autorità giudiziaria. Tale supporto si rivela assai importante, sul piano psicologico, durante le fasi delle indagini e fino al dibattimento; ma assicura anche, attraverso il ricorso a tutte le provvidenze previste dalla legislazione antiracket, l’indispensabile contributo per la ripresa dell’attività economica aggredita.
Sul versante strettamente giudiziario, è stato valutato con particolare soddisfazione il ricorso allo strumento del fermo di indiziati di delitto (art. 384 del codice di procedura penale), in quanto idoneo ad interrompere l’evento criminoso in atto e a realizzare -con immediatezza- l’intervento cautelare necessitato dall’esigenza di prevenire la reiterazione dei fatti, l’intimidazione della vittima e la fuga dell’autore del reato.
Il narcotraffico è l’altro settore centrale dell’economia illecita gestita dai clan.
E’ stato osservato che può ritenersi assodato il collegamento indefettibile che, da qualche tempo, pone in relazione tale attività delinquenziale con la stragrande maggioranza degli omicidi nel napoletano: si spara e si uccide quasi esclusivamente per il controllo delle piazze degli stupefacenti.
Contrastare il narcotraffico, dunque, consente di arginare anche la violenza omicidiaria che si abbatte, con cadenza quasi quotidiana, lungo le strade cittadine e della provincia.
In questa direzione, la DDA partenopea ha avviato un’imponente attività di contrasto sul piano delle rotte internazionali dei traffici di sostanze stupefacenti, attivando tutti gli strumenti di cooperazione istituzionale internazionale, procedendo ad innumerevoli rogatorie e avviando una campagna di sensibilizzazione -circa la rilevanza criminale e criminogena del settore- presso Paesi esteri, tra i quali, in primo luogo, l’Olanda.
Gli elementi raccolti dalla Commissione inducono ad affermare l’esistenza di esiziali intrecci tra camorra, affari e politica che attestano il pesante condizionamento che la criminalità svolge sullo sviluppo economico regionale.
L’economia criminale non solo corrompe il tessuto sano dell’economia legale, alterando i meccanismi concorrenziali e gli equilibri di mercato, ma crea aree di consenso sociale all’interno delle quali si generano perversi ed innaturali rapporti in cui sembra smarrito definitivamente il senso delle regole: si rompe il confine tra aggressore e vittima. Le indagini giudiziarie hanno dimostrato che le imprese appaltatrici di lavori pubblici, in molti casi, hanno richiesto ai gruppi mafiosi i capitali per finanziare i propri affari.
E da questo rapporto collusivo scaturiscono spazi per attività di riciclaggio, ma anche per la creazione di cordate anomale che pilotano l’assegnazione degli appalti e garantiscono la suddivisione dei subappalti. In una espressione: il controllo affaristico-mafioso delle più significative attività economiche sul territorio.
La relazione del coordinatore della DDA ricorda, sul punto, come i costi di questo rapporto tra clan ed imprese vengano scaricati sulla collettività: revisioni indebite dei prezzi, ricorso alle false fatturazioni, ecc.
Ma il descritto legame trova la sua possibilità di determinarsi e produrre risultati grazie alla arrendevolezza e alla permeabilità delle istituzioni rappresentative locali.
Si determina un circolo vizioso nel quale la politica si presta a fare la sua parte nella gestione degli scambi e dei favori reciproci: gli affidamenti vengono dirottati verso le imprese amiche in cambio di vantaggi di vario tipo e queste subappaltano i lavori alle imprese malavitose.
Se all’epoca della ricostruzione post terremoto l’intreccio degli interessi affaristico-politico-mafiosi si traduceva in veri e propri comitati di affari che stringevano un patto con prestazioni corrispettive -aventi il fine ultimo della spartizione degli enormi flussi dei finanzamenti riversati in quegli anni sulla Campania per la realizzazione delle imponenti opere edilizie-, successivamente le imprese criminali hanno puntato sulla diversificazione, aggredendo ulteriori mercati rispetto al settore edilizio.
Oggi l’impresa criminale usa sofisticati sistemi per trasferire i capitali accumulati verso attività lecite e imprese pulite: continui mutamenti degli organigrammi societari, creazione di catene di società contenitori, realizzazione di aggregazioni tra imprese.
Questo nuovo ceto di "imprese legalizzate" non necessita più, in molti casi, di far valere la forza intimidatrice dell’organizzazione camorristica da cui promana: per acquisire e consolidare la propria posizione dominante sul mercato (legale) di riferimento è sufficiente la forza del denaro, di cui dispone in misura tendenzialmente illimitata.
La posizione di vantaggio così conquistata si alimenta attraverso pratiche impositive di taluni prodotti commerciali di cui altra (o la stessa) impresa criminale si rende distributrice: al già noto interesse dei clan nel settore della macellazione delle carni e della relativa distribuzione, oggi si aggiunge la distribuzione del caffè, delle acque minerali, dei derivati del latte per la produzione casearia, dei mangimi destinati al mercato animale.
Viene sottolineato, nella articolata rassegna prospettata sul punto alla Commissione antimafia dal coordinatore della DDA napoletana, come la descritta presenza delle attività camorristiche nei mercati economici e produttivi legali si accompagni con un corredo nutrito di "reati satelliti".
Ci si riferisce alle violazioni in materia di indebita percezione di contributi e provvidenze nazionali e comunitarie, alle frodi in materia di IVA infracomunitaria, alla importazione e commercializzazione di materie prime e prodotti alimentari non assoggettati ai prescritti controlli di igiene e qualità, alla fornitura di merci "in nero" e, quindi, eludendo l’imposizione fiscale, alle estorsioni mascherate da forniture di merci (in realtà attraverso meccanismi di obbligo all’acquisto da parte dei commercianti sottoposti alla pressione intimidatoria). E’ paradossale rilevare, a tale riguardo, come la convenienza del prezzo di fornitura di dette merci renda più remota l’eventualità che il commerciante estorto si determini a denunciare la fornitura coattiva che subisce: egli trova, in altri termini, il proprio tornaconto economico a proseguire nel rapporto "economico" con l’impresa camorrista.
Ma è il settore degli appalti, ragionevolmente, quello che conserverà anche nei mesi a venire, il settore privilegiato dell’azione captativa delle organizzazioni criminali.
Il tradizionale sistema dell’offerta più bassa (individuata grazie a complicità presso le stazioni appaltanti, ovvero realizzata in forza di interventi "dissuasivi" presso le altre imprese partecipanti) sembra, oggi, essere stato soppiantato da nuove strategie dirette a rendere sempre meno intelligibili i meccanismi di aggiramento della normativa in tema di appalti pubblici.
Il sistema accertato è quello della "cordata imprenditoriale", ossia della partecipazione ad una medesima gara (individuata quale appetibile per le esigenze dell’organizzazione criminale) da parte di una pluralità di imprese, collegate tra loro e tutte riconducibili al medesimo disegno camorristico, che formulano offerte molto simili tra loro (pochi decimi di differenza) in maniera da alterare e condizionare la media generale e determinare l’assegnazione dell’appalto ad una delle imprese della cordata.
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lunedì 10 marzo 2008
Relazione Antimafia (II parte)
[...] L’azione investigativa da parte delle forze dell’ordine e degli uffici specializzati nella lotta alla criminalità organizzata è attestata, con riferimento ai primi sei mesi del 2007, da un’operazione anticamorra ogni tre giorni. Nello stesso periodo sono stati operati circa mille arresti (esecuzione di misure cautelari e altro) con riguardo a fatti di natura camorristica. Tale impegno si inquadra, più complessivamente, nello sforzo per la repressione di ogni tipo di illegalità: in un anno (dati del luglio 2007) la Polizia di Stato ha proceduto a circa undicimila arresti.
Nell’anno 2006 la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha effettuato sequestri preventivi (e, quindi, nell’ambito di procedimenti penali) di beni per un valore complessivo pari a circa 115 milioni di euro. Nei primi sei mesi del 2007 il dato indica un trend in crescita: 135 milioni di euro.
Analogamente, nel 2006, per effetto di indagini giudiziarie (e con esclusione, quindi, dei sequestri di iniziativa della polizia giudiziaria) è stata sequestrata oltre una tonnellata di cocaina; nei primi sei mesi del 2007 il dato corrispondente ascende a ben 790 chilogrammi.
A fronte dell’illustrazione dettagliata delle importanti e numerosissime operazioni di contrasto alle organizzazioni camorristiche realizzate anche nel 2007, a conclusione di indagini complesse, va dato atto alle forze di polizia e alla Direzione distrettuale antimafia della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli di aver operato con impegno ed efficacia.
In particolare, merita di essere sottolineato il proficuo approccio metodologico che risulta sistematicamente adottato dalla DDA partenopea e che è stato sintetizzato nella necessità di assicurare "la continuità dell’azione di contrasto".
L’obiettivo è quello di opporre al metodo mafioso del radicamento sul territorio, il controllo investigativo del medesimo territorio, senza tralasciare alcuna area. Un sistema di indagini permanenti che non si fermino al momento dell’esecuzione delle misure cautelari, ma proseguano anche nei confronti del clan appena colpito dall’intervento giudiziario. E, così, nei confronti di tutti i clan del distretto, senza tregua.
L’altro pilastro portante della strategia del controllo investigativo del territorio è costituito dall’impulso fornito alla ricerca dei latitanti. La cattura degli affiliati (e, più ancora, dei boss) che si sottraggono ai provvedimenti restrittivi e continuano a gestire gli affari illeciti, magari proprio dai territori di origine dai quali ricevono protezioni e appoggi, rappresenta un elemento essenziale dell’azione di contrasto alla camorra. Non solo per neutralizzare pericolosi delinquenti e per sottrarre ai clan risorse umane ancora operative (talvolta preziose per l’economia dei ruoli organizzativi), ma per annientare, anche sul piano simbolico, l’immagine di impunità della camorra che le latitanze protratte alimentano nell’opinione pubblica.
E’ stato, peraltro, sottolineato come gli investimenti, in termini di uomini e impegno, nel settore della cattura dei latitanti, determinino un proficuo accrescimento delle conoscenze investigative (disvelamento della struttura organizzativa del clan, dei ruoli di copertura, dei rifugi, ecc.) che si dimostrano importanti anche ai fini delle indagini penali in senso stretto.
Non sono, peraltro, mancate le riflessioni sulle criticità emerse o non ancora superate.
Le carenze più gravi si riscontrano nello svolgimento dell’attività per l’intercettazione del patrimonio criminale, con particolare riguardo alle misure di prevenzione: assolutamente insoddisfacenti devono ritenersi i risultati registrati in questo settore che pure è stato ripetutamente indicato quale momento centrale del contrasto alla criminalità organizzata.
I cespiti immobiliari sottoposti a sequestro, pur ascendendo a valori tutt’altro che trascurabili, trovano una limitata corrispondenza nei beni che risultano poi assoggettati a confisca definitiva. E, complessivamente, rappresentano una parte irrisoria dei proventi e delle utilità generate dal sistema camorristico. E’ stato osservato, sul punto, che probabilmente sfugge alle capacità investigative, nonostante l’elevata qualificazione professionale dei magistrati e delle forze di polizia, la più gran parte dei flussi economici illeciti, indirizzati a forme di reinvestimento diverse dall’acquisto di beni immobili.
Va, inoltre, rilevato che se sul piano della repressione penale le forze dell’ordine e la magistratura inquirente hanno consolidato una rilevante capacità operativa, conoscitiva e analitica, il momento critico della risposta giudiziaria è costituito dai tempi troppo lunghi che intercorrono tra la chiusura della fase investigativa e l’adozione di provvedimenti cautelari. Ancora più dilatato è il lasso temporale che separa l’acquisizione della notizia di reato e la pronuncia giudiziaria (almeno di primo grado).
Si tratta, come è evidente, di disfunzionalità del sistema processuale comuni all’intero Paese. Ma in queste aree il ritardato intervento si traduce nel potenziamento dell’area di impunità per ogni forma di illegalità, determina la sfiducia dei cittadini verso la capacità dello Stato di arginare i fenomeni delinquenziali e avvalora -nell’immaginario collettivo delle popolazioni assoggettate- il falso mito dell’invincibilità delle forze camorristiche.
Il Prefetto di Napoli, Pansa, ha dato conto di una serie di progetti avviati proprio al fine di rimediare alle difficoltà citate. Ha riferito, in particolare, dell’iniziativa (a cura del Ministero della Giustizia, della Regione Campania, della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli e del Ministero della Funzione pubblica) volta ad assicurare l’assunzione di personale giudiziario da destinare all’affiancamento dei magistrati, in maniera da accelerare la definizione degli adempimenti burocratici del processo penale. Analoga iniziativa, ma con riferimento a categorie caratterizzate da un profilo professionale più basso, si intende attivare, dopo un opportuno e approfondito screening, attingendo nel mondo dei lavoratori socialmente utili e in altri settori del precariato professionale.
Laddove si dovesse rilevare l’inidoneità delle azioni descritte, si è pensato alla possibilità di ricorrere -al medesimo fine- a forme di lavoro interinale, finanziato dagli enti locali. Oppure a praticanti avvocati in tirocinio, ovvero ancora a stagisti dei corsi di specializzazione post lauream.
Deve conclusivamente riportarsi la pacata ma ferma riflessione operata dal Presidente del Tribunale di Napoli: "far funzionare la giustizia, tutti i settori della giustizia, è la prima forma di contrasto dell’illegalità mafiosa".
(2. continua)
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giovedì 6 marzo 2008
Atti della commissione Parlamentare Antimafia
Cari lettori,
dedicherò i prossimi post all'analisi sul fenomeno camorristico campano da parte della commissione parlamentare antimafia, pubblicando stralci della relazione finale della XV Legislatura.
Gli elementi conoscitivi acquisiti attraverso l’attività di inchiesta parlamentare
Nel corso delle audizioni, i rappresentanti istituzionali hanno offerto alla Commissione un quadro analitico delle caratteristiche e della consistenza dei vari clan camorristici operanti nel napoletano.
Hanno anche proposto chiavi di lettura delle caratteristiche organizzative dei predetti sodalizi: quelli che operano nell’area metropolitana di Napoli e nei comuni conurbati con il capoluogo presentano una struttura più duttile, meno gerarchizzata. Si assiste, in tali ambiti, ad un certo dinamismo delle alleanze tra i vari clan, unitamente alla flessibilità delle aree territoriali di competenza e alla variabilità delle attività illecite praticate. Quasi sempre tale realtà criminale è contrassegnata dal ricorso ad accordi tra i gruppi principali e quelli secondari, ai quali vengono affidati dai primi (attraverso una sorta di rapporto concessorio-autorizzatorio) taluni settori di attività illegale (distribuzione delle sostanze stupefacenti, in primis). Resta saldamente nelle mani dei clan principali l’attività estorsiva, intesa non solo quale mezzo importante di finanziamento dei sodalizi, ma anche quale espressione della forza intimidatrice del gruppo camorristico, della sua capacità di controllare il territorio e le manifestazioni di ricchezza che esso esprime.
Nei comuni più estesi della provincia e più distanti dal capoluogo, viene rilevata -invece- la permanenza delle caratteristiche tipologiche tradizionali dei clan camorristici: un controllo del territorio più marcato e capillare, un approccio più insistito verso il sistema imprenditoriale e verso l’apparato della Pubblica Amministrazione. In questi casi, la modalità d’azione non conosce soltanto gli strumenti propri della violenza intimidatrice, ma esplora anche meccanismi di infiltrazione, condivisione, collegamento.
Nello specifico il quadro situazionale non si discosta significativamente dalle consolidate analisi già illustrate anche alla Commissione parlamentare antimafia. Gli elementi di novità sono rappresentati dalla riorganizzazione del gruppo Mariano (nella zona dei quartieri spagnoli), in conseguenza delle operazioni giudiziarie e di polizia che hanno colpito i clan Terracciano e Di Biase.
Nella zona della Sanità, a seguito della collaborazione con l’autorità giudiziaria di alcuni esponenti del clan Misso, si è determinata l’espansione del clan Torino, forte dell’appoggio del clan Lo Russo.
Nei quartieri di Forcella, Maddalena e Duchesca le attività criminali, con la scomparsa dei Giuliano e la detenzione di diversi appartenenti al clan Stolder, sono passate sotto il controllo del clan Mazzarella.
Nell’area nord si è determinato un nuovo asse tra il clan Lo Russo e il clan Amato-Pagano, mentre il clan Di Lauro è rimasto isolato; il cartello contrapposto è costituito dagli storici clan Licciardi, Contini, Mallardo.
Va segnalato con soddisfazione l’avvenuto arresto, proprio in questi giorni, di Vincenzo Licciardi, irreperibile da tempo e incluso tra i trenta latitanti più pericolosi.
Nell’area occidentale viene rilevata una riorganizzazione del clan Puccinelli (rione Traiano); a Pianura, stante l’assenza dei clan Lago e Marfella, sono stati registrati tentativi di radicamento da parte del clan Varriale, prontamente neutralizzati da interventi di polizia e giudiziari.
Più in generale, risultano attivi tra Napoli e provincia circa 78 clan, con tremila affiliati. Ad essi vanno aggiunte le cellule criminali che "lavorano" per conto dei clan. Tutto ciò in un contesto sociale che presenta una media del 30% della popolazione con precedenti di polizia e che ha fatto registrare 64 omicidi nei primi sette mesi del 2007 (di cui 55 ascrivibili alla criminalità organizzata).
Sullo sfondo si stagliano i mali endemici dell’area napoletana: forte disoccupazione, alta densità abitativa, quartieri invivibili, degrado ambientale, accentuato dalla gravissima emergenza per i rifiuti.
Ne deriva una "spiralizzazione" delle dinamiche delinquenziali: i comportamenti violenti e aggressivi si intrecciano con le piccole illegalità, con la diffusa disattenzione alle minime forme di senso civico, costringendo le forze di polizia a investire risorse ed energie in compiti diversi da quelli loro affidati in via primaria.
Appare opportuno sottolineare, qui, l’obsolescenza dello stereotipo interpretativo che ascrive all’"emergenza camorristica" la funzione di spiegare (quasi giustificare) le logiche dell’illegalità fatta sistema.
E’ stato sostenuto, con rara lucidità, che la camorra non rappresenta un fatto emergenziale, ma è parte integrante, anche con le sue faide più sanguinose e con i suoi delitti più efferati, della storia di Napoli ed è elemento costitutivo della società dell’area metropolitana sviluppatasi intorno a Napoli.
Le organizzazioni camorristiche hanno imparato a muoversi con estrema efficienza sul piano transnazionale, stringendo alleanze con gruppi stranieri per la cogestione di traffici di sostanze stupefacenti e armi, per il contrabbando di merci contraffatte, per il trasporto e lo smaltimento di rifiuti di ogni genere (spesso tossici e nocivi), per il riciclaggio e il reimpiego dei proventi illeciti.
Esse, contestualmente, mantengono il controllo delle attività economiche che si svolgono nelle zone di rispettiva competenza, consentendo la presenza di gruppi organizzati stranieri (in particolare, slavi, colombiani, nigeriani e cinesi) soltanto in ruoli di cooperazione o di subordinazione.
Proprio questo intreccio tra "globale" e "locale" sembra esprimere il vero volto della camorra moderna.
Una realtà in cui, a differenza delle zone dominate dalla presenza di altre organizzazioni espressione del metodo mafioso (cosa nostra, ‘ndrangheta), i confini tra criminalità comune e mafiosa sono incerti: la camorra, d’altra parte, nasce proprio come organizzazione dedita al "prelievo" di una quota sui commerci e sulle attività illecite praticate sul territorio dalla malavita comune (contrabbando, gioco d’azzardo, prostituzione, ecc.).
E’ singolare rilevare, come viene fatto osservare dal dott. Roberti, che ancora oggi i bersagli privilegiati della camorra sono gli imprenditori meno propensi a denunziare le pressioni estorsive: i clan "giocano" non tanto sulla paura delle ritorsioni che gli imprenditori potrebbero subire, quanto sull’esigenza di questi di evitare di attirare l’attenzione dello Stato sui profili illegali delle attività svolte (evasione fiscale, acquisti di merce in nero, irregolarità nelle posizioni dei dipendenti, ecc.).
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Etichette: Commissione Parlamentare Antimafia
mercoledì 27 febbraio 2008
Ecco dove siamo andati a finire...
Cari lettori,
ecco a che cosa mi riferivo quando sono stato attaccato per la deriva autoreferenziale della nuova teologia antimafia, e del suo personaggio più rappresentativo, e del meccanismo dell'industria culturale italiana.
Leggete questo stralcio di un articolo pubblicato online su "Il Corriere del Mezzogiorno".
[...] Saviano all'impegno, in altre forme, non rinuncia: ieri, ad esempio, ha tenuto una lezione sul metodo investigativo alla Scuola Ufficiali della Guardia di Finanza di Ostia, davanti a un'affollatissima platea, tra cui spiccavano i vertici del corpo. E proseguono anche i suoi incontri con studenti di scuole e università [...]
E' normale che uno scrittore tenga una lezione ai militari della Guardia di Finanza su come si arrestano i camorristi? Povero Roberto Saviano, vittima di un sistema asfissiante che non gli lascerà più autonomia, portandolo a fare anche ciò che non dovrebbe. E poveri finanzieri, costretti ad ascoltare una lectio magistralis sul nuovo modo di combattere la criminalità organizzata: leggere Gomorra.
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lunedì 25 febbraio 2008
Camorra e gestione rifiuti
Cari lettori,
vi segnalo questa agenzia di stampa su camorra e rifiuti.
Il coinvolgimento della camorra nella gestione dello smaltimento dei rifiuti 'non puo' costituire un alibi nei confronti di altri personaggi che hanno le loro responsabilita''. Lo ha sottolineato il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore nel corso della conferenza stampa convocata per illustrare i particolari dell'operazione 'Eco boss' coordinata dalla Dda e condotta dai carabinieri del Comando Tutela ambiente Noe di Caserta e Roma e dal reparto territoriale di Aversa.Una indagine che prende spunto da una serie di intercettazioni telefoniche disposte negli anni scorsi nell'ambito di due diverse inchieste (Re Mida e Terra Bruciata) dalle quali emerse il fenomeno delle infiltrazioni della camorra, e in particolare del clan casertano dei Casalesi.'Per la prima volta e' stata dimostrata la gestione diretta da parte di organizzazioni criminali in questo traffico illecito', ha affermato il procuratore aggiunto Franco Roberti, coordinatore della Dda di Napoli. I pm Raffaello Falcone e Cristina Ribera si sono poi soffermati sui dettagli dell'indagine. Per i magistrati 'il volano della vicenda e' rappresentato in primo luogo dalla necessita' di trovare luoghi dove sversare i rifiuti', che provenivano in larga parte dalla Lombardia. Lo smaltimento illegale e' avvenuto negli anni scorsi 'con la complicita' di altri soggetti, anche figure istituzionali'.
A tale proposito sono state ricordate le false autocertificazioni redatte dalle aziende, con la complicita' degli esperti chimici, che dovevano attestare la tipologia dei rifiuti da trattare, i quali venivano poi smaltiti illecitamente nei terreni agricoli. 'Il materiale nocivo veniva cosi' declassificato', ha spiegato Falcone. Il magistrato ha citato, tra l'altro, recenti dichiarazioni del pentito Domenico Bidognetti, esponente del clan dei Casalesi. Il collaboratore ha ricordato come negli anni 1988 e 1989 l'attivita' di smaltimento dei rifiuti nel Casertano era soggetta alle estorsioni del clan: l'organizzazione comprese che i rifiuti costituiva una autentica 'miniera d'oro' e decise quindi di gestire tale attivita' 'in prima persona ottenendo guadagni doppi'. A tale scopo sarebbe stata costituita la societa' Ecologia '89 che provvedeva anche alle false certificazioni sul materiale. Il pm Ribera, a proposito dello sversamento nei terreni agricoli, ha affermato che l'inchiesta serve a sfatare il 'falso mito' di una camorra che non danneggia il proprio territorio, ricordando che i luoghi trasformati in discariche altamente inquinanti si trovano proprio nel cuore della zona controllata dalle cosche.
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venerdì 22 febbraio 2008
E a Beppe Grillo non dite nulla?
Cari lettori,
vi segnalo lo stralcio di una intervista a Beppe Grillo, pubblicata dal sito del "Corriere del Mezzogiorno".
NAPOLI - Beppe Grillo, sabato 23, c'è il «Munnezza Day» in piazza Dante a Napoli. Lei e i meetup napoletani «amicidigrillo» state scalpitando da mesi...
«Sì, sarò sul palco a Napoli - spiega il comico genovese a Corrieredelmezzogiorno.it - Verrò per dire innanzitutto una cosa»
Cosa?
«Napoletani, come cittadino italiano, a nome degli italiani, vi chiedo umilmente scusa per il modo in cui siete stati derisi, raggirati. Ciò che lo Stato italiano, le istituzioni, hanno fatto ai cittadini di quei territori non ha precedenti. È allucinante. E, a dire la verità, non so neanche se i cittadini campani le accetteranno queste scuse. Io non le accetterei, anzi andrei oltre. Dichiarando Napoli e la Campania terre indipendenti. Con un atto unilaterale, come il Kosovo».
Colpa solo della politica? Guardi che i clan napoletani e casertani...
«Ma per favore! L'emergenza non è un fatto casuale, va avanti da dieci anni, viene programmata, orchestrata dalle società per azioni, dalle banche, dai mille affari della politica corrotta. La camorra, invece, chiede silenzio per i suoi business non riflettori, altro che situazioni d'emergenza con i media mobilitati».
Ma come? Non era tutta colpa dei camorristi? Saviano, su "la Repubblica", aveva scritto di sì... mica si era sognato di rinfacciare le colpe del più grande disastro ambientale italiano a quegli stessi politici del Pd che lo candideranno alla Camera nel collegio Campania1?
Pubblicato da 01 a 20.08 6 commenti
mercoledì 20 febbraio 2008
Via il punto interrogativo
Cari lettori,
allora è vero: la citazione "incriminata", relativa a una strana coincidenza letteraria tra uno stralcio di "Gomorra" e il sito di informazione www.casertasette.com, è sparita nelle ultime edizioni del libro di Roberto Saviano. Perché? Fa parte di una strategia editoriale? Qualcuno si sta accorgendo che più indizi fanno una prova? E' motivo di imbarazzo per qualcuno? E' un consiglio di qualcuno?
E le altre citazioni "incriminate" ci sono ancora?
Pubblicato da 01 a 23.08 0 commenti
Citazione scomparsa?
Cari lettori,
vi chiedo di controllare sulla vostra copia di Gomorra, a pag. 287, la presenza dello stralcio che ho indicato nel post precedente. Un anonimo commentatore, infatti, ha scritto che non ce n'è traccia e non credo che abbia alcun interesse a mentire... Possibile che sia sparita? O è stata fatta sparire?
Pubblicato da 01 a 18.45 5 commenti
Saviano's Job
Cari lettori,
vi segnalo questa "straordinaria" somiglianza letteraria tra un articolo pubblicato dal sito www.casertasette.com il giorno 6 ottobre 2005 e uno stralcio del capitolo "Aberdeen, Mondragone" presente in Gomorra (libro pubblicato nell'aprile 2006).
CASERTASETTE.COM
Oltre al «The Times», la storia del «Don» (il Boss) di Mondragone, in questi ultimi giorni è rimbalzata su altri importanti quotidiani britannici come «The Herlald», «The Guardian» ed il «Telegraph». Inequivocabile uno dei titoli, «The Aberdeen Job», che parla di «affari» (poco puliti) nella cittadina di Aberdeen e che ricalca il titolo di un film statunitense (The Italian Job) a sua volta remake dell'omonima pellicola del 1969 che uscì col titolo «Colpo all'italiana». Il quotidiano «The Herald», in particolare, approfondisce la vita familiare e lavorativa del «boss che viene dalla “mozzarella country”» (il paese della mozzarella) dando notizie su sua moglie, la scozzese Gillian Fraser, i suoi tre figli e sulla sua attività di imprenditore nel ramo della ristorazione e dell’import-export di prodotti alimentari italiani in tutta la Scozia.
GOMORRA (pag. 287)
La stampa inglese aveva infatti da poco iniziato a occuparsi dei boss mondragonesi leader imprenditoriali in Scozia. "The Times" aveva pubblicato un articolo sulla storia del "don" di Mondragone, "The Guardian" invece aveva titolato: "The Aberdeen Job", facendo riferimento a un film statunitense, The Italian Job, a sua volta remake dell'omonima pellicola del 1969 che in Italia uscì col titolo Colpo all'italiana. Articoli in cui si parlava dei business criminali fatti ad Aberdeen dai boss provenienti da "mozzarella country". Inchieste che davano notizie su Antonio La Torre, sulla moglie scozzese Gillian Fraser, i tre figli e l'attività di imprenditore nel ramo della ristorazione e dell'import-export di prodotti alimentari italiani in tutta la Scozia.
Mah, strani casi del destino...
Pubblicato da 01 a 11.55 8 commenti
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martedì 19 febbraio 2008
Ecomafie, tutta colpa dei clan?
Qual è il ruolo della camorra nella crisi dei rifiuti in Campania? È davvero tutta colpa della criminalità organizzata se la situazione in provincia di Napoli è così disastrosa? O sono altre le cause?Iniziamo oggi un reportage a puntate per analizzare in che modo – e con quale grado di qualità – i clan malavitosi riescano a incidere sulle politiche ambientali di una provincia, o – addirittura – di una regione, invitando i lettori a offrire uno spunto di riflessione, o anche soltanto un'opinione.Sarà allora opportuno analizzare, in questa prima parte, i numeri del settore, con particolare attenzione al ricavato economico delle ecomafie, perché – come insegnava Giovanni Falcone - i soldi sono le uniche impronte digitali indelebili di un’organizzazione criminale. La droga, la refurtiva di una rapina e finanche un cadavere si possono occultare, si possono distruggere: ma un bonifico, un assegno o un’operazione bancaria restano lì, sono incancellabili. E dai soldi è possibile ricostruire il percorso a’ rebours, a ritroso, degli affari delle cosche e quindi capire come neutralizzarli.Il dato quantitativo è sconcertante: il tredici per cento di tutti i reati ambientali che si compiono in Italia ha un collegamento, diretto o indiretto, con la Campania. Sia in entrata che in uscita. Ciò significa che – calcolando in ventitre miliardi di euro il business complessivo delle ecomafie – la camorra campana guadagna dallo stupro della natura qualcosa come 6mila miliardi di lire. O, se preferite i numeri complessi, sei milioni di milioni di lire. Una somma che supera, di gran lunga, l’incasso assicurato dal traffico internazionale di stupefacenti e dal racket delle estorsioni.Però se ne parla poco, perché è un reato che soffre di una legislazione ancora molto permissiva – anche se qualcosa sta cambiando – e non ha grande impatto sociale. Non si sa perché, ma una saracinesca fatta saltare in aria con una bomba carta dagli emissari del pizzo crea più allarme di un bidone di scorie radioattive infossato vicino a una falda acquifera.Eppure, non è solo la Campania a soffrire di questa malattia. Sicilia, Puglia e Calabria – tre regioni ad alta densità mafiosa e dalla tradizione criminale radicata – hanno da affrontare e risolvere gli stessi problemi.Secondo alcune informative antimafia, in Campania nell’anno appena trascorso ci sono stati circa cinquecento reati contestati per violazione della normativa sul traffico illecito di rifiuti, il vero grande osso da spolpare. È un bubbone che spunta da nord a sud: nessuna regione ne è immune, fatta salva solo la Valle d’Aosta. In cinque anni, dal 2002 al 2007, sono state portate davanti ai giudici settanta inchieste per complessivi 463 trafficanti arrestati e quasi milleseicento fiancheggiatori denunciati. Anche in questo caso, la Campania ha registrato il numero più alto di operazioni di polizia giudiziaria.Si diceva del traffico di rifiuti: secondo alcune stime di Legambiente, ogni anno, sono ventisei milioni le tonnellate di rifiuti tossici e industriali di cui si perde traccia, fatti scaricare – magari con la complicità di quella borghesia criminale che si ingrassa a fare affari con i clan ma che non è organica alla mafia in senso stretto – in qualche oasi naturale, o nell’intestino di qualche montagna. Il business della "camorra spa" in questo specifico ramo commerciale cresce di ora in ora, di giorno in giorno: dal 1 gennaio al 31 dicembre 2007 si è moltiplicato di un terzo, raggiungendo il ragguardevole traguardo di +38%.Il percorso parallelo dello smaltimento rifiuti gestito dalle organizzazioni criminali è certamente più efficiente ed efficace di quello legale sia per la velocità che per le modalità di esecuzione.Di sicuro i boss della camorra, pur non avendo studiato testi di economia o di organizzazione aziendale, hanno sviluppato negli anni una straordinaria capacità di minimizzazione dei rischi a fronte di una massimizzazione dei profitti. Un esempio? La scelta da parte dei clan di non occuparsi dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, il centro nevralgico della discussione sull’emergenza campana.Scrivono gli 007 della Direzione investigativa antimafia: "L’attività connessa alla gestione dei rifiuti, in particolare a quelli industriali (tossici e nocivi), rappresenta uno dei settori di intervento di maggiore interesse per le organizzazioni criminali, in quanto, a differenza dei rifiuti solidi urbani, che sono di difficile occultamento per il maggior volume dei materiali, quelli industriali offrono la possibilità di realizzare profitti più consistenti e implicano l’utilizzazione di invasi o discariche più piccole e facilmente occultabili. Le violazioni alla normativa in tema di smaltimento dei rifiuti sono frutto di un «sistema illegale» nel quale sono coinvolte, a vari livelli del ciclo non solo le organizzazioni criminali, ma anche i titolari dei siti di destinazione finale (discariche o centri di recupero ambientale) e i cosiddetti «colletti bianchi», che - come confermato dall’operazione «Green» condotta a termine dal Centro operativo Dia di Napoli - sono stati motivati dal proposito di contenere al massimo i costi, dettati dalla normativa vigente per la tutela dell’ambiente".Appare evidente, allora, a una prima analisi, che la camorra abbia un limitato potere d’intervento nelle dinamiche che hanno provocato lo stato di crisi nella provincia napoletana, non fosse altro perché l’interesse delle cosche è esercitato su una diversa tipologia di materiale di risulta.Questa circostanza, però, offre il destro a una seconda argomentazione molto più importante: e cioè il rapporto – capovolto – esistente tra organizzazioni criminali e mondo imprenditoriale.Non è certamente una novità, nel panorama economico meridionale, la presenza di quella "borghesia mafiosa" – per usare le parole del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso – che prospera facendo affari con il mondo della malavita,pur mantenendosi entro i limiti della legalità. Ma è una novità l’inversione della relazione tra camorra e impresa: se prima, infatti, era la camorra a cercare e vessare l’impresa, oggi – invece – è quest’ultima a entrare in contatto con la galassia criminale per riceverne favori e appoggi, soprattutto nell’ambito degli appalti pubblici."Il coinvolgimento nelle attività illecite praticabili nel settore dello smaltimento rifiuti di imprenditori o faccendieri che da anni operano nel settore – si legge ancora nelle informative della Direzione investigativa antimafia – già in passato coinvolti in analoghe indagini, ha messo in evidenza che il rapporto tra le organizzazioni criminali e il mondo imprenditoriale non è più fondato sull’estorsione e sul ricatto, ma si sta evolvendo a causa del tentativo da parte dei primi di creare un rapporto di tipo «simbiotico» con i secondi, al fine di poter trarre un vantaggio comune.Infatti, in passato, il pagamento di una «tangente», spesso periodica, a esponenti criminali, induceva a ritenere l’imprenditore vittima del clan, mentre le indagini più recenti hanno evidenziato che quelle dazioni di denaro spesso vanno considerate alla stregua di «contributi associativi», correlati a un aumento del volume di affari conseguente alla aggiudicazione di gare d’appalto, in virtù dell’illecita interferenza delle organizzazioni criminali".Interferenza che ha nel ciclo integrato dei rifiuti il proprio fulcro.
Pubblicato da 01 a 9.59 0 commenti
Amare verità e commenti chiarificatori
Cari lettori,
vi segnalo il commento dell'utente "Amare Verità", che mi offre la possibilità di fare un po' di chiarezza su ciò di cui andiamo discutendo da un po' di settimane a questa parte, grazie ad alcuni commenti a margine.
AMARE VERITA
'In passato ho attaccato, anche aspramente Di Meo. Stavolta devo riconoscergli che, scegliendo di prendersela con i professionisti dell'antimafia sociale ha centrato il problema. Perchè è per colpa di queste persone se si è creato il mito Saviano, ma non penso che di questo se ne possa fare una colpa allo scrittore. E' per questo motivo che gli attacchi verso Saviano suscitavano rancore da parte degli utenti, perchè l'unica cosa che traspariva era che volevate attaccarlo su tutto, anche se credo che in concreto abbia poche o zero colpe. Di fronte all'accuse, però, non ti sei comportato in maniera matura. Spesso hai bollato le nostre osservazioni anche accese, come attacchi personali, che credo non stiano né in cielo né in terra, non conoscendoti, o come opinione di gente che non legge niente e si omologa alla venerazione di uno scrittore solo perchè fa tendenza. Non ti è venuto neanche il dubbio che molti di noi leggano sia i giornali che Saviano e nonostante tutto, Saviano contiua a piacerci di più?
a) In passato ho attaccato, anche aspramente Di Meo. Stavolta devo riconoscergli che, scegliendo di prendersela con i professionisti dell'antimafia sociale ha centrato il problema. Perchè è per colpa di queste persone se si è creato il mito Saviano, ma non penso che di questo se ne possa fare una colpa allo scrittore.
Risposta: Concordo fino a un certo punto, perché la mitologia è stata alimentata anche dal silenzio-assenso del mito stesso, il quale - proprio perché mito, e quindi autorevole - avrebbe potuto smarcarsi dalla nascita di questa antimafia ortodossa, ponendo dei paletti alla propria celebrazione intellettuale. Non credi che sarebbe stato bello se, invece della copertina dell'Espresso "Dove eravate?", avesse scelto "Dove eravamo?". Ora, capirai bene che la gente, come dici tu, ha un cervello, si informa, legge (sia Saviano che i quotidiani), si fa delle opinioni. Trovarsi, d'un tratto, un oracolo che ti spiega che - come in Matrix - noi viviamo in un universo meta-mafioso, che la Campania è finita sull'orlo del baratro a causa della camorra (e non citando mai, ad esempio, i rapporti tra politica e mala-imprenditoria...), che se a Caserta non trovi lavoro è solo colpa di Sandokan, appare fuorviante, oltre che ridicolo. Lo scrittore ha la colpa, credo io, di non aver saputo mantenere i confini entro cui esercitare la propria autorevolezza. Che è indubbia, per carità, ma che non può diventare onniscienza.
b) E' per questo motivo che gli attacchi verso Saviano suscitavano rancore da parte degli utenti, perchè l'unica cosa che traspariva era che volevate attaccarlo su tutto, anche se credo che in concreto abbia poche o zero colpe.
Risposta: Noi non lo abbiamo attaccato su tutto, tant'è che ci sono anche alcuni post in cui si riconoscono a Saviano atteggiamenti positivi, o comunque condivisibili (esempio: aver rifiutato la consulenza offertagli dall'assessore regionale Corrado Gabriele). Inoltre, tu scrivi giustamente di "rancore", che è (Devoto-Oli) "l'odio che si serba nel cuore". Io non credo di dovermi aspettare l'odio di nessuno se dissento dalla fenomenologia di Roberto Saviano, né posso permettere che il blog venga utilizzato per insultare chi, come alcuni amici, è d'accordo con me. Si discute, anche animatamente, si ribatte, ci si arrabbia. Ma di rancore mi sembra prematuro parlare. Se criticano Umberto Eco - il mio scrittore preferito - dicendogli che è un intellettuale dimezzato, mica serbo rancore nei confronti del suo detrattore. Al massimo, leggo le sue argomentazioni, gli rispondo - se ne offre la possibilità - o lo ignoro. Stop. L'odio è un sentimento nobile, come l'amore, teniamolo da parte per tempi migliori.
c) Di fronte all'accuse, però, non ti sei comportato in maniera matura. Spesso hai bollato le nostre osservazioni anche accese, come attacchi personali, che credo non stiano né in cielo né in terra, non conoscendoti, o come opinione di gente che non legge niente e si omologa alla venerazione di uno scrittore solo perchè fa tendenza. Non ti è venuto neanche il dubbio che molti di noi leggano sia i giornali che Saviano e nonostante tutto, Saviano contiua a piacerci di più?
Risposta: Mi sono comportato in maniera coerente con la mia cultura, con la mia educazione, con il mio carattere. E già questo mi basta, la maturità è un giudizio di valore che non posso mettere in discussione in un blog. Le vostre osservazioni sono solo accese, non "anche" accese, e hanno riguardato la mia storia professionale, il mio attuale impiego, ciò che facevo a Cronache di Napoli e ciò che faccio ora. Addirittura, un imbecille mi ha detto che Saviano è più credibile di me, perché lui rischia con i Casalesi, che sono ancora in libertà, mentre io posso scrivere tranquillamente dei Di Lauro, tanto sono tutti in galera. Lo ritieni un confronto consapevole, o una consapevole mancanza di confronto? Sul fatto che Saviano vi piaccia ogni giorno di più, buon per voi. A me basta la mia testa.
Pubblicato da 01 a 9.57 0 commenti
Ancora sull'antimafia sociale
Cari lettori,
vorrei segnalare queste due opposte visioni dell'antimafia: una sociale (che sa di plastica) e l'altra operativa (che sa di sudore).
COMUNICATO 25 NOVEMBRE 2007 di ANTONIO BASSOLINO
"Le cronache di questi giorni e il lavoro di Roberto Saviano hanno dato la giusta visibilità ad una grande verità: la criminalità organizzata e la camorra temono moltissimo le parole e l'informazione" sono queste le parole del governatore della regione Campania, Antonio Bassolino, intervenuto per la prima trasmissione di Radio Onda Pazza, la web radio anticamorra nata a San Giovanni a Teduccio. " ci impegneremo a fondo - ha continuato il governatore - perché Radio Onda Pazza cresca e vada avanti nel suo impegno contro la camorra e a favore della legalità. La forza di questa nuova radio è nella capacità di raggiungere tanti giovani per parlare loro di legalità, di sviluppo, e di nuove opportunità, nel denunciare le tante cose che non vanno a San Giovanni e a Napoli". Infine Bassolino conclude dicendo: " le persone oneste sono in maggioranza in questo quartiere e nella nostra città e per questo Radio Onda Pazza deve essere la loro voce, la voce. Una radio libera e leggera come una web radio può essere uno spazio di interazione in cui la creatività e l'energia di tanti giovani si incontrano con i valori profondi della resistenza civile e nel rispetto della persona, dell'emancipazione di ogni individuo dai condizionamenti, più o meno espliciti, che ne condizionano la crescita".
NOTIZIE DEL 15 DICEMBRE 2007
Napoli, 15 dic. (Apcom) - Il superlatitante Edoardo Contini, 52 anne, inserito nell'elenco dei 30 latitanti più pericolosi d'Italia, è stato catturato ieri sera dagli agenti della Squadra Mobile della Questura di Napoli e del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. Il ricercato, capo dell'omonimo clan, è ritenuto il massimo esponente della camorra operante nel territorio metropolitano di Napoli.
Commento: Naturalmente nella task force che ha arrestato Contini, c'erano: un professore universitario, uno scrittore di successo, un esperto di tecniche della comunicazione, un consulente della Regione Campania, un avvocato amministrativista e un critico d'arte. D'altronde si sa che i boss della camorra temono l'informazione a tal punto che molti latitanti escono, furtivi, nella notte, a rischio della propria incolumità, per andare a scassinare edicole e librerie (molto bersagliata è la Feltrinelli di piazza dei Martiri, che offre anche un'interessante classifica dei testi di saggistica più venduti) e leggere così in anteprima che cosa dicono giornalisti e scrittori di loro.I camorristi non temono la legge, ma la cultura. E poi li chiamano analfabeti.Peccato che un altro esponente politico - dello stesso schieramento di Antonio Bassolino, e cioè Francesco Forgione, presidente della commissione parlamentare Antimafia - abbia detto, commentando una grossa operazione di polizia contro vecchi e nuovi padrini: "Ora bisogna colpirli anche a livello internazionale con il sequestro dei beni, che, come confermano recenti intercettazioni, è la cosa che più fa paura ai boss mafiosi".Cazzo, e io che credevo che l'articolo 41bis fosse la misura di un carattere di stampa...
Pubblicato da 01 a 9.56 0 commenti
Bravo Roberto Saviano
Cari lettori,vorrei - con sincerità - ringraziare Roberto Saviano per l'intelligenza dimostrata in una occasione molto particolare. Vi spiego quale.Il giorno 13 ottobre 2006, nelle redazioni napoletane è arrivato questo comunicato:''Nell'esprimere la solidarieta' a Roberto intendo rinnovargli la richiesta di coordinare per conto dell'assessorato all'istruzione il centro di documentazione contro la camorra regionale osservatorio con cui meglio possono essere messe in luce le tante inchieste condotte da Roberto in questi anni e il lavoro di centinaia di scuole che in Campania con legge regionale 39 hanno prodotto una importante stagione di educazione alla legalita'''. Lo afferma l'assessore regionale della Campania al Lavoro e all'Istruzione, Corrado Gabriele.''E' quanto avevo chiesto a Roberto - aggiunge Gabriele - in occasione dell'ultima delle quattro giornate contro la camorra tenuta a Casal di Principe alla presenza del presidente della Camera, Fausto Bertinotti e dello scrittore Roberto Saviano. Mi auguro che al piu' presto voglia accettare questo incarico per continuare nel percorso di lotta alla criminalita' organizzata nella nostra regione''.Ora, non capisco perché l'assessore Corrado Gabriele volesse spendere soldi pubblici per realizzare un centro di documentazione per tramandare ai posteri soltanto le inchieste giornalistiche di Saviano, ma onestà intellettuale impone di ricordare che la stessa operazione Saviano - dopo aver rifiutato l'offerta di Gabriele - l'ha realizzata a costo zero per la collettività aprendo un sito Internet che contiene tutto il suo lavoro giornalistico. Almeno, i cittadini non pagano (anzi, il dominio credo che l'abbia pagato lui...) e se c'è qualcuno interessato si collega e si scarica il materiale.Quello di sopra è un ulteriore esempio dell'antimafia sociale che tanto piace ai nuovi professionisti della legalità.
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martedì 12 febbraio 2008
L'antimafia sociale
Cari lettori,
il 19 settembre 2007, l’agenzia Ansa batteva questa notizia che offre la cifra della nuova teologia antimafia di cui "Gomorra" è espressione.
Voglio ribadire, ancora una volta, che non intendo attaccare Roberto Saviano, ma porre l'accento su un sistema di informazione che vuole radicare "la" verità nelle nostre teste. Io "la" verità non la voglio, come non voglio politici locali e nazionali che lavorino alla catena di montaggio dell'industria culturale dominante. Io dissento dall'analisi di "Gomorra", ma non per questo sono detestabile, come si legge in alcuni commenti a questo blog. Costoro che continuano ad attaccarmi, manco avessi insultato loro in prima persona, sono il risultato di quella catena di montaggio cui accennavo prima. Costoro che continuano ad attaccarmi, ai quali comunque assicurerò sempre diritto di replica, non hanno mai letto "Il nome della rosa" di Umberto Eco, oppure il "Saggio sul significato del comico" di Bergson. Se lo avessero fatto, capirebbero il significato delle mie parentesi comiche.
Dicevo, di seguito potrete leggere un'agenzia alla quale aggiungerò - di mio - qualche commento.
Liberi di dissentire.
(ANSA) - NAPOLI, 19 SET - L'assessore regionale al Lavoro Corrado Gabriele chiede che la magistratura assicuri alla giustizia i latitanti di camorra. Sarebbe - spiega rispondendo al procuratore Antimafia Roberti - il miglior modo per tutelare Saviano ed i ragazzi di Casal di Principe.
Replica: "Quindi, se non fosse per un esclusivo intento difensivo nei confronti di Saviano, i latitanti potrebbero tranquillamente continuare a vivere in libertà? E perché non aggiungere, alla lista delle persone da difendere, anche i ragazzi di Ponticelli, Barra, Fuorigrotta, San Giovanni, Secondigliano, Scampia?"
(ANSA) - NAPOLI, 19 SET - ''Il miglior modo per difendere Roberto Saviano ed i giovani di Casal di Principe - sottolinea Gabriele in una nota - e' quello di assicurare alla giustizia Antonio Iovine e Michele Zagaria e questo e' compito della magistratura e delle forze dell'ordine''.
Replica: "Domanda all'assessore Corrado Gabriele: ma lo sa che esistono anche altri latitanti: oppure non scrivendone Saviano, lui è autorizzato a disconoscerne la pericolosità? Non gliel'hanno spiegato che nel gruppo integrato interforze di ricerca del ministero dell'Interno c'erano - a quel tempo, e parliamo del settembre 2007 - Edoardo Contini, Vincenzo Licciardi, Pasquale e Salvatore Russo, Pasquale Scotti, Patrizio Bosti, Marco Di Lauro? Perché catturare soltanto Iovine e Zagaria?".
(ANSA) - NAPOLI, 19 SET - ''Sono sconcertato - dice Gabriele - l'idea che la mafia sia un fenomeno da trattare nel silenzio delle indagini non convinceva neanche il generale Dalla Chiesa che indicava nel silenzio delle istituzioni e della politica il miglior alleato dell'omerta' e dunque delle mafie. Definire inutile che duemila persone (come dalle stime della Digos) abbiano manifestato nella piazza di Casal di Principe e' davvero fuorviante e contrasta con il tentativo di costruire l'antimafia sociale che proprio Bertinotti e Saviano hanno messo al centro dei loro interventi''.
Replica: "Assessore Gabriele, prima di fare paragoni impegnativi, si veda almeno il film Cento giorni a Palermo. Che c'entra il generale Dalla Chiesa con Gomorra? Ma lo sa che Dalla Chiesa, prima di andare a parlare di antimafia nelle scuole di tutta la Sicilia, pensava a come sconfiggere militarmente Cosa nostra? Mica si limitava soltanto a qualche buona intenzione: Dalla Chiesa non pensava ad alcuna antimafia sociale - che fa tanto comodo a voi - come non aveva pensato ad alcun antiterrorismo sociale. Le Brigate rosse, caro assessore, Dalla Chiesa le ha sconfitte con le inchieste, con le indagini silenziose di cui lei parla e che tanto le sembrano inopportune".
(ANSA) - NAPOLI, 19 SET - ''E cosa dovremmo fare - prosegue - attendere fiduciosi
l'esito delle indagini, delle inchieste e magari delle scarcerazioni facili per qualche fotocopia smarrita o qualche faldone di prove trafugato? Io non ci sto e credo con me quelli che hanno dimostrato l'anno scorso e quest'anno di voler sfidare i boss della camorra casalese nella piazza senza timore''.
Risposta: "Per un errore giudiziario vergognoso, come quello delle fotocopie smarrite, ci sono centinaia, migliaia di casi di magistrati e uomini delle forze dell'ordine che lavorano - con uno stipendio molto più basso del suo, caro assessore - per risolvere omicidi, per sequestrare droga, per arrestare estorsori e usurai. Caro assessore, sarebbe bene se lei attendesse fiducioso l'esito delle inchieste, oppure la sua cultura politica non prevede la raccolta delle prove e le indagini preliminari? Meglio un'adunata di piazza piuttosto che un interrogatorio di un pentito? Caro assessore, non giochi fuori casa: sfidi i boss in casa sua, a Marano. Poi i ragazzi torneranno tranquilli a Casal di Principe. Invertiamo il meccanismo?".
(ANSA) - NAPOLI, 19 SET - ''Sento il dovere come rappresentante delle istituzioni di alzare la voce contro la prepotenza della camorra, ma contemporaneamente di lavorare sul territorio perche' i ragazzi di Casale abbiano scuole nuove e aperte di pomeriggio, un primo risultato concreto ottenuto lo scorso anno, che, con l'aiuto dei sindaci, dei presidi e delle associazioni intendo perseguire anche quest'anno. A cominciare - conclude Gabriele - da lunedi 24 settembre con gli incontri al liceo di di San Cipriano e proseguendo con il protocollo d'intesa che stipuleremo il 4 ottobre con uno stanziamento straordinario che la Regione intende riconoscere ai comuni piu' a rischio come Casal di Principe, Casapesenna, Villa di Briano, San Cipriano d'Aversa e Villa Literno''.
Risposta: "Alzi pure la voce, se serve. La camorra teme la galera, non le ugole d'oro".
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lunedì 11 febbraio 2008
Miracolo a Forcella
Cari lettori,
vi segnalo il miracolo di Forcella: il volto del nostro Eroe che, inspiegabilmente, compare sulle mura dei palazzi dei vicoli e ci ricorda la caducità dell'esistenza.
Grazie per la segnalazione a un collega di Milano e grazie soprattutto a Saviano per il pro-memoria.
Inoltre, un invito alla riflessione ai pochi (e arrabbiati) frequentatori di questo blog: mi potete spiegare perché io - invidioso e rancoroso per il successo altrui - lascio aperta la possibilità a tutti di commentare, anche in maniera maleducata, i miei post e Saviano che ha sfidato e quasi vinto la camorra si è premurato di anticipare che il suo prossimo sito (on-line dal 24 febbraio) non permetterà a nessuno di lasciare dei commenti?
Ha forse paura che qualcuno osi chiedergli qualcosa?
Grazie
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giovedì 7 febbraio 2008
Pollice verso
Sul "Giornale di Napoli" di qualche giorno fa appare il volto sofferto del nostro Eroe e - affianco - il pollice verso della rubrica "Chi sale, chi scende". Motivo? Avrebbe rifiutato di firmare autografi ai fans all'uscita da un convegno...
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mercoledì 6 febbraio 2008
Ops, 'a Maronn...
Cari lettori, vi regalo questa bellissima foto del nostro Eroe, anche se un po' trash...
(fonte: corrieredelmezzogiorno.it).
Comunque, ne approfitto per segnalare questo interessante articolo di Fulvio Bufi (http://www.corriere.it/cronache/08_febbraio_06/bufi_0162397a-d481-11dc-a819-0003ba99c667.shtml) che analizza la questione rifiuti dal punto di vista politico-amministrativo, senza tirare in ballo clan e padrini vari.
Perché la camorra è veramente diventata il paravento di tutte le porcate fatte in venti anni di mala-politica a Napoli. E chi continua a raccontarci la stessa storia inganna noi tutti.
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martedì 5 febbraio 2008
Mi fai la recensione del libro?
Caro Roberto,
un uccellino mi ha detto che stai preparando un reportage per la Repubblica e l'Espresso sui libri che si occupano di camorra. Non è che ora ti sei offeso e mi snobbi? Non è che vuoi deliberatamente evitare di recensire il mio libro, "L'impero della camorra", perché non mi sono comportato tanto bene? Sarebbe importante se lo recensissi, anche demolendolo. Anzi, se lo stronchi sono contento. Così siamo uno a uno. Non posso certo permettere che io dica che il tuo libro non è 'sta gran cosa mentre tu mi tratti bene. Non sarebbe politically correct. Mica vuoi negare l'opportunità ai miei detrattori di ribadire, ancora una volta, che quello che cerco è la pubblicità a traino. Quindi, se mi fai una "schifezza" - letterariamente parlando, s'intende - sono contento.
Aspetto la stroncatura.
Au revoir
ps: Nel caso, tu, Grande Roberto, non ritenessi meritevole di attenzione il mio testo, preferendo altri titoli, ti segnalo che è entrato nella classifica narrativa italiana a dieci giorni dall'uscita. Quindi, non vedo motivo di ignorarlo.
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lunedì 4 febbraio 2008
Ma qualche nome, no?
Caro Roberto,
vorrei per una volta tralasciare il caso-Gomorra (con tutto il suo carico di polemisti a rimorchio) e discutere con te di giornalismo e di Meridione. Ho letto con molto interesse il tuo ultimo articolo su "la Repubblica" (http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/rifiuti-5/anima-monnezza/anima-monnezza.html) sull'emergenza rifiuti in Campania. Ma devo farti un appunto: perché utilizzi ancora la camorra come paravento per falsificare la storia recente della politica regionale? Perché non fai i nomi dei responsabili politici di questa immane tragedia? Perché giochi anche tu sporco e li difendi? Non credi che un intellettuale del tuo calibro possa scrivere qualcosa di più sul più grande disastro ambientale dell'Italia contemporanea, invece di dare la colpa a Sandokan o a qualche squattrinata famiglia camorristica? Perché non parli delle consulenze milionarie, invece di descrivermi come si riempiono di merda le discariche? Non pensi che la mistificazione della realtà ad opera di un personaggio influente come tu sei possa rappresentare un colpo mortale per chi, in questa città, ci vuole rimanere?
Non ci pensi a quando scrivi: "Ma perché i cittadini si ribellano alla riapertura delle discariche? Perché sembrano così folli da preferire i sacchetti che da circa due mesi hanno davanti a casa? Perché temono che insieme a quelli che dovrebbero essere solo rifiuti solidi urbani invece arrivino anche i veleni. Eppure ricevono le massime garanzie che la loro situazione non peggiorerà. Ma da chi le ricevono? Da coloro di cui non si fidano più. Da coloro che hanno sempre appaltato lo smaltimento a ditte colluse, a uomini imposti dai clan di camorra. E chi deciderà quindi davvero la sorte dei rifiuti? Come sempre i clan"? Perché, da essere pensante nato a Napoli, devo sentirmi dire sempre le stesse cose: e cioè che se non si fa la Coppa America a Napoli è per colpa della camorra, che se non si bonifica Bagnoli è per colpa della camorra, che se non c'è lavoro è per colpa della camorra, che se non raccolgono l'immondizia è per colpa della camorra, che se c'è il deficit nella sanità è per colpa della camorra, che se Napoli non migliora è per colpa della camorra?
Perché difendi il sistema di potere di Antonio Bassolino, invece di accusarlo per il male che ha fatto alla nostra terra? Perché non fai qualche nome, invece di annoiarmi con la storia dell'anima di Salamov - e chi se ne fotte che parli dei totalitarismi in Russia, parlami tu dei totalitarismi della Regione Campania - e di mantenere nel cono d'ombra le responsabilità di chi avrebbe dovuto controllare e non l'ha fatto, di chi avrebbe dovuto difendere la terra e le genti della nostra Campania infelix, di chi si muove come un ragno grasso su una ragnatela che unisce magistratura, forze dell'ordine e politica e imprenditoria? Perché non arrivi alla conclusione che la camorra si può contrastare, invece di comportarti come un cantore omerico delle gesta di questo o di quel boss apparentemente invulnerabile, apparentemente invincibile?
Tu che sei il nuovo teologo dell'antimafia dovresti imparare a infondere maggiore speranza nei tuoi appassionati lettori.
A proposito della frase finale del tuo articolo, quando scrivi: "Questo è il momento di capire se ancora abbiamo un'anima, e non farcela togliere come una gamba di legno. Non consegnarla. Prima che non ci restino che protesi"; a Salamov preferisco Enrico Toti che la gruccia le gettò in faccia al nemico, pur sapendo di morire.
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venerdì 1 febbraio 2008
La scarpetta di Cenerentola Di Lauro
Caro Roberto,
vorrei che mi togliessi un dubbio: scusa se insisto, ma forse sto iniziando a diventare paranoico. Leggendo un tuo vecchio articolo, pubblicato su "L'Espresso", il giorno 8 settembre 2006, mi sono accorto che hai scritto:
Già prima dell'indulto i boss sono riusciti a risolvere i loro problemi con la giustizia. Pure i protagonisti della guerra di Scampia ce l'hanno fatta: è bastato cancellare 15 righe per fare svanire 80 morti, 80 cadaveri crivellati che hanno fatto inorridire il capo dello Stato e il papa. Vincenzo Di Lauro, figlio del re di Scampia Paolo, arrestato nell'aprile 2004 a Chivasso dopo anni di ricerche, è tornato libero nel giugno scorso per 15 righe e 30 minuti. Quindici righe mancanti nell'ordinanza di custodia cautelare, 30 minuti di ritardo nell'intervento dei carabinieri. Una svista, dicono. Proprio quelle 15 righe sui "gravi indizi di colpevolezza" che servono a tracciare il ritratto criminale di una persona che finisce in manette. Tanto è bastato. E i suoi uomini sapevano, sapevano prima dello Stato della sua uscita. Per avvertirlo e festeggiarlo gli avevano inviato un paio di scarpe, quelle della marca che ha un coltello come simbolo. Vincenzo è sparito in 30 minuti, il tempo necessario ai carabinieri per circondare il carcere e far partire il pedinamento ...
Perdona la curiosità, ma chi ti ha dato questa notizia? Perché la storia del regalo delle scarpe a Vincenzo Di Lauro, poco prima della scarcerazione, è stata pubblicata, alcuni mesi prima (giugno 2006), su uno di quei giornali che tu annoveri nella categoria "stampa di rispetto". Non se ne parla in alcun atto giudiziario, quindi è altamente probabile - per non dire sicuro - che tu l'abbia desunta dalla lettura di quel quotidiano. Però, non se ne fa cenno nel reportage dell'Espresso.
Scusa, hai ragione. E' tardi. Vado a dormire. Per prendere sonno, invece delle pecorelle conterò le scarpe "Paciotti"...
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giovedì 31 gennaio 2008
Sono invidioso di Roberto Saviano
Cari lettori,
visto che la discussione non riesce a superare l'ostacolo dell'invidia come "motore" del blog e visto che i miei detrattori non sono in grado di trovare altra spiegazione, per motivare la nascita di questo luogo di confronto e di dialogo, se non il mio risentimento nei confronti di chi - loro dicono - è migliore di me, allora faccio outing e gioco a carte scoperte per vivacizzare un po' il dibattito: affermo di essere invidioso di Roberto Saviano. Schiumo rabbia. Sono ossessionato dal suo successo, vivo col terrore di non riuscire a emularlo e mi sono pure messo a dieta per cercare di assomigliargli. Ma invano, perché qualsiasi cifra raggiunga sulla bilancia è sempre il doppio della sua, quindi non so se sono io a ingrassare, o è lui che si sta trasformando in una presenza eterea, impalpabile e leggerissima, come l'elfo Legolas del Signore degli Anelli.
Detto questo e appagata la curiosità di parecchi di voi, rimetto al centro del discorso alcuni temi che sono andati a confondersi - tra i post e i commenti - e che rischiano, con il rumore provocato dall'uscita del mio libro, di creare un'immagine falsa e pretestuosa (tipo: operazione marketing) della mia polemica contro il "personaggio" Roberto Saviano.
Dunque, per facilitare la discussione e fare un po' di chiarezza, ho deciso di esporre i punti critici della questione in maniera logicamente ordinata. Per alcuni di essi, ho previsto anche le contro-deduzioni che potrebbero sorgere.
Punto a) Perché non sono state citate le fonti nel libro?
Deduzione 1.a) Perché è un romanzo e non un'inchiesta giornalistica.
Risposta: Non è una giustificazione, perché non è prevista alcuna deroga per i generi letterari diversi dai reportage.
Deduzione 2.a) Perché non era obbligato a farlo e il suo sarebbe stato soltanto un imperativo categorico di natura morale.
Risposta: Non è vero che non fosse obbligato a farlo, visto che l'ufficio legale della Mondadori - opportunamente sollecitato da un avvocato napoletano - in 48 ore ha chiesto e ottenuto da Saviano l'inserimento di almeno una fonte nel libro. Quindi, o si segue una linea editoriale precisa e inamovibile - e in quel caso, si può addebitare la mancanza soltanto alla morale dell'autore - oppure le fondamenta dell'obbligatorietà delle citazioni sono meno deboli di quanto non si pensi.
Punto b) Perché Saviano ce l'ha tanto con i piccoli quotidiani napoletani, dopo aver attinto al lavoro di tanti colleghi, chiamandoli addirittura "stampa di rispetto"?
Deduzione 1.b) Perché è vero, i piccoli giornali della provincia napoletana sono contigui alla camorra
Risposta: Non risulta da alcuna indagine, quindi quella di Saviano è diffamazione.
Deduzione 2.b) Forse contigui è una esagerazione, ma sicuramente rappresentano una cassa di risonanza per il mondo della camorra.
Risposta: Vero, né più né meno come lo fu "Lotta continua" con il terrorismo e con la galassia eversiva. Però perché "Lotta continua" è stata una fucina di liberi intellettuali e i quotidiani che si occupano di cronaca nera, in Campania, sono una fucina di delinquenti a piede libero?
Punto c) Perché Saviano si permette di prestarsi al gioco del "Dove eravate?", dichiarandosi l'unico paladino della giustizia in Campania, invece di riconoscere il lavoro e la fatica di tanti altri giornalisti che, da colonne meno prestigiose dell'Espresso o della Repubblica, hanno raccontato anni di malaffare o di mattanze impunite?
Deduzione 1.c) Perché, in realtà, Saviano è stato il primo ad aprire il vaso di Pandora della camorra napoletana.
Risposta: Sbagliato, perché c'è una pubblicistica gigantesca sulla criminalità organizzata che parte da Giancarlo Siani e arriva fino ai libri più recenti. Possono essere lavori più o meno belli di Gomorra, ma sono stati stampati e dunque esistono. Ignorarli è scorretto.
Deduzione 2.c) Perché, in realtà, Saviano ha avuto una cassa di risonanza maggiore e dunque ha contribuito, in maniera più profonda, al radicamento di un certo interesse nei confronti del tema.
Risposta: Perfetto, allora se è per questo bisogna ringraziare la Mondadori, che ha investito su Saviano, e non l'autore che ha dovuto soltanto raccontare.
Lascio da parte, inoltre, le questioni sugli episodi inventati di sana pianta - il funerale di Annalisa Durante, il sarto di Angelina Jolie e l'udienza con Paolo Di Lauro - perché attengono alla sua vena creativa. Se ha deciso di utilizzare informazioni che gli erano state trasmesse in maniera amichevole per un fine diverso, allora tocca alla sua coscienza la valutazione. Io, d'ora in poi, non ne farò più cenno. Però, qualcuno risponda alle domande riportate sopra. O almeno eviti di dire che sono invidioso, perché quest'accusa ha davvero rotto il cazzo.
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mercoledì 30 gennaio 2008
Che memoria prodigiosa... (parte seconda)
Caro Roberto,
ti scrivo per chiederti per quale motivo chiami i quotidiani da cui hai attinto notizie per alcuni brani di Gomorra "stampa di rispetto". Quel "rispetto" è, per caso, riferito all'ossequio camorristico? Hai notizie del fatto che i colleghi che ci lavorano sono stipendiati dalla camorra? Hai notizia del fatto che io abbia intrattenuto connivenza con esponenti della criminalità organizzata in Campania e abbia utilizzato il quotidiano su cui scrivevo per agevolarne i fini? Hai notizia di qualche collega napoletano che è stato condannato per associazione camorristica? Hai avuto qualche soffiata sui nostri conti correnti, che dimostrerebbero la percezione di lauti compensi per riportare sul giornale ordini di morte o dichiarazioni di guerra, provenienti dalla galassia criminale? Appellandoti a quale superiore autorità morale, deontologica o etica ti permetti di criticare giovani colleghi che lavorano in un ambiente in cui c'è possibilità di sopravvivenza solo se si parla di agguati, attentati e clan?
Credi che il successo commerciale ti innalzi al di sopra delle regole del rispetto (quello, però, bada bene, che si deve alle persone perbene come me e come tanti altri)?
Chi ti ha autorizzato a ritenere colluse le testate che si occupano di criminalità organizzata (Cronache di Napoli, Il Corriere di Caserta, La Gazzetta di Caserta, Il Giornale di Napoli...) e a infangare la professionalità di quanti ci lavorano? E se anche lo fossero, perché non sei andato a denunciare tutto in Procura, invece di fare sociologia spicciola sulle colonne di riviste e magazine? Forse che la denuncia l'avrebbero letta in tutto un paio di persone, oltre a te, mentre un articolo di giornale ti permette di innalzarti al di sopra della massa?
O piuttosto, dovremmo ricordare che quelle redazioni infiltrate dalla camorra hai visitato quando, ramingo, domandavi che ti fossero prestate le copie delle ordinanze di custodia cautelare della Dda per scrivere il libro? Gli atti giudiziari sono una delle nostre interfacce con la malavita napoletana, non l'unica; ma è a quelle che facciamo riferimento e tu con noi. Non puoi immaginare di salire sulle nostre schiene (molto più diritte di quanto immagini, visto che nessuno dei colleghi napoletani minacciati dalla criminalità ha mai pensato di chiamare l'Espresso per denunciare piccoli e grandi episodi) e poi di disfarti degli sgabelli umani additando all'opinione pubblica: "Ecco i giornali che vanno a braccetto con la camorra. Io, quello che ho scritto, l'ho visto coi miei occhi. Loro no, loro scrivono sotto dettatura dei boss". No, caro Roberto. Questa si chiama viltà. Le minacce che ti hanno ridotto la libertà e che tante preoccupazioni ti hanno procurato - per le quali provo, sinceramente, dispiacere - non sono esimenti, rispetto alle responsabilità di dire il vero. Non il verosimile.
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lunedì 28 gennaio 2008
Che memoria prodigiosa... (parte prima)
Caro Roberto,
rileggendo Gomorra, mi sono imbattuto in uno stralcio del capitolo sulla faida di Secondigliano. Ebbene ho notato che, strani giochi del destino, hai descritto una scena a me familiare: quando Paolo Di Lauro entra nel gabbione ospitato all'interno dell'aula del Tribunale di Napoli, dopo qualche minuto, volge lo sguardo verso il pubblico e fa l'occhiolino a un tipetto tarchiato, grassottello che siede in fondo. Tu hai scritto di essergli stato seduto al fianco, di aver provato il brivido di guardare negli occhi il boss dei boss, di aver ascoltato i commenti degli uomini della cosca accorsi a omaggiare in silenzio il padrino. Strano, davvero strano, perché sono state le stesse cose che ti ho raccontato io una delle ultime volte che ci siamo visti - dopo aver mangiato una pizza a Mergellina - e che poi mi sono ritrovato pari pari nel tuo libro. Ma sicuramente sarò in malafede verso di te, sicuramente tu eri seduto un posto più in là; sono stato io a non vederti quel giorno in Tribunale. Sono stati gli altri quindici colleghi a non vederti, perché tu - come lo Spirito Santo - eri presente, ma invisibile. Vedevi senza essere visto, udivi senza essere ascoltato, toccavi senza essere toccato, parlavi senza che gli altri ti parlassero.
Sicuramente sarà stato un tic di Paolo Di Lauro che ha iniziato a fare occhiolini a destra e manca, durante tutta l'udienza, a trarmi in inganno. Eppure, ero convinto - e lo sono tuttora - che quell'immagine l'avessi notata soltanto io, unico giornalista seduto tra gli affiliati in fondo all'aula. Invece, tu c'eri. C'era la tua penna. C'era il tuo block-notes. Di sicuro c'è stata la tua capacità di ricordare e di annotare, tra una portata e l'altra.
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sabato 26 gennaio 2008
Caro Roberto, ti scrivo...
Cari lettori,
questo è un post diretto a Roberto Saviano, il quale è un attento e preparato frequentatore di quella nuova biblioteca di Babele chiamata Rete e, come tale, interessato a ogni frullar d'ali attorno al suo nome.
Prova ne è questo messaggio, scovato da un collega (che ringrazio), in cui una blogger scrive di aver ricevuto una mail direttamente dall'Eletto che, con la sola imposizione delle mani sulla tastiera, l'ha convinta a redimersi e ad abbandonare la via del peccato e delle maldicenze. Quali maldicenze? Non si sa, perché la blogger redenta ha addirittura cancellato il post (se potesse, forse incendierebbe il server che ospita la piattaforma per purificare con il fuoco il suo atto di empietà) e noi, archeologi informatici che scavano tra i bit e i byte per recuperare qualche brandello di quel vangelo apocrifo, abbiamo intuito che si tratti della vicenda del funerale di Annalisa Durante, inventata di sana pianta da Saviano e ripresa con grande evidenza dal quotidiano "Libero".
Primo appunto: cara blogger savianea, perché non rendi di pubblico dominio la risposta di Saviano? Perché nascondere una risposta a una domanda pubblica?
CHIEDO SCUSA A ROBERTO SAVIANO
da mariazuppello @ 2008-01-24 - 03:09:16
Non so quanti leggano il mio blog ma a quei pochi debbo le mie scuse e al diretto interessato, Roberto Saviano, l'autore di Gomorra, che mi ha scritto per raccontare la sua versione. Ho dato infatti credito, postandole, ad alcune maldicenze. Levo il post e rinnovo le scuse. Facendo i complimenti ad una italiano che ha scalato le classifiche e cosa ancora più importante la stima del NY Times
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Secondo appunto: Caro Roberto, a marzo - accogliendo una ottima idea del collega Giancarlo Tommasone - vorrei invitarti alla presentazione del mio libro, che spero mi onorerai di leggere: sarebbe un'ottima occasione per parlare, senza intenti polemici, lo giuro, della camorra e dell'anticamorra dopo la pubblicazione del tuo libro. Potrebbe nascerne una riflessione attorno al tema.
Terzo appunto: Cara blogger, ti consiglio di non delegare ai giornali statunitensi la critica del giudizio (tu scrivi, testualmente, che Saviano è al di sopra di ogni sospetto perché gode della stima del New York Times) non fosse altro perché non sono sempre stati ottimi profeti.
Ti basterebbe ricordare che la copertina del personaggio dell'anno di "Time" nel 1938 è andata a Hitler, nel 1939 e nel 1942 a Stalin e nel 1979 all'Ayatollah Khomeini.
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giovedì 24 gennaio 2008
Intervista a Libero
Cari lettori,
vi segnalo questa intervista pubblicata sull'edizione del 23 gennaio 2008 del quotidiano "Libero"
IL CASO GOMORRA
«Saviano ha saccheggiato i giornali campani»
Parla Simone Di Meo, cronista e autore de “L’impero della Camorra”: «Alcuni passaggi del romanzo inchiesta prelevati dalle pagine locali di nera. Ma la fonte non è mai citata». E la Mondadori inserisce il suo nome nel libro
di Francesco Borgonovo
Simone Di Meo ha ventisette anni. Fino a qualche anno fa lavorava al quotidiano "Cronache di Napoli", per il quale si occupava di cronaca nera e in particolare di tutto quanto riguardasse la Camorra. Da pochi giorni è uscito nelle librerie il suo primo romanzo, "L'impero dellaCamorra"(Newton Compton pp. 283, euro 9,9). Per l'argomento e per il tono ricorda il libro dell'anno: "Gomorra" di Roberto Saviano, conclamato best seller del 2007 tuttora in vetta alle classifiche di vendita. Anche quello di Di Meo è un romanzo che pretende di raccontare fatti realmente accaduti. Tuttavia, Di Meo da qualche tempo ha messo sotto accusa Saviano: sostiene che lo scrittore napoletano abbia riportato nel proprio romanzo, senza citare la fonte, interi brani di articoli pubblicati in origine su "Cronache di Napoli". Uno di questi articoli, su richiesta di Simone all'editore Mondadori, è stato riconosciuto come fonte: dall'undicesima edizione (ora sono più di trenta) a pagina 141 di "Gomorra" è stato inserito un riferimento a "Cronache di Napoli" e al giornalista. Il fatto che in un libro come quello di Saviano (che Mondadori presenta come "di indagine e di letteratura" al tempo stesso) siano riportati articoli di giornale senza citazione, non significa che si tratti di plagio. Di Meo, tuttavia, va oltre con le critiche. Sul proprio sito internet (simonedimeo.blogspot.com) scrive: "Laddove Saviano non ha attinto al materiale giornalistico presente su piazza (e pubblicato da Il Mattino, La Repubblica, Il Corriere del Mezzogiorno, Il Roma, Cronache di Napoli e Napolipiù), ha inventato episodi dallo sfondo lirico per rendere più interessante il racconto ". Abbiamo deciso allora di approfondire la questione intervistandolo.
Per quale motivo ha scritto un libro sulla Camorra?
"Piuttosto posso dire quando mi è venuta l'idea: quando, cioè,mi sono accorto che parlare di Camorra stava diventando un fenomeno di costume, niente più che una buona lettura da esibire in salotto per apparire socialmente impegnati. Quando il governatore Antonio Bassolino e l'assessore al Lavoro della Regione Campania, con un centinaio di politici e amministratori campani, hanno ringraziato "Gomorra" per aver permesso loro di scoprire che cos'è davvero la malavita a Napoli. Quando ho intuito che il discorso sulla criminalità organizzata stava lentamente scivolando sul piano combatto-la-Camorra-con-un-libro-da-casa-e-sono-a-posto-con-la-coscienza. Quando, ascoltando i commenti a "Gomorra" di Roberto Saviano, mi sono accorto che l'attenzione si è spostata dall'oggetto al soggetto, contribuendo a creare un simulacro dell'antimafia che fa torto al primo grande insegnamento di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: mai personalizzare l'impegno della lotta contro il crimine. Chi si atteggia a custode di una nuova teologia antimafia dovrebbe saperle queste cose. Se le ignora, sbaglia. Se le conosce e sta zitto per convenienza, sbaglia due volte".
Ma perché un romanzo e non un'inchiesta vera e propria? Non crede che in questo modo rimangano le ambiguità che ci sono nel testo di Roberto Saviano fra che cosa è vero e che cosa è inventato?
"Le ambiguità possono essere di contenuto, non di genere. Inchiesta o romanzo non fa differenza se si raccontano storie reali, non rappresentazioni liriche e iperboliche di una realtà distorta, che viene rappezzata con l'ago dell'inventiva e il cotone del sentito dire. Ci sono interi episodi di "Gomorra" che sono stati inventati di sana pianta, perché non ce n'è traccia negli atti giudiziari: le delegazioni camorristiche al funerale di Annalisa Durante, il traffico di cadaveri cinesi stipati nei container del porto di Napoli, il sarto di Angelina Jolie, la presenza di Saviano all'udienza dopo l'arresto di Paolo Di Lauro. E, dove non ha inventato, Saviano ha rielaborato fonti giudiziarie e fonti giornalistiche, la cui origine non è mai stata citata, inaugurando il filone della camorra pop. Descrivere i padrini della Camorra come sfrontati finanzieri d'assalto, eccezionali strateghi militari o uomini dalle straordinarie capacità intellettive è quanto di più lontano dalla realtà: stiamo parlando di gente semi-analfabeta, nella maggior parte dei casi. Pure nel mio libro si parla di Paolo Di Lauro come di un genio del crimine, capace di guadagnare oltre un miliardo di lire al giorno con la droga, ma si parla anche dei poliziotti - con tanto di nomi e cognomi - che lo hanno sconfitto. Poliziotti che tutti insieme guadagnavano mensilmente quanto lui riusciva a incassare in un'oretta".
Quali sono state le sue fonti per questo lavoro?
"Gli atti giudiziari, soprattutto: verbali di pentiti, ordinanze di custodia cautelare, sentenze e informative di polizia giudiziaria; e tanti colloqui con i protagonisti delle inchieste sulla Camorra di Secondigliano. Protagonisti nel bene e nel male, naturalmente. Ho attinto, inoltre, al materiale giornalistico locale. Non credo che sia una diminutio confessarlo. Che male c'è a riconoscere il valore del lavoro altrui? ".
Pensa che "L'impero della Camorra" sarà una specie di anti- Gomorra?
"Sono due libri che operano su piani diversi: Gomorra ha lo straordinario merito di mostrare i fuochi d'artificio. A me interessa descrivere chi accende la miccia. Inoltre, hanno anche modelli di riferimento diametralmente opposti: Saviano si ispira alla docu-fiction di stampo anglosassone, il mio modello, invece, è "Il camorrista"di Jo Marrazzo. Il mio è il racconto di un personaggio e dell'ambiente criminale che lo ha visto protagonista assoluto per quasi un quarto di secolo; è una biografia criminale. Un romanzo criminale".
Che rapporto ha con Saviano?
"Non vorrei personalizzare parlando del mio rapporto ma è opportuno qualche accenno al rapporto di Saviano con la stampa napoletana: è indubbio che abbia attinto al lavoro giornalistico di tanti colleghi ma è dubbio il motivo per cui non siano state citate le fonti in "Gomorra". Non credo che avrebbero sminuito il valore dell'opera. Saviano ha compiuto un'operazione poco corretta nei confronti della stampa minore, che lui chiama "stampa di rispetto": prima l'ha saccheggiata per scrivere alcune parti del libro, poi l'ha accusata di essere il megafono della Camorra cittadina. Niente di più falso. Se un piccolo giornale scrive di Camorra perché a Napoli c'è spazio soltanto per questo mercato editoriale non è detto che quei giornalisti siano asserviti al padrino di turno, o che usino le colonne del quotidiano per agevolare le comunicazioni tra clan".
In Gomorra è stato inserito un riferimento al suo lavoro giornalistico?
"Ho già ottenuto l'inserimento del mio nome in "Gomorra" a pag. 141, ma solo dopo la segnalazione del mio avvocato alla Mondadori e a partire dalla undicesima ristampa. Ora, mi chiedo: è giusto che chi si presenta come il paladino della legalità manchi di riconoscere il valore del lavoro altrui e che per vederselo attribuire bisogna ricorrere alle carte bollate? E non si tratta soltanto del mio caso, tanti altri colleghi hanno subìto lo stesso trattamento. Ci sono numerose parti del libro che si richiamano al mio lavoro e che vengono contrabbandate come frutto della conoscenza di Roberto Saviano: con l'aiuto dell'avvocato Andrea Portaro sto valutando diverse azioni in sede giudiziaria".
Perché sostiene che Saviano ha copiato (o ha copiato dal suo giornale)?
"Ha copiato da tutta la stampa napoletana, non solo da me. Alcuni episodi, che tanto stupore hanno riscosso nell'opinione pubblica, sono frutto di esperienze altrui che Saviano ha fatto proprie. Inoltre, ci sono tantissimi casi in cui riporta notizie che non si trovano negli atti giudiziari e che sono riconducibili, esclusivamente, al lavoro di questo o quel giornalista. Ci sono stralci di "Gomorra" che riprendono, alla lettera, inchieste pubblicate dai quotidiani partenopei e non se ne fa mai menzione. Nemmeno un ringraziamento, alla fine del libro, a restituire un po' di dignità a quanti gli hanno offerto il materiale su cui lavorare". Ha pubblicato sul suo sito internet i brani degli articoli che secondo lei Saviano ha copiato da vari giornali napoletani. "Saviano non ha mai risposto personalmente. Non mi ha mai querelato né smentito le mie affermazioni. Tanto più che prima di finire sotto scorta era assolutamente avvicinabile e non c'era nessun motivo di negarsi al confronto. Può anche darsi che io sia un visionario, ma se avesse smentito almeno avremmo avviato un confronto. Su questa vicenda c'è stato il totale silenzio da parte sua. Non da parte della Mondadori che ha inserito il riferimento che citavo prima".
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giovedì 17 gennaio 2008
Pure i cinesi - nel loro piccolo - s'incazzano...
Cari lettori,
grazie al collega Vittorio Marotta, che mi ha segnalato il link (http://www.associna.com/modules.php?file=article&name=News&sid=449) riprendo e porto alla vostra attenzione una riflessione che probabilmente viaggia sotto-traccia e che, per buona educazione, nessuno vuole portare in superficie: ci penso da solo, visto che già sono stato additato come invidioso, rancoroso, collerico e frustrato giornalista di quarta serie per aver osato mettere in dubbio il lavoro dell'Eletto. La riflessione sotterranea è che, laddove Saviano non ha attinto al materiale giornalistico presente su piazza (e pubblicato da Il Mattino, La Repubblica, Il Corriere del Mezzogiorno, Il Roma, Cronache di Napoli e Napolipiù), abbia inventato episodi dallo sfondo lirico per rendere più interessante il racconto.
"Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell'aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a dominare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti. Congelati, tutti raccolti, l'uno sull'altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano i cinesi che non muoiono mai. Gli eterni che si passano i documenti l'uno con l'altro. Ecco dove erano finiti. I corpi che le fantasie più spinte immaginavano cucinati nei ristoranti, sotterrati negli orti d'intorno alle fabbriche, gettati nella bocca del Vesuvio. Erano li'. Ne cadevano a decine dal container, con il nome appuntato su un cartellino annodato a un laccetto intorno al collo. Avevano tutti messo da parte i soldi per farsi seppellire nelle loro citta' in Cina. Si facevano trattenere una percentuale dal salario, in cambio avevano garantito un viaggio di ritorno, una volta morti. Uno spazio in un container e un buco in qualche pezzo di terra cinese. Quando il gruista del porto mi raccontò la cosa, si mise le mani in faccia e continuava a guardarmi attraverso lo spazio tra le dita ...... Aveva soltanto fatto toccare terra al container, e decine di persone comparse dal nulla avevano rimesso dentro tutti e con una pompa ripulito i resti. Era cosi' che andavano le cose."
Questo testo è tratto dalle prime pagine di "Gomorra", libro scritto da Roberto Saviano riguardo alla criminalità organizzata napoletana.Il libro ci ha positivamente colpito per la profondità d'analisi dell'autore, della sua bravura nell'esternare sfacettature complesse della realtà partenopea e del suo coraggio nello scriverlo. Il primo capitolo però ci ha urtato molto. Non conosciamo il motivo per cui Roberto Saviano abbia voluto iniziare il suo libro con i crani fracassati, le trattenute degli stipendi dei lavoratori cinesi per scavarsi una fossa in Cina, le "etichettature" dei corpi cadenti etc..Non capiamo perchè ogni volta che si debba parlare dei cinesi, anche delle questioni umanamente più gravi, ci si basi spesso e volentieri sul sentito dire, in questo caso del gruista del porto. L'autore, lungo tutto il libro, si riferisce continuamente alle indagini ufficiali ed alla propria testimonianza diretta. Riguardo ai cinesi però parla delle decine di persone che sono intervenute per ripulire i cadaveri di adulti e ragazzini caduti accidentalmente dai container, parla del riciclaggio di documenti dei defunti a favore di altri connazioni che ne sono sprovvisti, parla di fatti assai gravi e surreali senza però alcun riferimento a fatti oggettivi. Sono congetture che meriterebbero delle indagini più approfondite prima di essere esternate in un libro serio, se non altro per il rispetto della dignità del prossimo. Li vorremmo proprio in galera questi ipotetici trafficanti di cadaveri. Chi sono coloro che hanno interesse nel nascondere questa tratta? I cinesi? Abbiamo così tanto influenza e potere al porto di Napoli tanto da far apparire dal nulla decine di uomini che nascondono diligentemente un fatto così cruento? Chi sono coloro che riescono a trattare i propri cari in questo modo? Chi sono coloro che trattengono gli stipendi? E soprattutto, chi sono coloro che non sanno che la legislazione cinese a riguardo del trasporto dei corpi è estremamente ferrea? Lo sanno che in Cina è obbligatoria la cremazione e trasportare dei corpi non cremati è un'impresa che comporta gravissimi rischi non solo morali ma anche legali?Il libro ha liquidato la questione in un paio di pagine, e queste domande probabilmente non se l'è proprio poste. Crediamo che sia veramente vergognoso parlare di un argomento così toccante come la morte in questo modo.L'autore ha grande sensibilità e conoscenza della realtà napoletana, ma sembra essere molto carente riguardo a quella della comunità cinese.Mostra una bassa tolleranza verso i cinesi citando il loro fetore di involtini di primavera putrefatti e il fatto che si siano attribuiti dei nomi italiani, ma è molto più tollerante ad esempio verso il ragazzino napoletano che rapinava le coppiette. Non siamo contro le varie sfumature della realtà decriptata dalla sensibilità dell'autore sulla situazione napoletana, sfumature umane che fanno riflette, siamo contro la sua insensibilità verso i cinesi di cui conosce veramente poco e in modo superficiale.Queste parole senza fondamenta di Roberto Saviano sono esternazioni che fanno male alla convivenza fra le due comunità in Italia, fanno male soprattutto ai ragazzi cinesi che nascono e crescono in Italia, abituati ad una "vita italiana" nella quale sono pienamente integrati, dove però devono subire queste "bastonate" che spesso creano generalizzazioni e luoghi comuni. Si creano così conflitti contro i "diversi" che non sono affatto diversi, si coltivano delle future generazione rancuorose per il peso delle dicerie che devono portarsi dietro solo perchè "colpevoli" di avere origini cinesi, colpe inesistenti create da subdole affermazioni come quelle riportate nel primo capitolo di "Gomorra".
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Etichette: Cinesi
martedì 8 gennaio 2008
Pure il titolo no...
Cari lettori,
ho scoperto - grazie alla segnalazione di un amico - che un libro "Gomorra" già esisteva: è stato pubblicato nel 1987 da Bompiani e lo ha scritto Claudio Angelini, attuale direttore dell'Istituto italiano di cultura di New York.
Almeno per il titolo, uno sforzo di originalità...
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sabato 5 gennaio 2008
Allo scoccare del terzo anno...
Cari lettori,
stamattina, collegandomi al sito "Repubblica.it", ho letto che Roberto Saviano avrebbe indicato, in un lungo e complesso articolo, i colpevoli del disastro ambientale napoletano: l'emergenza rifiuti. Con trepidazione ho corso lungo le parole, saltando qua e là qualche refuso giusto per non inciampare, ho scansato la camorra - nel senso di parola - e mi sono trovato di fronte i nomi di chi ha trascinato nella vergogna la nostra terra. E che cosa ho scoperto? Che l'articolo pubblicato da Roberto Saviano su "la Repubblica" dice le stesse cose di un reportage pubblicato da "Il Mattino" il 5 gennaio 2005. Forse, dopo tre anni nessuno se ne sarebbe accorto. E, in effetti, devo dire grazie a un bravo collega di Epolis, Ciro Pellegrino, che mi ha segnalato il fatto, altrimenti sarebbe sfuggito.
E' evidente che se la verità è quella odierna di Roberto Saviano, che arriva giusto giusto con tre anni di ritardo, quella de "Il Mattino" è una verità ancora più importante che meritava maggiore attenzione. Oppure è falsa verità quella de "Il Mattino" di tre anni fa ed è un reportage in vitro quello di Saviano oggi. Lascio giudicare a voi...
LA REPUBBLICA (5 GENNAIO 2005)
J'accuse dell'autore di Gomorra: la tragedia è che Napoli si sta rassegnando all'avvelenamento
Imprese, politici e camorra
ecco i colpevoli della peste
Gli ultimi dati dell'Oms parlano di un aumento vertiginoso, oltrela media nazionale, dei casi di tumore a pancreas e polmoni
di ROBERTO SAVIANO
UN territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l'ossessione di emigrare o di arruolarsi.
E' una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all'opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.
Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%.
Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all'opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un'impresa - l'Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia.
Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio.
Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l'ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l'inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell'antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi.
Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso vicini alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano.
Nel caso dell'inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all'anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni.
Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall'estero: da ogni parte d'Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l'autorizzazione dalla Regione. Aveva però l'unica autorizzazione necessaria, quella della camorra.
Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l'unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell'inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l'emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l'emergenza e quindi riuscì con l'attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003.
Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all'amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l'appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan.
La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all'avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L'emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione.
Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l'operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un'azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell'80% sui prezzi ordinari.
Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no.
Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d'Italia è stato intombato a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra.
E' in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E' in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l'ossessione dell'informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell'informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi. [an error occurred while processing this directive]Non è affatto la camorra ad aver innescato quest'emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l'emergenza e con l'apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli.
Quando si getta qualcosa nell'immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall'emergenza non si vuole e non si po' uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più.
L'emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa.
Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L'80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate.
Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l'eroe epico che strappa le braccia all'Orco che appestava la Danimarca: "Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.
(5 gennaio 2008)
Dalle pagine dell’edizione nazionale de "Il Mattino" del 5 gennaio 2005
Un avvocato-imprenditore, Cipriano Chianese, di 56 anni, di Parete, è stato arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, estorsioni e violazione di sigilli, nell’ambito delle attività di smaltimento illecito di rifiuti condotte dal clan dei Casalesi. Nei suoi confronti il gip del Tribunale di Napoli Umberto Antico, ha emesso una ordinanza di custodia cautelare su richiesta dei pm della Direzione distrettuale antimafia, Raffaele Marino, Giuseppe Narducci ed Alessandro Milita. È stato anche disposto il sequestro di 39 unità immobiliari, in Campania e nel Lazio, e sei appezzamenti di terreno. Nell’indagine, effettuata dalla Dia di Napoli e che abbraccia oltre un decennio di attività di Chianese, risultano indagate 25 persone... Tra i nomi compare quello dell’ex sub commissario per l’emergenza rifiuti, Giulio Facchi: anche per lui era stato richiesto l’arresto, ma il gip ha ritenuto di non doverlo concedere per mancanza di esigenze cautelari (non è più sub commissario). Indagati anche il comandante dei vigili urbani di Giugliano, Umberto Nannini, e un suo collaboratore, Romualdo De Carlo; Giuseppe Barbato ed Enrico Santillo, vecchi amministratori della Resit, la società che gestiva le due discariche di Giugliano utilizzate durante l’emergenza rifiuti a Napoli, ai quali è stato notificato l’obbligo di firma; il nipote del boss Francesco Bidognetti, Gaetano Cerci, già coinvolto nell’inchiesta del 1992. Rispunta Licio Gelli, i cui rapporti con Cerci erano stati documentati dai carabinieri tredici anni fa: la sua abitazione aretina è stata perquisita. Compare il nome di Mimmo Pinto, ex parlamentare, presidente del Consorzio di bacino Napoli 3, interrogato nel 2004 dalla Dda di Napoli ma che nelle vicende contestate a Chianese avrebbe avuto un ruolo marginale. Perquisita anche l’abitazione aversana di Domenico Cagnazzo, generale dei carabinieri in congedo, che però non sarebbe iscritto nel registro degli indagati. Complesse le vicende ricostruite dalla Dia in oltre due anni di accertamenti. Al centro dell’inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l’emergenza rifiuti del 2003. Gli impianti, invece, avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Per l’attività di smaltimento la Resit ha fatturato un importo di oltre 35 milione di euro, per metà già liquidati. Ma del materiale d’indagine, collegata a quella del del 1992, fanno parte anche intercettazioni telefoniche e dichiarazioni di collaboratori di giustizia (soprattutto Ferrara e De Simone). Grazie all’amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l’appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan...Il Cipriano Chianese risulta proprietario (anche in tempi recenti) di complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. I sequestri, che seguono quelli delle due cave adibite a discarica successivamente acquisite dal Consorzio Napoli 3, riguardano 39 unità immobiliari intestate a un familiare, acquisiti in Lazio e Campania «con provviste non documentate e giustificate», e sei terreni che sarebbero frutto delle estorsioni agli ex proprietari... Oltre alle indagini sugli invasi della Resit in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, un’altra inchiesta giudiziaria ha travolto i progetti in tema di ambiente dell’imprenditore dei rifiuti, Cipriano Chianese. Al centro l’ambiziosa iniziativa della Resit di realizzare un opificio industriale che avrebbe dovuto dar lavoro a venti giovani del posto, destinato al recupero e al trattamento di «beni durevoli post consumo di carta, ferro, plastica, vetro e legno», come lo ha definito nel suo dispositivo il pm della Procura di Santa Maria Capua Vetere, Luigi Landolfi, che ha condotto le indagini. L’impianto si trova in località Ventignano, a due passi dal polo delle discariche, ed è stato sottoposto a sequestro preventivo per ben due volte, sempre dissequestrato poi dal Riesame. La sua ossatura è stata ultimata, ma mancano ancora le attrezzature, che rappresentano la parte più cospicua dell’investimento economico, segnale dell’indecisione di Chianese a completare l’opera. Per ora il progetto, infatti, ha prodotto solo i diciotto avvisi di garanzia notificati dagli uomini della Dia l’8 luglio 2004 allo stesso Chianese, ai tecnici comunali, al sindaco Pietro Volpe e quasi all’intero consiglio comunale di Parete (fatta eccezione per alcuni consiglieri assenti in quella seduta) che il 14 marzo del 2002 votò all’unanimità il via libera all’opificio. Due le ipotesi di reato: abuso d’ufficio e falso ideologico. Per la Procura manca la legittimità a quel sito, a partire dall’iter amministrativo scelto, quello della conferenza dei servizi, procedura semplificata che consente di accorciare i tempi di realizzazione di un insediamento produttivo, ma che in tema di rifiuti non è di competenza comunale, bensì regionale. E dunque «attraverso l’intervento del consiglio comunale si è autorizzato in sostanza quanto doveva essere autorizzato da organismi regionali», ha scritto l’accusa. La delibera ha imposto una variante al Piano regolatore comunale per cambiare la destinazione d’uso del terreno, passato da agricolo a industriale. La decisione, inoltre, sarebbe stata presa sulla base di «un insussistente parere favorevole del Commissariato di governo per l’emergenza rifiuti, mai rilasciato, parere che gli indagati davano atto di aver acquisito». Invece l’allora sub-commissario Facchi, interpellato dal Comune, si limitò a sottolineare in una lettera la positività della nascita in Campania di impianti finalizzati al recupero dei rifiuti. Sindaco e consiglieri comunali di maggioranza e opposizione hanno chiesto il rito abbreviato nell’udienza preliminare davanti al gup del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Raffaele Piccirillo, tenutasi lo scorso 15 dicembre. L’obiettivo è di arrivare al più presto a fare chiarezza. Ma per difetti di notifica tutto è stato rinviato al 16 marzo prossimo.”
(Tratto dal sito www.liberalsocialisti.org)
Due brevi considerazioni:
a) Non credo che l'emergenza rifiuti sia tutta colpa di Cipriano Chianese: forse per uno scrittore che ha venduto un milione di copie approfondire un attimo il discorso sarebbe stato corretto nei confronti dei lettori
b) I napoletani - come si legge nell'occhiello dell'articolo de "La Repubblica", non si sono certo rassegnati all'avvelenamento: sarebbe bastato leggere un giornale di oggi per capire che la rabbia è cosa diversa dalla rassegnazione, ma forse l'Eletto ha trovato disponibile solo la copia de "Il Mattino" di tre anni fa...
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venerdì 4 gennaio 2008
Dal quotidiano "Libero"
SAVIANO SUL BANCO DEGLI IMPUTATI
Le prime critiche al libro dell'anno. La freelance Matilde Andolfo: "Inventati interi episodi per rendere più drammatica la storia della ragazza uccisa dalla camorra"
Il quotidiano Libero, diretto da Vittorio Feltri, ha pubblicato una intera pagina in cui - per la prima volta - si mettono in evidenza le incongruenze e le falsità contenute in "Gomorra" di Roberto Saviano. Probabilmente, le segnalazioni che questo blog ha evidenziato in queste settimane non sono frutto - come hanno suggerito alcuni commentatori - dell'invidia nei confronti di uno scrittore di successo, piuttosto della volontà di chiarezza e di giustizia.
Ecco alcuni stralci...
FRANCESCO BORGONOVO
La raccolta di reportage "Il corpo e il sangue d'Italia" curata da Christian Raimo, che ieri Alessandro Gnocchi ha recensito su queste pagine, riporta una notizia, contenuta nel testo di Antonio Pascale. Il quale ha dato conto di una polemica scoppiata su "Gomorra", il romanzo-inchiesta sulla camorra di Roberto Saviano che ha dominato le classifiche di vendita nel 2007. Pascale cita una lettera di Matilde Andolfo, giornalista free lance, al sito internet Ilrichiamo.org, in cui si contestano duramente alcuni passaggi del libro. È la prima volta che il reportage di Saviano viene accusato di deviare dalla realtà dei fatti, e la polemica sta già rimbalzando in rete su altri siti. «Ho letto il libro di Roberto Saviano. E sono arrabbiata», scrive la Andolfo. «A leggere il resoconto di "Gomorra", un viaggio che l'autore compie tra i gangli del sistema camorristico, non... (continua...)
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sabato 29 dicembre 2007
Camorra pop
Cari lettori,
vi segnalo un articolo uscito sull'edizione on line del "Corriere del Mezzogiorno" (www.corrieredelmezzogiorno.it) in cui viene a compimento la metamorfosi che la criminalità organizzata ha subito dopo "Gomorra": da fenomeno di distorsione sociale a fenomeno pop.
Ecco l'articolo....
Roberto Saviano: «Bassolino e Iervolino hanno mai visto la fiction dei Sopranos?»
Lo scrittore parla del serial sulla famiglia-clan di origini irpine più amata al mondo. In Italia però viene stranamente ignorata
Storie di clan. Che finiscono nel ridicolo. Situazioni indicibili da potente asset malavitoso. Che si sciolgono in una risata. I «Sopranos» sono la famiglia mafiosa, curiosamente di origini irpine, che rende il mènage criminale una sit-com, facendo schizzare in su l'audience in mezzo mondo, a partire dagli States. Ma da noi, in Italia, terra d'origine del fenomeno mafia - ragiona sull'ultimo numero dell'Espresso Roberto Saviano - la fiction prodotta dalla Hbo non ha mai appassionato il grande pubblico (tanto che il programma è finito sul satellite e poi sospeso). Perchè? «I Sopranos, soprattutto nel Nord Europa - scrive l'autore di Gomorra - sono una sorta di mito. Ma nel nostro paese si preferisce ammmirare padrini forti e arcaici».
Lo scrittore si chiede, poi, se il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino e il governatore Antonio Bassolino abbiano mai visto la puntata dei Sopranos ambientata a Napoli. E se non l'hanno vista «dovrebbero farlo, e anche con solerzia», dice Saviano, dal momento che la puntata - entrata nelle case di milioni di americani e europei - descrive Napoli come una specie di università del crimine, dove anche i potenti boss newyorchesi, in trasferta per «affari» sul Golfo, rimangono sconvolti dalla bellezza del posto ma anche dalla facilità con cui alle falde del Vesuvio si scatena la violenza. «Napoli diviene ai loro occhi», e a quelli degli americanissimi sceneggiatori, «la cupola del potere».
James Gandolfini, che veste i panni del boss protagonista, ha rivoluzionato secondo l'autore campano il modo di descrivere filmicamente il mafioso. Il suo «Tony», riflette Saviano, è lontano anni luce dal padrino alla Marlon Brando o alla Al Pacino. «I personaggi della fiction sono il mito della mafia ribaltato, destrutturato e rimesso assieme secondo regole nuove». Insomma, da Milano a Palermo il boss non può che essere visto nella sua sacralità di potente «e cattivo, solo cattivo». Impossibile dipingerlo alle prese con piccoli grandi problemi familiari: le sedute dallo psicanalista, la figlia innamorata di un ragazzo di colore, e via dicendo.
Conclusione: gli italiani hanno assunto a ruolo di film di culto serial come La Piovra - rappresentazione altamente drammatica del fenomeno cirminale - «ma offrirci - chiosa Saviano - i mafiosi come specchio tragicomico di noi stessi», come fanno i Sopranos, «questo no» .
al. ch.
27 dicembre 2007
Domande:
a) Con la vergogna planetaria di essere la città più sporca del mondo, sommersa dai rifiuti, si può mai chiedere al presidente della Giunta regionale della Campania - sotto processo per l'affaire immondizia - di correre a casa e vedere una puntata dei Sopranos per poi discuterne con un sindaco, il quale - da ex ministro dell'Interno - durante la faida di Secondigliano disse che quelle ammazzatine erano frutto di qualche regolamento di conti?
b) Non c'era bisogno dei Sopranos per definire Napoli la capitale del crimine, o l'università della malavita. Ora che abbiamo avuto la prova televisiva, chi se ne fotte?
c) La decostruzione del fenomeno camorristico ad opera dei Sopranos che influenza può avere sulle nostre tribolate esistenze? Ossia: dopo aver visto in tv una puntata del serial in cui il boss mafioso viene dipinto "alle prese con piccoli grandi problemi familiari: le sedute dallo psicanalista, la figlia innamorata di un ragazzo di colore, e via dicendo" ci sentiremo autorizzati a scendere in strada, avvicinare il primo camorrista e iniziare un dialogo del genere?
Segue dialogo...
Fan di Saviano: "Ciao, uomo del sistema"
Camorrista: "Che cazz... vuò?"
Fan di Saviano (pensoso): "Ho visto una puntata dei Sopranos"
Camorrista: "E che aggia fa? Te serv 'a cucaina...? Ma stai fatt 'a crac?"
Fan di Saviano (ancora più pensoso): "Il protagonista ha una figlia innamorata di un ragazzo di colore... Ti chiedo: pure tua figlia se la fa coi neri?".
Un colpo secco metterebbe fine alla conversazione.
Questo è ciò che ci aspetta, almeno finché la Marvel non metterà in vendita un fumetto con Superman alle prese con l'esercito di Eduardo 'o romano. Allora sarà l'apoteosi...
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mercoledì 26 dicembre 2007
Lettera di un lettore
Gentile Di Meo,
ieri sera sono venuto casualmente a conoscenza del suo blog che mi ha subito incuriosito. Così nottetempo ho fatto un'autentica scorpacciata. E devo dire che sono rimasto letteralmente basito. E' la prima volta che vedo un giornalista montare addirittura un blog contro (e non mi si venga a raccontare la balla del “su” perchè non regge) un altro giornalista, Roberto Saviano. Al che la prima domanda sorgerebbe spontanea: ma non ha niente di meglio da fare nella giornata? La seconda, altrettanto spontanea è: perchè fare un blog del genere?Francamente non capisco. La spiegazione più logica sembrerebbe l'invidia verso chi, facendo un mestiere simile al suo, ha avuto più successo di lei. Ho letto attentamente tutti i post e i commenti sperando di trovare una spiegazione diversa che purtroppo non ho trovato. Anzi ho trovato un accanimento quasi maniacale verso il giovane scrittore. Le accuse che lei e alcuni suoi colleghi, tutti a lamentare presunti furti di articoli, muovete a Saviano stanno in piedi come un serpente zoppo. Chi scrive è tenuto a documentarsi. L'ho fatto persino io, pur non essendo un giornalista. Prima di scriverle, mi sono letto tutto il suo blog per evitare di incappare in errori. Saviano, a quanto pare, non aveva questo diritto. E poi mi scusi, ma cosa c'entra il plagio? Saviano racconta storie vere, non favolette di cui potrebbe eventualmente rivendicare la proprietà intellettuale. Oltretutto proprio lei risulta citato tra le fonti, dunque avrebbe anche poco titolo per lamentarsi. Forse lei e i suoi colleghi di cronache pensate di essere gli unici a sapere come si fa questo mestiere? O forse credete che solo voi ve ne andavate sui luoghi dove la camorra faceva stragi, mentre Saviano se ne stava comodamente a casa a pensare come copiarvi i pezzi? Mi sembra un po' presuntuosa come osservazione? Oltretutto mi scusi ma io lavoro a pochi metri dalla vecchia redazione di Fuorigrotta. E vi vedevo sempre tappati dentro, nemmeno ad uscire per prendervi un caffè. Insomma a dirla tutta, non siete certo voi a poter fare la morale sulla professionalità di Saviano, visto che non siete quei “cronisti di strada” di cui amate tanto riempirvi la bocca.Fulvio
Caro Fulvio,
anzitutto la ringrazio per il lungo e articolato commento. Rispondo subito alla sua domanda iniziale: forse io non avrò molto da fare per scrivere un blog del genere, ma certamente lei - Fulvio - leggendolo tutto, anzi facendone "un'autentica scorpacciata", non è da meno, tanto più che lo ha fatto durante le festività natalizie.
Supero gli interrogativi sul "perché" ho animato questo spazio aperto di discussione non contro una persona, ma su un personaggio. Non ho intenzione di rispiegarlo, anche perché mi sembra che lei non mi creda, quindi risparmio il fiato.
Sul diritto di Saviano a documentarsi nessuno discute, ci mancherebbe. Le faccio presente, però, che una cosa è documentarsi, un'altra è diventare proprietario delle intuizioni altrui, delle tensioni altrui, delle emozioni altrui, del tempo altrui.
Ritengo di averlo dimostrato ampiamente in queste settimane. Se lei, al contrario, è convinto che le mie argomentazioni non siano sufficienti a giustificare un “simile attacco”, sono abbastanza maturo per farmene una ragione e per rispettare la sua posizione. Anzi, la ritengo così meritevole di attenzione da pubblicarla non nello spazio esiguo dei commenti, ma nella home page del blog.
Le assicuro che non è invidia, perché l’invidia è un male che si nutre nell’oscurità e dell’oscurità, che borbotta nella solitudine, che non conosce le ragioni delle opinioni altrui, che si alimenta dell’ossessiva e silenziosa auto-esaltazione di sé, che – come il viscido Gollum, l’abominevole mezz’uomo lacustre del Signore degli Anelli – sussurra: “Il mio tessssoro”, impedendone la visione agli altri. L’invidia non la si mostra a una finestra aperta sul mondo.
Piuttosto è la fiera consapevolezza che né la schiacciante potenza della più grande casa editrice d’Italia né lo sguardo disorientato di Umberto Eco (ah, quanto sono lontani i tempi in cui il più grande intellettuale italiano faceva sfoggio del suo sfavillante ingegno per mettere alla berlina marchette e marchettari) potranno mai piegare.
Caro Fulvio, io non dico: “Guardate, Saviano ha copiato da me…”. Ma lancio un messaggio diverso. Dico: “Guardate, la camorra esisteva anche prima di Saviano e ci sono dei bravi giornalisti che meritano rispetto. Ecco le prove: ciò che scrive oggi Saviano, era stato pubblicato da un pezzo sui giornali”. È evidente, inoltre, che io parli dei miei articoli, non conoscendo quelli degli altri. Quando ho avuto la possibilità di farlo – come con Giancarlo Palombi – l’ho fatto, senza problemi.
Inoltre, caro Fulvio sul fatto che il plagio si configuri soltanto con storie di fantasia ho i miei dubbi: ma comunque sarà il giudice a valutare, serenamente.
Sulla presunzione di chi pensa di essere il solo depositario dell’ars giornalistica sulla camorra, le suggerisco di rileggere tutte le interviste che Saviano ha rilasciato: non credo di essere io il visionario, ma credo che lui non abbia mai citato i colleghi napoletani. Chi è l’egocentrico, mi scusi?
Probabilmente ha ragione quando dice che noi, a Cronache, eravamo sempre chiusi in redazione. Abbiamo frequentato poco la strada, ma ciò non ci ha impedito di suscitare pur qualche emozione a Roberto Saviano, se risultiamo tra le sue fonti – come lei ben ricorda -.
Un’ultima considerazione: non è escluso che questo blog sia nato perché siamo un po’ anti-aristotelici. Non crediamo da un pezzo all’ipse dixit. L’incarnazione della verità non è un dogma che più ci appartiene e quando ci accorgiamo che qualcuno si sta pericolosamente avvicinando a trasformarsi in un oracolo, balziamo sulla sedia, accendiamo il pc e iniziamo la nostra piccola guerra. Sarà uno spirito giacobino, illuminista, rinascimentale, quello che ci anima, ma a scuola ci hanno insegnato che le verità assolute sono più dannose delle bugie e che il valore di una idea si deve difendere anche se si è da soli contro cento. E a noi piace tanto essere in minoranza.
Saluti
sdm
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mercoledì 12 dicembre 2007
Un accordo di troppo...
Cari lettori,
ecco l'ennesimo esempio di scrittura duale...
Versione 1
Mentre la stampa insegue la cronaca nera inciampando su interpretazioni e valutazioni, un quotidiano partenopeo riesce a raggiungere la notizia di un patto tra gli Spagnoli e i Di Lauro, un patto di pace momentanea, siglato con la mediazione del clan Licciardi. Un patto voluto dagli altri clan secondiglianesi e forse anche dagli altri cartelli camorristici, i quali temevano che il silenzio decennale sul loro potere potesse essere interrotto dal conflitto. Bisognava nuovamente permettere allo spazio legale di ignorare i territori di accumulazione criminale. Il patto non è stato trascritto da qualche carismatico boss in una notte in cella. Non è stato diffuso di nascosto, ma pubblicato su un giornale, un quotidiano. In edicola, il 27 giugno 2005 è stato possibile leggerlo, comprenderlo, capirlo. Ecco i punti d’accordo pubblicati:
1) Gli scissionisti hanno preteso la restituzione degli alloggi sgomberati tra novembre e gennaio a Scampia e a Secondigliano Circa ottocento persone costrette dal gruppo di fuoco di Di Lauro a lasciare le case.
2) Il monopolio dei Di Lauro sul mercato della droga è spezzato. Non si torna indietro. Il territorio dovrà essere diviso in maniera equa. La provincia agli scissionisti, Napoli ai Di Lauro.
3) Gli scissionisti potranno servirsi di propri canali per l’importazione della droga senza più ricorrere obbligatoriamente alla mediazione dei Di Lauro.
4) Le vendette private sono separate dagli affari, ossia gli affari sono più importante delle questioni personali. Se tra anni si verificherà una vendetta legata alla faida, questa non farà riaccendere le ostilità ma rimarrà sul piano privato.
Versione 2
Così si scopre che la trattativa tra la holding di via Cupa dell'Arco e gli scissionisti si basa su quattro punti. Quattro punti dai quali iniziare a discutere. Con una deroga.
Chi ha il carisma per ordinare di deporre le armi?
Quindi, è il ragionamento di alcuni investigatori esperti di cose secondiglianesi, la pace è stata raggiunta grazie a un intervento esterno.
Ed è a questo punto che - rivela Radiomala - sarebbe intervenuto il boss Vincenzo Licciardi, spalleggiato dai temibili Lo Russo.
Che potesse essere lui l'unico a poter assurgere ad ago della bilancia dello scacchiere mafioso cittadino, per il suo carisma, per il prestigio della sua famiglia nella malavita campana, per la forza militare ed economica del suo gruppo, lo rivela anche il magistrato Antimafia Filippo Beatrice, nell'ordinanza di custodia cautelare che nel luglio scorso ha smantellato la rete commerciale della camorra spa, quando scrive: “Al potere criminale di Vincenzo Licciardi nemmeno lo stesso Paolo Di Lauro può opporsi”.
E sarebbe stato proprio Licciardi, con l'appoggio del gruppo del rione San Gaetano, a chiedere - e ad ottenere - una tregua. In attesa che venissero concordate le basi per la pace futura.
Punto primo) Gli scissionisti hanno preteso la restituzione degli alloggi sgomberati con il ferro e il fuoco tra novembre e gennaio a Scampia e Secondigliano. Cifre ufficiali non ce ne sono, ma si parla di non meno di ottocento persone costrette dal gruppo di Di Lauro a lasciare gli appartamenti nei rioni dormitorio; interi lotti di case popolari sono da allora disabitati, ma sorvegliati a vista da sentinelle quasi invisibili.
Punto secondo) Il monopolio della famiglia di Cupa dell'Arco sul mercato della droga è spezzato, indietro non si torna. Quindi, il territorio dovrà essere suddiviso in maniera equa: la provincia agli scissionisti, Napoli ai Di Lauro. E più precisamente sembra che al gruppo dei fuoriusciti siano andati i Comuni di Casavatore, Melito e Mugnano (su quest'ultimo c'erano state alcune divergenze, poi superate, per il settore delle estorsioni) mentre al boss latitante Secondigliano e Scampia oltre agli altri quartieri cittadini della cintura nord.
Punto terzo) Gli scissionisti potranno servirsi dei propri canali per l'importazione della droga senza più ricorrere obbligatoriamente ai Di Lauro.
Punto quarto) Le vendette private sono separate dagli affari.
“Ciò non significa - rivelano negli ambienti investigativi - che non ci saranno più morti ammazzati. Ma più semplicemente che gli affari sono stati considerati più importanti delle questioni personali”.
Pubblicato da 01 a 18.13 6 commenti
martedì 11 dicembre 2007
La freccia del tempo
Cari lettori,
ho trovato questi due stralci di un vecchio manoscritto, opera di un Anonimus Scriptor de quaestionibus camorrae, risalente al secolo XIII, riportate nel best-seller dell'Eletto.
Non chiedetemi qual è l'originale, perché non lo so. Con l'Eletto la freccia del tempo non vale, perché lui potrebbe averlo pensato prima di scriverlo e quindi mantenere il primato, in ogni caso. E poi l'Anonimus Scriptor pubblicava per quei pochi lettori di manzoniana memoria, mica per l'umanità.
Saluti
Il clan Di Lauro è sempre stato un’impresa perfettamente organizzata. Il boss lo ha strutturato con un disegno d’azienda da multilevel. Ogni livello ha in sé dei sottolivelli che si relazionano esclusivamente con il proprio dirigente di riferimento e non con l’intera struttura. L’indotto dello spaccio è enorme, migliaia di persone ci lavorano ma non sanno da chi sono dirette. Intuiscono genericamente per quale famiglia camorristica lavorano, ma nulla di più. Qualora qualche arrestato decidesse di pentirsi, la conoscenza della struttura sarà limitata a un perimetro specifico, minimo, senza riuscire a comprendere e conoscere l’intero organigramma.
La struttura organizzativa del clan Di Lauro sembra copiata dai manuali di management dei guru dell’economia americani: è l’applicazione del principio del multi-level al narcotraffico. Organigramma rigidamente gerarchico, con ruoli e competenze specifici. Gli ordini provengono dal direttivo del cartello e filtrano attraverso i responsabili operativi dello spaccio fino all’ultima vedetta. Il capo governa con mano ferma, ma non parla mai direttamente. […] È la teoria dei cerchi concentrici del crimine organizzato. Non possono accusare il capo, non saprebbero nemmeno riconoscerlo.
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Etichette: Chi ha copiato da chi?
martedì 4 dicembre 2007
Chi ha copiato da chi?
Cari lettori,
stavolta cambiamo il concorso a premi Trova la differenza e vi invitiamo a indovinare quale dei due brani è tratto da "Gomorra".
Su, avanti... Concentratevi come è concentrato lui...
La notte del 21 gennaio, la stessa notte dell’arresto di Cosimo Di Lauro, venne ritrovato il corpo di Giulio Ruggiero. Trovarono un’auto bruciata, un corpo al posto di guida. Un corpo decollato. La testa era sui sedili posteriori. Gliel’avevano tagliata. Non con il colpo netto dell’accetta, ma col flex: la sega circolare dentellata usata dai fabbri per limare le saldature. Lo strumento peggiore in assoluto, ma proprio per questo il più plateale. Prima tagliare la carne e poi scheggiare l’osso del collo. Dovevano aver fatto il servizio proprio lì, visto che per terra c’erano d’intorno scaglie di carne come se fosse trippa. Le indagini non erano neanche state avviate che in zona tutti sembravano sicuri che fosse un messaggio. Un simbolo. […]
[…] Poi la macabra esecuzione della decapitazione. Eseguita con un flex, la sega elettrica utilizzata dai tagliatori e tornitori per tranciare anche il ferro. Non un colpo netto, ma una lenta operazione da macellai che ha sfrangiato il tessuto umano, disperdendo ovunque - sul cadavere e nell’abitacolo - brandelli di carne. Successivamente, il cadavere sarebbe stato cosparso di benzina e dato alle fiamme, all’interno di una Passat. Con la testa poggiata dietro il corpo.
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lunedì 3 dicembre 2007
Cutolo querela Roberto Saviano...
ALTRE QUERELE PER SAVIANO
(articolo pubblicato su La Repubblica, 2 dicembre 2006)
Raffaele Cutolo contro "Gomorra". Dal carcere di Novara, dove è detenuto in isolamento, il boss storico della camorra lancia un atto d´accusa contro Roberto Saviano, lo scrittore minacciato dai clan per il libro in cui racconta l´impero economico della criminalità organizzata campana. «Ha scritto falsità. Mi accusa di un omicidio atroce e infamante, che non ho mai commesso, e ora ne risponderà in tribunale», scrive Cutolo in una lettera indirizzata a uno dei suoi legali. Il casus belli è un passaggio di "Gomorra", nel quale si attribuisce al boss l´assassinio della figlia del giudice Alfonso Lamberti, uccisa all´età di 10 anni in un agguato a Cava dei Tirreni (era il 29 maggio 1982). «Non sono mai stato indiziato, né indagato, né tantomeno processato per quel fatto tremendo», replica il fondatore della Nuova camorra organizzata. Che aggiunge: «Nella mia vita ho fatto del male a molte persone. Ma accusarmi di aver fatto sparare in faccia a una bambina, questa è una menzogna che non posso accettare». Cutolo ha incaricato uno dei suoi avvocati, Gaetano Aufiero, di sporgere querela nei confronti di Saviano. Dice il legale: «Sono stato io stesso, leggendo Gomorra, a stupirmi per quelle affermazioni, e ho subito informato il mio cliente. Senza nulla togliere al valore del libro, che nel complesso è certamente ben fatto e interessante, non si possono non considerare diffamatorie le frasi sull´omicidio della piccola Simonetta Lamberti». L´affondo del boss della camorra, condannato a otto ergastoli e in carcere dal ´79 (complessivamente ha già scontato 44 anni di reclusione), rende ancor più pesante il clima che si è creato intorno a Saviano dopo la pubblicazione di "Gomorra". Minacciato di morte dai clan, lo scrittore vive attualmente sotto protezione , in una località segreta, comunica solo via mail e le misure di sicurezza decise dalla prefettura di Napoli per tutelarlo sono severissime. Il libro di Saviano è un viaggio-inchiesta nel mondo affaristico e criminale della camorra, detta anche "Sistema". Un percorso che ricostruisce le sperimentate logiche economico-finanziarie ed espansionistiche dei clan del napoletano e del casertano, da Secondigliano a Casal di Principe. Un percorso che attraversa la sanguinosa faida di Scampia e il sofisticato dominio criminale del cartello dei casalesi. Realtà che affondano le loro radici nella camorra cutoliana degli anni ´80. Nella descrizione dell´omicidio di Gelsomina Verde, la ragazza di 22 anni sequestrata, torturata, ammazzata con un colpo alla nuca e infine carbonizzata dai sicari del clan Di Lauro il 22 novembre del 2004, Saviano fa un parallelismo con gli anni della camorra di Cutolo. Riferisce di un´intervista nella quale Immacolata Iacone, la moglie del "professore", come era soprannominato il boss, sostiene che «la camorra, quella vera, quella del marito, non uccideva mai le donne… Aveva una forte etica, fatta da uomini d´onore. Bisognava forse ricordarle – scrive Saviano, ed è questo il passaggio in questione – che negli anni ´80 Cutolo fece sparare in faccia a una bambina di pochi anni, figlia del magistrato Lamberti, davanti al padre». Di qui la querela per diffamazione da parte di Cutolo, difeso dagli avvocati Gaetano Aufiero e Paolo Trofino. Simonetta Lamberti fu uccisa il 29 maggio del 1982 nel corso di un attentato il cui obiettivo era il padre, il giudice Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina.
(Riportato da Casertasette.com)
Pubblicato da 01 a 11.26 0 commenti
Parola di procuratore...
PROCURATORE ANTIMAFIA: VISITA DI SAVIANO A CASALE E' STATA SPETTACOLARIZZAZIONE
Il ritorno dello scrittore anticamorra Roberto Saviano a Casal di Principe, 'quartier generale' del clan camorristico dei Casalesi? "Non ce n'era davvero bisogno - dice Franco Roberti, coordinatore della direzione distrettuale antimafia di Napoli - Saviano è in grave pericolo. Non servono eroi o martiri". Parole di Roberti che è intervenuto al programma "Viva Voce" su Radio 24 parla della partecipazione dell'autore di 'Gomorra' alla manifestazione, lunedì scorso, organizzata nel Casertano all'insegna della legalità e che ha visto la presenza, tra gli altri, del presidente della Camera, Fausto Bertinotti. "Non servono eroi o martiri - ha detto Roberti - ma una politica antimafia seria che al di là delle spettacolarizzazioni, come l'esibizione di Saviano, dia risposte concrete ai cittadini in termini di legalità, sviluppo economico, sicurezza". "Come avevamo suggerito agli organizzatori della manifestazione - ha sottolineato - dovevano rinunciare alla presenza di Saviano, una ostensione che ha accresciuto il già grave pericolo in cui versa lo scrittore e che non è stata utile a scuotere le coscienze". "Il valore enorme della testimonianza di Saviano sta nelle cose che scrive e che tantissimi fortunatamente leggono, non nella sua presenza a Casal di Principe, che è stata letta come una sfida dai camorristi - ha concluso - E' stata una spettacolarizzazione superflua e dannosa. Saviano è protetto dallo Stato. Ma non possiamo sfidare il pericolo che incombe su di lui, accrescendolo inutilmente".
Pubblicato da 01 a 11.21 0 commenti
Etichette: Gomorra e spettacoli
domenica 2 dicembre 2007
Chiesto rinvio a giudizio per Roberto Saviano
Cari lettori,
vi segnalo questa notizia pescata dal sito http://www.comunedipignataro.it/
PIGNATARO - Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato stampa del sindaco Giorgio Magliocca:
COMUNICATO STAMPA
La Procura della Repubblica di Monza in data odierna ha depositato il fascicolo delle indagini preliminari ed ha chiesto il rinvio a giudizio per il Direttore Responsabile del settimanale “Il Diario” e del giornalista Roberto Saviano - autore di Gomorra- per aver diffamato il sindaco e consigliere provinciale avvocato Giorgio Magliocca con un articolo apparso su “Il Diario”, edizione del 26 settembre 2003. Questa la frase diffamatoria: “Mentre decine di agenti della polizia con difficoltà sgombravano la villa-bunker tra imprecazioni e urla delle donne del clan, Ligato si è rivolto con fare sbalordito al sindaco Giorgio Magliocca (An) lì presente: «Ma come dopo tutti i voti che ti ho fatto avere, mi fai togliere la casa?». L’udienza preliminare si avrà presso il Tribunale di Monza il 13 febbraio 2008. [...]
Naturalmente, esprimiamo solidarietà al collega Roberto Saviano, anche se talvolta la furia scoopistica può giocare qualche brutto scherzo...
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sabato 1 dicembre 2007
Cari lettori,
vi segnalo questo interessante articolo della giornalista Matilde Andolfo, tratto da "Il Barbiere della Sera".
18.12.2006
Saviano, questo ad Annalisa non lo dovevi fare
Ho letto il libro di Roberto Saviano. E mi sono arrabbiataA leggere il resoconto di “Gomorra”, un viaggio che l’autore compie tra i gangli del sistema camorristico, non si può non rimanerne affascinati e allo stesso tempo stupiti, choccati per la crudezza e la puntualità con cui viene descritta la realtà criminale.E’ un libro coraggioso che riporta fatti e situazioni che spesso e volentieri sfuggono anche a chi vive a Napoli. Saviano è un cronista da reportage ma soprattutto un abile affabulatore.Fin qui i complimenti. Poi mi è piovuta addosso la doccia fredda. Ad un certo punto ho avuto l’impressione che l’occhio dell’autore fosse diventato miope. Quelle pagine dedicate ad Annalisa Durante, la ragazzina ammazzata durante un conflitto a fuoco tra camorristi il 27 marzo 2004 sono un cumulo di falsità: menzogne che finiscono soltanto per infangarne la memoria. La mia non vuol essere una critica asettica ma soltanto un grido di rabbia perché è ingiusto colpire qualcuno che non può difendersi. Ma ancor più grave se a distruggere l’onore di una vittima di camorra è un giornalista e scrittore. Penso alla madre di Annalisa, mamma Carmela, che lette quelle righe infamanti sulla figlia ha rinnovato il dolore atroce per la seconda volta. Saviano dipinge Annalisa non con la penna attenta di chi si è documentato ma piuttosto con la presunzione di chi vuol ricavarne un ritratto quasi simbolico. Così dal romanzo emerge Annalisa personaggio e non persona. La storia di Annalisa diventa quindi la storia di qualunque altra ragazza che soltanto per il fatto di abitare a Forcella ha un destino già segnato dalla camorra o dal lavoro nero. Ma questa che descrive Saviano, peraltro immaginandola, non è la storia di Annalisa. Saviano scrive: “Quattordici anni. Quattordici anni. Riperterselo è come passarsi una spugna d’acqua gelata lungo la schiena. Sono stato al funerale di Annalisa Durante. Sono arrivato presto nei pressi della chiesa di Forcella. I fiori non erano ancora giunti, manifesti affissi ovunque, messaggi di cordoglio, lacrime, strazianti ricordi delle compagne di classe. Annalisa è stata uccisa.La serata calda, forse la prima serata veramente calda di questa stagione terribilmente piovosa, Annalisa aveva deciso di trascorrerla giù al palazzo di un’amica. Indossava un vestitino bello e suadente. Aderiva al suo corpo teso e tonico, già abbronzato. Queste serate sembrano nascere apposta per incontrare i ragazzi, e quattordici anni per una ragazza di Forcella è l’età propizia per iniziare a scegliersi un possibile fidanzato da traghettare sino al matrimonio.Le ragazze dei quartieri popolari di Napoli a quattordici anni sembrano già donne vissute. I volti sono abbondantemente dipinti, i seni sono mutati in turgidissimi meloncini dai push-up, portano stivali appuntiti con tacchi che mettono a repentaglio l’incolumità delle caviglie. Devono essere equilibriste provette per reggere il vertiginoso camminare sul basalto, pietra lavica che riveste le strade di Napoli, da sempre nemico d’ogni scarpa femminile.Annalisa era bella. Parecchio bella. Con l’amica e una cugina stava ascoltando musica, tutte e tre lanciavano sguardi ai ragazzetti che passavano sui motorini, impennando, sgommando, impegnandosi in gincane rischiosissime tra auto e persone. È un gioco al corteggiamento. Atavico, sempre identico.La musica preferita dalle ragazze di Forcella è quella dei neomelodici, cantanti popolari di un circuito che vende moltissimo nei quartieri popolari napoletani, ma anche palermitani e baresi. Gigi D’Alessio è il mito assoluto. Colui che ce l’ha fatta a uscire dal microcircuito imponendosi in tutta Italia, gli altri, centinaia di altri, sono rimasti invece piccoli idioti di quartiere, divisi per zona, per palazzo, per vicolo. Ognuno ha il suo cantante.D’improvviso però, mentre lo stereo spedisce in aria un acuto gracchiante del neomelodico, due motorini, tirati al massimo, rincorrono qualcuno. Questo scappa, divora la strada con i piedi. Annalisa, sua cugina e l’amica non capiscono, pensano che stanno scherzando, forse si sfidano.Poi gli spari. Le pallottole rimbalzano ovunque. Annalisa è a terra, due pallottole l’hanno raggiunta. Tutti fuggono, le prime teste iniziano ad affacciarsi ai balconi sempre aperti per auscultare i vicoli. Le urla, l’ambulanza, la corsa in ospedale, l’intero quartiere riempie le strade di curiosità e ansia. […] A questo punto del libro la mamma di Annalisa ha cominciato a piangere. Di rabbia. Aveva il respiro bloccato come se qualcuno le avesse dato un pugno nello stomaco.Annalisa, la sera dell’omicidio, non indossava il vestitino attillato. In realtà aveva un paio di jeans con tasche gialle, una Tshirt nera e calzava un paio di Nike “silver” dorate. Quegli abiti sono ancora ammassati in un enorme sacco della spazzatura nascosto in casa della zia. Da allora nessuno ha mai avuto il coraggio di riaprirlo. Mamma Carmela ripete sempre che un giorno, se ne avrà la forza, farà lavare quei vestiti e li riporrà nel cassetto dei ricordi. La verità è questa. Poco suggestiva forse, ma è la verità. E allora mi chiedo perché Saviano ha voluto descrivere Annalisa in maniera poco obiettiva? Forse perché la verità mal si adattava al personaggio provocante presentato nel romanzo.Certo soltanto un abitino suadente avrebbe potuto avvalorare la tesi di un’adolescente smaliziata e precoce. Non quei jeans sdruciti. D’altra parte in Gomorra vengono rievocati con disinvoltura i riti del corteggiamento, della disperazione: descritti al pari dell’iniziazione nel mondo degli adulti. Nel romanzo sembrano affiorare gli elementi tipici dell’epos ma in maniera assolutamente illegittima. Nel descrivere fatti e persone reali non è infatti possibile fare riferimento al poema omerico in cui personaggi-eroi e storie appaiono simboli universali che tratteggiano l’età dell’umanità fanciulla. Nell’epos il mito è storia perché un tempo la tradizione orale rappresentava quel che oggi esplicano telegiornali, giornali, radio e libri di storiografia. Ecco perché la storia di Annalisa andava raccontata senza manipolazioni. Spero comunque che in un autore così giovane non conviva la mala fede nonostante sia personalmente convinta che se avesse voluto essere leale gli sarebbe bastato entrare in casa Durante, vedere le tracce lasciate da Annalisa per capire la sua vera immagine. Manipolare la verità è grave quanto la censura soprattutto quando un libro diventa strumento di conoscenza di una realtà sconosciuta ai più.Annalisa non era una donna-bambina. A testimoniarlo sono le sue forme (come pretendere un concentrato di femminilità da una ragazzina che aveva avuto il menarca 8 mesi prima della sua morte?) ma soprattutto i suoi pensieri riversati in un diario che io ho avuto la fortuna di leggere per intero e che Saviano finge di riportare in maniera del tutto fantasiosa. Annalisa era soltanto una bambina: cicciottella, con le carni tenere, delicate come le sue manine che spesso si perdevano nella manona del papà. E quel soprannome ‘a bellissima non nascondeva nulla di malizioso anche se Saviano ritiene che Annalisa sarebbe stata pronta a sposarsi con un camorrista o un morto di fame. Ma ad indignarmi di più è stata la parte del funerale: un trionfo di perizomi e pantaloni a vita bassa indossate dalle amichette di Annalisa. Per fortuna nel romanzo Saviano ha tralasciato la parte che invece è riportata in un suo articolo apparso sulla rivista on line “Nazione Indiana”: l’incontro assolutamente inventato tra i boss della camorra e Giannino Durante ai funerali della figlia. Ultima annotazione riguarda il cellulare che nel romanzo l’autore ha fatto macabramente trillare attraverso un’amica di Annalisa. In realtà quel telefonino non avrebbe potuto emettere alcun suono perché era spento. Ma ancora una volta la finzione letteraria giustifica la menzogna. Lo spunto della miseria umana di Forcella viene in aiuto all’autore per rappresentare Annalisa e il suo mondo come un unicum aberrante che non ha nulla di umano. E’ chiaro che Saviano ne rimane disgustato e, con distacco intellettuale, descrive Forcella come sublimazione dell’infimo.Il dolore di quella povera madre che piange la sua creatura viene liquidato dall’autore di Gomorra ne “la solita scena tragica” che rappresenta “la condanna culturale in cui avviene”. Ma Lina Durante è pur sempre una madre a cui hanno ammazzato la figlia. Nessuno ha il diritto di giudicare la sua condotta in un momento di così grande disperazione. Non dimentichiamo, infine, che Annalisa non c’entrava nulla con la camorra al pari delle tante altre vittime innocenti come Claudio Tagliatela che la ragazzina di Forcella ha ricordato in una pagina del suo diario quasi fosse un presagio. In Gomorra di Saviano tutto appare inevitabile. Così anche la morte di una ragazzina di 14 anni sembra la cronaca di una tragedia annunciata. Forse è un modo per esorcizzare la paura che chiunque possa finire sotto i colpi di assassini. O piuttosto è il segno di un autentico pregiudizio nei confronti di chi nasce in realtà degradate.Nel romanzo sembra quasi che Annalisa era destinata a finire ammazzata perché figlia di quell’ambiente. Saviano immagina per lei un futuro al fianco di un camorrista o di un fallito dedito al lavoro nero. Secondo questa logica, seppure fosse sopravvissuta, per la società e il mondo intero Annalisa sarebbe stata una donna invisibile.E allora, maledizione, tanto vale che sia morta.
Matilde Andolfo
giornalista free lance e autrice di "Il diario di Annalisa"
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venerdì 30 novembre 2007
Non sputare nel piatto in cui hai mangiato...
Cari lettori,
spulciando in Internet, ho trovato questo INTERESSANTISSIMO articolo dell'Eletto sulla stampa di rispetto, pubblicato su "La Voce della Campania" del novembre 2005.
Ecco alcuni stralci...
Corriere di Caserta, Gazzetta di Caserta, Cronache di Napoli. Veri e propri bollettini quotidiani di camorra. Ogni giorno pubblicano articoli monografici su agguati, sparatorie, nuove alleanze. Notizie di cronaca nera articolate con una scrittura comprensibile solo ad un pubblico che conosce esattamente sin nel dettaglio i meccanismi e le logiche dei clan. Dopo ogni morte e dopo ogni scontro, sulle loro pagine si stilano ipotesi di lettura e si ipotizzano persino i responsabili degli agguati. Ancor prima che ci siano processi, sentenze e condanne. Si muovono spesso sul piano informale delle informazioni. Il linguaggio usato è proprio quello degli affiliati: “Ucciso perché infame”; oppure, invece di chiamare i pentiti collaboratori di giustizia, li definiscono “gole profonde”. Spesso sanno di avere come interlocutori affiliati, fiancheggiatori, boss e capizona, imprenditori e politici vicini ai cartelli camorristici. Nelle supercarceri, non ci sono casertani e napoletani che non abbiano l’abbonamento a questi giornali. Trattano di boss e gregari e spesso fanno gossip parlando dei loro amori, delle loro avventure private. Veri e propri eroi dell’imprenditoria economica del Mezzogiorno e dell’impresa militare.
Quando fu arrestato in Polonia il cugino di Francesco Schiavone Sandokan, ossia Francesco Schiavone Cicciariello, il titolo suonò come uno sberleffo: “Cicciariello arrestato con l’amante”. Quasi a voler mostrare che la sua debolezza carnale lo aveva reso vulnerabile. I titoli sparati a caratteri cubitali come quello pubblicato durante le requisitorie del processo Spartacus, sono spesso ambigui: “Sandokan controlla quarantamila voti”, e poi, “In quattro comuni il boss ha deciso sindaci e assessori”. Il titolo parla al presente; il sottotitolo usa il passato. Ma, soprattutto, la notizia riguarda la requisitoria di Cafiero de Raho, che trattava degli anni’80 e ’90. Il messaggio sembra chiaro: non è cambiato nulla. Sembra un avvertimento a politici e affiliati tutti. Di esempi del genere ce ne sono molti. Su Cronache di Napoli sono apparsi all’interno di un articolo i punti di accordo tra gli scissionisti e i Di Lauro per giungere alla pace.
Sul Corriere di Caserta è stata pubblicata una lettera anonima che segnalava il responsabile presunto (un prete di Casapesenna) di una soffiata ai carabinieri circa la presenza di Michele Zagara, boss reggente dei casalesi latitante da dieci anni. La lettera conteneva chiare minacce di morte. Pubblicandola il messaggio è arrivato a tutti forte e chiaro e il clan si è anche potuto risparmiare pallottole e ulteriori indagini per omicidio. Ma ora la simpatia dei clan sembra aver abbandonato il Corriere di Caserta. Con una lettera ufficiale indirizzata al direttore della Gazzetta di Caserta il 21 settembre scorso, il capo dei casalesi condannato all’ergastolo da poche settimane all’interno del processo Spartacus dichiara di non considerare più il Corriere di Caserta un giornale affidabile e di prescegliere la Gazzetta di Caserta, a cui intima di comportarsi bene per evitare di perdere la sua fiducia. Sandokan usa la lettera spedita al giornale anche per mettere pace. Infatti in un passaggio dichiara che «Cicciotto Bidognetti» non l’ha tradito, come sostiene invece il neopentito Luigi Diana. Un modo per lanciare dal carcere un messaggio di pace al clan rivale, una sorta di proposta di riavvicinamento dopo anni di burrasca e guerra, per rimettere insieme le fila del clan e sopratutto non farsi lasciare isolati dai boss latitanti (Iovine e Zagaria) che potrebbero smettere di fare i “reggenti” e divenire completamente autonomi, vera ed unica paura di Bidognetti e Schiavone.
Non si conosce la tiratura reale di questi giornali; certo invece è che dopo ogni agguato, dopo ogni arresto importante, si esauriscono le copie in edicola prima delle 11. Record che nessun quotidiano riesce a raggiungere in Campania. Sono organi informati, capaci di fornire osservazioni e informazioni che la stragrande maggioranza degli altri quotidiani ignora. Articoli rivolti ad un pubblico di affiliati, ma anche per chi vuole capire le decisioni importanti su quali tavoli vengono prese. E non certo la cronaca politica, le notizie istituzionali e gli uffici stampa delle aziende possono dare risposte. Da questi fogli che chiamano i boss con i loro soprannomi, che già tracciano condanne e alleanze prima d’ogni sentenza e indagine, si leggono ogni giorno le volontà di chi comanda davvero.
ROBERTO SAVIANO
Di seguito, alcune considerazioni:
a) Corriere di Caserta, Gazzetta di Caserta, Cronache di Napoli. Veri e propri bollettini quotidiani di camorra. Ogni giorno pubblicano articoli monografici su agguati, sparatorie, nuove alleanze. Notizie di cronaca nera articolate con una scrittura comprensibile solo ad un pubblico che conosce esattamente sin nel dettaglio i meccanismi e le logiche dei clan.
E' vero, ma perché non dici che li leggevi pure tu? Perché non dici che, insieme ad altri quotidiani (Il Roma, Napolipiù, Il Mattino...), ti sono serviti per scrivere tutti quei dettagli per il libro?
b) Su Cronache di Napoli sono apparsi all’interno di un articolo i punti di accordo tra gli scissionisti e i Di Lauro per giungere alla pace.
Lo so, grazie caro. Quell'articolo l'ho scritto io, ma era tanto il disgusto di trovarti tra le mani il quotidiano su cui l'avevo pubblicato che ti sei dimenticato di citare il mio nome... Per carità, è un problema di fosforo. Però, a rimediare ci hanno pensato gli avvocati della Mondadori. Ancora grazie
c) Non si conosce la tiratura reale di questi giornali; certo invece è che dopo ogni agguato, dopo ogni arresto importante, si esauriscono le copie in edicola prima delle 11.
Caro Roberto, non è che stiamo parlando della Quadratura della Parabola di Archimede nella versione bizantina del IX secolo (oggi scomparsa); sono quotidiani. Li trovi in edicola. Hanno una tiratura, una diffusione: basta che ti informi e vedi. Mica sono dati segreti. Chiami all'ufficio diffusione e ti danno le informazioni di cui necessiti. Perché vuoi accreditare una versione misteriosa di una cosa tanto elementare? Per fare più bella figura?
d) Sono organi informati, capaci di fornire osservazioni e informazioni che la stragrande maggioranza degli altri quotidiani ignora.
Certo che sono informati, se no col cazzo che prima delle 11 sono finiti in edicola, come - quasi giustamente - affermi tu. Mi spieghi, scusa, se al lettore medio napoletano racconto le origini dell'Onorata società, che tipo di futuro editoriale avrò?
e) Articoli rivolti ad un pubblico di affiliati, ma anche per chi vuole capire le decisioni importanti su quali tavoli vengono prese.
Rivolti a un pubblico di affiliati e non solo, visto che pure tu - come ho dimostrato ampiamente e come continuerò a dimostrare nelle settimane, nei mesi a venire - leggevi. O sei pure tu del sistema?
f) Da questi fogli che chiamano i boss con i loro soprannomi, che già tracciano condanne e alleanze prima d’ogni sentenza e indagine, si leggono ogni giorno le volontà di chi comanda davvero.
Chi comanda davvero? Ma tu credi veramente che Cicciotto 'e mezzanotte, Sandokan, Luigi 'o drink (uno abituato a trattarsi bene, visto il soprannome), 'o rre di Forcella e tutti quei personaggi in cerca di autore di cui scrivono i giornali siano il terzo livello del potere camorrista? Ma ci hai mai parlato con un camorrista? A leggere il tuo - il nostro - libro, perché tutti i giornalisti napoletani lo sentono almeno un po' in comproprietà, minimo minimo sembra che abbiano conseguito un dottorato a Yale e che solo per colpa del destino cinico e baro vivano a Scampia, o a San Giovanni a Teduccio. Ma tu ci hai mai parlato? Sono delle capre, degli animali, degli analfabeti. Per favore, dategli una camomilla, che l'Eletto sta iniziando ad avere le allucinazioni...
Ps: quando ti verrà in sogno Cutolo e ti darà tre numeri da giocare, facci un fischio...
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mercoledì 28 novembre 2007
Perché questo blog
Cari lettori,
vorrei ritornare, brevemente, sul motivo della nascita di questo blog. Un blog che poteva essere anonimo, e nessuno avrebbe avuto modo di rimproverarmi un eccesso di protagonismo (di cui non soffro), o di invidia (dalla quale sono immune, almeno rispetto a questo tema), eppure non ho scelto di nasconderlo tra le nebbie del web.
Il blog che avete la pazienza di visitare non è "contro" Roberto Saviano, ma "su" Roberto Saviano. Non contro la persona, anche perché credo che nessuno abbia il diritto di infangare un'altra, ma contro il personaggio e contro coloro che hanno contribuito a ingigantirne gli aspetti caricaturali. Vorrei avere l'opportunità di parlare, anche soltanto dieci minuti, con quei politici, quei sociologi, quei coglioni che hanno fatto la gara a inviare comunicati inneggianti alla grandezza intellettuale di Saviano e della sua opera, perché vorrei chiedere loro: fino ad oggi, dove avete vissuto? Che cosa avete letto? Quali giornali avete comprato? Quali telegiornali avete ascoltato? Sono convinto che nemmeno il dieci per cento di quelli che hanno riempito la casella mail dell'Ansa Campania per guadagnare un titoletto sul fatto del giorno hanno letto "Gomorra". Non lo hanno letto e non lo capirebbero. Però ne hanno parlato e, facendolo, hanno costruito un personaggio che non ha aderenza con la realtà: Saviano non è Giovanni Falcone, né Paolo Borsellino, tanto meno Giancarlo Siani, perché di Saviano - se andate a vedere un po' su Internet - non trovate nulla di rilevante: qualche inchiestina sulla camorra, come se ne fanno alla scuola superiore. Ma non è una colpa, per carità. Però, ingigantendo Saviano, questi balordi hanno sminuito gli altri. E questa azione è una offesa che i giornalisti che si fanno il mazzo non meritano. Sono convinto che Saviano sia rimasto intrappolato nel suo stesso personaggio, anche perché quando ci sono in ballo affari milionari non è facile riuscire a ragionare con lucidità e rapidità. Di tutti i blog nati per sostenere Saviano, questo - lo affermo con immodestia - è l'unico che gli fa davvero bene, perché lo fa scendere - o precipitare, dipende dai casi - dal piedistallo a una condizione un po' più umana, una condizione in cui possa riconoscere di aver usato materiale di colleghi, ma di non averlo potuto affermare prima per questioni editoriali. Una condizione in cui possa finalmente tornare a essere una promessa del mondo del giornalismo e non un Eletto. Perché qui nessuno vuole l'esclusiva sulla camorra, ma non firma assegni in bianco da regalare al primo venuto. Né io aspiro a prendere il posto dell'Eletto. Bisognerebbe avere il coraggio di andarsi a rileggere "Il nome della rosa" e riflettere sul significato di tragico e comico: Saviano è il lato tragico della realtà napoletana, ma non ha motivo di caricare su di sé e sul suo volto scavato le sofferenze di un intero popolo (il che mi ricorda un po' il personaggio di un libro di Stephen King, "Il miglio verde", il quale assorbe le malattie degli altri trasferendole nel suo corpo...) ed è tragico per colpa degli altri, non sua.
Aspettiamo di capire quale sia il lato comico.
Ps: Vorrei ringraziare gli anonimi lettori che, dalla sede della Arnoldo Mondadori Editore di Milano, si sono collegati a questo blog - così come certificato da Shiny Stat -. Grazie per la vostra presenza, pur se sfuggente, mi fate onore.
Ps2: Dal prossimo post, inizieremo ad analizzare un po' le notizie inventate di sana pianta da Saviano in "Gomorra" riferite alla mafia cinese, agli affari dei magliari...
Pubblicato da 01 a 22.05 1 commenti
Il profilo... visto di profilo
Un altro interessante caso di scrittura duale, fenomeno sconosciuto ai più, in base al quale due persone scrivono la stessa cosa a distanza di qualche tempo, ma nessuno dei due ha copiato dall'altro...
Cioè, nessuno dei due ammetterà mai di aver copiato dall'altro...
Gomorra:
Era cresciuto proprio in via Cupa dell’Arco, la strada di Paolo Di Lauro e della sua famiglia. Amato era diventato un dirigente di spessore da quando mediava sui traffici di droga e gestiva le puntate d’investimento. Secondo le accuse dei pentiti e le indagini dell’Antimafia, godeva di un credito illimitato presso i trafficanti internazionali, e riusciva a importare quintali di cocaina. Prima che i poliziotti in passamontagna lo sbattessero con la faccia per terra, Raffaele Amato aveva già avuto una battuta d’arresto: quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del gruppo e a un grosso trafficante albanese, che si faceva aiutare negli affari da un interprete d’eccellenza, il nipote di un ministro di Tirana.
Cronache di Napoli (pubblicato il 17 settembre 2005)
Raffaele Amato, prima della scissione, era il secondo uomo più potente del clan Di Lauro. Le sue puntate – ricorda uno degli investigatori più esperti della questura di Napoli – smuovevano masse di soldi da far impallidire. Le amicizie coi trafficanti spagnoli e albanesi, il suo carisma, il suo prestigio personale (perché anche i criminali devono essere seri se vogliono andare avanti) e il credito quasi illimitato di cui godeva presso i cartelli internazionali, ne avevano fatto un intoccabile […]. Fino a quando all’inizio degli anni Novanta, Lelluccio, entra a far parte del gruppo dirigente di via Cupa dell’Arco, lui che – in quella strada – c’era nato e cresciuto […]. Ma l’uscita di Amato dalla holding si è verificata ben prima, precisamente il 27 gennaio 2001 quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del clan e a un grosso trafficante albanese, che si faceva aiutare per concludere gli affari da un interprete, il nipote di un ministro di Tirana…
Pubblicato da 01 a 17.26 4 commenti
martedì 27 novembre 2007
E' una questione di umanità...
Cari lettori del blog,
stavolta arriviamo velocemente alla terza puntata di Trova la differenza, il quiz a premi che permette di vivere le fantastiche atmosfere di Gomorra e di poter vincere un week-end nei covi dei latitanti di camorra a leggere il capolavoro di Roberto Saviano.
Stavolta parleremo della prima (e ultima) presenza di Paolo Di Lauro in tribunale, subito dopo l'arresto. Ecco quanto scritto da Saviano e quanto, invece, riportato dal collega Giancarlo Palombi su Cronache di Napoli.
Poi, nel corso delle settimane, daremo spazio anche ad altri episodi e ad altri colleghi. Per il momento, soffermiamoci su questo, che è particolarmente indicativo, visto che Saviano afferma di essere stato in tribunale quel giorno, anche se nessuno l'ha visto. Forse indossava un paio di baffi finti, o forse si era travestito da agente di polizia penitenziaria...
Gomorra
Dopo alcuni giorni Paolo Di Lauro venne portato in tribunale, nell’aula 215. Presi posto tra il pubblico di parenti. L’unica parola che il boss pronunciò fu “presente”. Tutto il resto lo articolò senza voce. Gesti, occhiolini, ammiccamenti, sorrisi, divengono la sintassi muta attraverso cui comunica dalla sua gabbia. Salute, risponde, rassicura. Alle mie spalle prese posto un omone brizzolato. Paolo Di Lauro sembrava fissarmi, in realtà aveva intravisto l’uomo dietro di me. Si guardarono per qualche secondo, poi il boss gli fece l’occhiolino. Sembrava che dopo aver saputo la notizia dell’arresto molti fossero venuti a salutare il boss che per anni, a causa della latitanza, non avevano potuto incontrare. Paolo Di Lauro era in jeans e polo scura. Ai piedi le Paciotti, le scarpe che indossano tutti i dirigenti dei clan da queste parti. I secondini gli liberarono i polsi togliendogli i ceppi, le manette. Per lui un’unica gabbia. In aula entra tutto il gotha dei clan del nord di Napoli: Raffaele Abbinante, Enrico D’Avanzo, Giuseppe Criscuolo, Arcangelo Valentino, Maria Prestieri, Maurizio Prestieri, Salvatore Britti e Vincenzo Di Lauro. Uomini ed ex uomini del boss, ora divisi in due gabbie: fedeli e Spagnoli. Il più elegante è Prestieri, giacca blu e camicia oxford azzurra. È lui il primo che dal gabbione si avvicina al vetro di protezione che lo separa dal boss. Si salutano. Arriva anche Enrico D’Avanzo, riescono persino a bisbigliare qualcosa tra le fessure del vetro antiproiettile. Molti dirigenti non lo vedevano da anni. Suo figlio Vincenzo non lo incontra più da quand nel 2002 divenne latitante, rifugiandosi a Chiasso, in Piemonte, dove fu arrestato nel 2004. […] Col figlio però avvenne un dialogo silenzioso strano. Vincenzo indicò con l’indice l’anulare della sua mano sinistra come per chiedere al padre: “La fede?”. Il boss si passò le mani ai lati della testa, poi mimò un volante come se stesse guidando. […] Non riuscivo a decifrare bene i gesti. L’interpretazione che i giornali ne diedero fu che Vincenzo aveva chiesto al padre come mai fosse senza la fede e il padre gli avesse fatto capire che i carabinieri gli avevano tolto tutto l’oro. Dopo i gesti, gli ammiccamenti, i labiali veloci, gli occhiolini e le mani attaccate sul vetro blindato, Paolo Di Lauro si bloccò in un sorriso guardando il figlio. Si diedero un bacio attraverso il vetro. L’avvocato del boss al termine dell’udienza chiese di poter permettere un abbraccio tra i due. Venne concesso. Sette poliziotti lo presidiarono. “Sei pallido”, disse Vincenzo e il padre gli rispose fissandolo negli occhi: “Da molti anni questa faccia non vede il sole”.
Cronache di Napoli
Un fuoriprogramma conclude l'udienza. L'imputato Paolo Di Lauro ha una richiesta da fare alla Corte. E' il suo difensore a farsi portavoce prendendo la parola in un'aula ancora gremita. Si fa appello all'umanità dei giudici perché a Paolo Di Lauro sia concessa la possibilità di un semplice e fugace abbraccio con il figlio Vincenzo che “non vede da tre anni”. […] E così, si fanno uscire gli altri imputati detenuti presenti nel gabbiotto mentre un cordone di forze dell'ordine si predispone davanti alle sbarre e sette agenti di polizia penitenziaria 'scortano' gli imputati in un percorso interno che li porterà ai blindati per il rientro in carcere. E' questione di pochi minuti. Paolo Di Lauro resta immobile ad osservare la scena nell'attesa che arrivi il fatidico momento. Il figlio Vincenzo è in piedi, resta con le braccia incrociate, forse emozionato ed è da solo nel gabbiotto. Uno sguardo al padre, poi esce anche lui dall'aula e rimane in attesa nel corridoio retrostante. E' un attimo, e lo segue il padre Paolo, accerchiato e sorvegliato da sei agenti. L'abbraccio avviene fugace, chi è nell'aula non riesce a vederlo. Ma questo poco conta. Non c'erano più le sbarre che per tutta la durata dell'udienza li avevano separati, non c'era quel vetro che aveva reso simbolico il bacio che Paolo aveva dato al figlio quando l'udienza era appena iniziata e i loro sguardi, dopo tanto tempo, si erano ritrovati. […]
“Di Lauro Paolo: presente. Il detenuto Di Lauro Paolo è presente in aula?: Si”. Cinque minuti dopo le dodici, Ciruzzo ha parlato. Due parole, pronunciate con piglio infastidito. La voce del boss vibra nell’aula 215. Solo due parole. Due. E tutti hanno potuto ascoltarle, avvocati, presidente, pubblico ministero, giornalisti, agenti della penitenziaria e carabinieri. Perfino i parenti, anche se a loro è stato destinato un altro tipo di linguaggio, un idioma che non usa vocali e consonanti, che vive di gesti, smorfie. Sorrisi. L’ingresso di Ciruzzo, anzi, di Paolo Di Lauro è avvenuto in sordina. Questa volta il capo non è chino, indossa i ‘soliti’ jeans, una polo scura che nasconde una t-shirt bianca. La cella deve essere umida. Sotto i pantaloni le Paciotti alla moda. Attraversa la prima gabbia per accedere al suo alloggio giornaliero. I secondini si avvicinano per slegare i “ceppi”, le grosse manette che fanno di Ciruzzo un “carcerato”. Si volta, poggia sul pavimento in linoleum bollato della gabbia una bottiglia di acqua naturale. Sembra stanco, dimagrito. Si siede. La mano sinistra cinge il polso sinistro e inizia a girare intorno, la stessa cosa fa con la destra: le manette fanno male. Dalle carezze passa al nervosimo, ansia da attesa. Gira i pollici Paolo Di Lauro, e dondola le gambe. E pensare che in molti lo ritengono responsabile di una guerra sanguinaria. Ecco, ora tocca ai saluti. La mano vibra nell’aria poi intermittente si chiude su se stessa, ancora un sorriso: nell’aula sono quasi tutti in piedi. Entra un uomo di mezza età, fisico robusto: lo fissa. E il boss risponde con un occhiolino. Poi si siede nuovamente e poggia la gamba destra su uno scalino. Questa la posizione che terrà per gran parte dell’udienza. La porta che collega l’aula con la zona di attesa dei detenuti si apre per la seconda volta e sfilano i volti noti del processo: Abbinante Raffaele, Abbinante Antonio, D’Avanzo Enrico, Criscuolo Giuseppe, Prestieri Maria, Prestieri Maurizio, Valentino Arcangelo, Britti Salvatore, Pariante Rosario (in videoconferenza da Spoleto). Di Lauro Vincenzo. Tutti chiamati all’appello rigorosamente seguendo l’ordine del cognome e del nome. Come impone la regola. Il primo ad avvicinarsi al vetro blindato che separa le due gabbie è Vincenzo, il figlio. Si guardano per qualche secondo poi i due volti si fermano sul cristallo con le labbra che scambiano un bacio. Padre e figlio si rivedono dopo tre anni.
Maurizio Prestieri saluta Maria, giacca blu e camicia oxford si distingue per l’eleganza. Più “sportivi” gli altri. Tra il pubblico madri, sorelle, cugine, amici e parenti. E mentre il poliziotto continua nella sua deposizione Paolo Di Lauro racconta. E’ una lotteria di gesti e labiali. Un indice puntato verso il pavimento, tre dita e una mano aperta a indicare un numero e il mimo di uno shampoo: “Questa mattina alle 8 ho fatto la doccia”, così sembra raccontare al figlio. E poi ancora mostra l’anulare sinistro senza la fede e descrive il viaggio in un’auto. Forse allude alla richiesta degli agenti dopo l’arresto di privarsi di oggetti d’oro. Ora sembra sereno, fissa con gli occhi - uno sguardo a cui è difficile sfuggire tanto è espressivo - il figlio Vincenzo. La parola passa a D’Avanzo, o meglio il bisbiglìo perché tra le fessure del vetro antiproiettile è difficile parlare. Ancora racconti, rassicurazioni. Ancora sguardi. Anche Prestieri si avvicina al cristallo per salutarlo. Fuori l’aula è un via vai di avvocati, poliziotti in borghese e gente comune: tutti col cellulare tra le mani.
Il caldo comincia a farsi sentire nella “215” e il fumo delle sigarette fumate nei corridoi del ‘primo livello’ del palazzo di giustizia ne annebbia l’ingresso. Ore 13,23: “L’imputato Di Lauro Paolo chiede di poter abbracciare il figlio che non vede da tre anni, solo un abbraccio veloce. E’ una questione di umanità”. E’ il desiderio di Ciruzzo pronunciato dalla voce dell’avvocato Guadalupi.
Gli altri detenuti abbandonano il gabbione, tutti tranne Vincenzo che aspetta il padre. Poi l’incontro e la stretta di braccia e spalle, breve ma intensa. Una frase rubata: “Sei pallido... Questa faccia non vede il sole da...” e la mano destra si chiude su quattro dita e ondeggia sopra la spalla. Da tanto tempo.
Pubblicato da 01 a 11.17 0 commenti
lunedì 26 novembre 2007
Dimenticanza...
Cari lettori del blog,
ho dimenticato di segnalare che l'articolo pubblicato su "Cronache di Napoli", riportato qualche post fa, è stato scritto dal collega Giancarlo Maria Palombi il 17 settembre 2005.
Pubblicato da 01 a 20.06 1 commenti
Etichette: Trova la differenza
sabato 24 novembre 2007
Scusi, dov'è il Terzo mondo?
Cari lettori del blog, come promesso ecco la seconda puntata del quiz: Trova la differenza. Stavolta lo confesserò subito, è stato proprio difficile scovare l'errore...
Leggete che cosa scrive Roberto Saviano, nel libro Gomorra
Gomorra
Il rione Terzo Mondo è circondato da mille uomini tra poliziotti e carabinieri. Un rione enorme, il cui soprannome rende chiara l'immagine della sua situazione, così come la scritta su un muro all'imbocco della sua strada principale: "Rione Terzo Mondo, non entrate".
Madonna, a Secondigliano è passato Dante per caso? Non so se ricordate: Perdete ogni speranza, o voi ch'entrate...
Bene, adesso guardate con attenzione la foto sottostante...
Che cosa leggete? La stessa frase del libro: "Terzo mondo, non entrate...". Saviano c'ha aggiunto Rione, se no pareva brutto copiare...
La foto in questione è stata pubblicata - l'ultima volta - su Cronache di Napoli a pag. 7 il 17/9/2005 e aveva come didascalia, appunto: "Il rione Terzo mondo a Secondigliano".
Purtroppo per Cronache (e, di conseguenza, per Saviano) ci fu un errore nel salvataggio della foto, per sbaglio attribuita al rione Terzo mondo di Secondigliano, quando - invece - è il Terzo mondo di Ponticelli (come agevolmente può constatare chi si è trovato a passare, pure per caso, per il Terzo mondo di Secondigliano: non ci sono scritte sui muri, né il paesaggio urbano è quello che si vede nell'immagine). Quella pubblicata su Cronache - e quindi finita diritta diritta in Gomorra - è la foto sbagliata dei famigerati Bipiani di Ponticelli, così come appaiono nella foto sottostante.
Saviano, scusa: ti abbiamo fatto fare una brutta figura...
Pubblicato da 01 a 15.23 7 commenti
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venerdì 23 novembre 2007
Autori teatrali preveggenti...
Lascio questo post, in attesa della seconda puntata - che andrà in onda domani su questi schermi - sul nuovo gioco: Trova la differenza, che permetterà al più bravo di vincere un week-end targato "Gomorra", con tanto di sparatoria con la polizia e viaggio nelle Vele di Secondigliano alla ricerca di Ciruzzo 'o milionario.
Leggete con attenzione e poi scorrete le righe finali, perché ci sono alcuni interrogativi a cui non so darmi risposta.
da Repubblica.it
COLONNE di cemento, tubi innocenti e sacchi di terra. Scene di degrado urbano, chi guarda percepisce il disagio, la violenza che ogni napoletano sente sulla propria pelle. Però questa non è una storia che riguarda solo Napoli. A Napoli la goccia cade poi si espande. Impresa non facile, un adattamento teatrale di Gomorra, il libro di Roberto Saviano. L'ha fatto Mario Gelardi, autore e regista napoletano che da tempo frequenta il teatro civile e le questioni difficili.
Sua è la regia di Gomorra, scritto insieme allo stesso Saviano, che debutta lunedì 29 ottobre al Teatro Mercadante di Napoli dove resta fino al 18 novembre e poi si sposta nelle principali città italiane. Uno spettacolo "scioccante e violento come i fatti veri che racconta", dice il regista. Cinque storie scelte dal libro, "era impossibile raccontare tutto, non avremmo approfondito nulla".
Gelardi, in che modo avete tradotto il libro in racconto teatrale? "Rendendo più rotondi i personaggi. Dandogli un'anima, delle emozioni e una vita. E usando un personaggio terzo come collante, che è proprio Saviano (l'attore Ivan Castiglione, ndr). La gente vedrà in che modo ha conosciuto quelle persone, come si pone nei loro riguardi. Raccontiamo il momento in cui stava per mettersi a scrivere e finiva di raccogliere materiale. Abbiamo cominciato a lavorare oltre due anni fa, quando Gomorra non era stato ancora pubblicato".
Il grande successo del libro, poi la scorta assegnata a Saviano. Vicende che hanno influito sul vostro lavoro? "Più la scorta che il successo. E' diventato difficile il rapporto, e lavorare. Ci sono stati momenti di preoccupazione pure da parte mia. E' stato più un problema umano che pratico".
Un problema anche lavorare su un libro che animato tante polemiche. "Ovvio che su quell'argomento circolino polemiche e tensioni politiche, sociali, cittadine. Noi ci siamo imposti l'obiettivo di uno spettacolo efficace, che restituisse lo spirito autentico del libro".
Lei seguiva da vicino Saviano e la scrittura di Gomorra. Che impressione le faceva il quadro che via via si componeva? "Dei veli che si tolgono. La realtà che si spanna. Roberto è stato i miei occhiali, mi ha dato la possibilità di vedere le cose, com'è stato per moltissimi napoletani che hanno letto il libro".
Ma altrettanti hanno detto che quelle cose si sapevano già. "Una gran boiata. E comunque, noi napoletani non le conoscevamo in quel modo, con l'asciuttezza dei dettagli, i particolari, le notizie. Per molti il libro è stato rivelatore. Su Napoli era stato messo un plaid caldo. Roberto l'ha tolto e ha fatto venire i brividi alla città".
Lo spettacolo dice chiaro che la questione non riguarda solo Napoli. "Parliamo di un potere criminale che riguarda tutti. Pensarlo come problema locale è una deformazione assoluta. Perché non è un potere criminale ma soprattutto un grande potere economico".
E come si rende sul palcoscenico? "Con gli attori (Ivan Castiglione, Ernesto Mahieux, Francesco di Leva, Antonio Ianniello, Giuseppe Miale, Adriano Pantaleo, ndr) abbiamo lavorato sul corpo per rendere quell'aggressività tipica di certi personaggi che sono molto violenti anche se non hanno armi. Poi, con la 'pulizia' di quelli legati all'aspetto economico. I boss non sono più vecchio stile, sono giovani, laureati alla Bocconi, vestono bene e parlano in italiano corretto".
Saviano fino a quando ci ha lavorato? "Sempre. Il peggior censore di Saviano, è Saviano. Tagliava ogni frase che potesse sembrare retorica o celebrativa nei suoi confronti. Pochi giorni fa, ha tagliato tutto un pezzo, in blocco. A così poco tempo dal debutto, è stato un po' un casino...".
(26 ottobre 2007)
Allora, ecco un po' di domande, a cui vi inviterei a rispondere (sempre se avete la risposta)
punto a) Com'è possibile che un giovane scrittore, che ha la fortuna di strappare un contratto alla Mondadori per la sua opera prima, decida - con due anni di anticipo sulla pubblicazione - di lavorare alla stesura teatrale del testo, senza avere la ragionevole certezza che il libro di prossima uscita sarà un successo straordinario. Non c'è qualcosa di illogico in questo comportamento?
punto b) Com'è possibile che la Mondadori abbia autorizzato Saviano a cedere i diritti per la piece teatrale con due anni di anticipo, trattando in proprio con il regista dell'opera? Delle due l'una: o la Mondadori sapeva che "qualcosa" avrebbe reso "Gomorra" un best-seller (che so, le minacce?) oppure Saviano è stato così sicuro della sua creatura da anticipare le mosse giuste al momento giusto...
punto c) Com'è possibile vincere il dubbio che sia tutta una geniale operazione di marketing?
punto d) Rispetto alla risposta del regista sulla "gran boiata" delle notizie trite e ritrite contenute in Gomorra, un consiglio: non assurgere a titolare di statistiche che non ti appartengono, né puoi dimostrare, perché i napoletani quelle cose le conoscevano già. Mica è colpa nostra se l'ultima notizia di attualità che hai letto è la scomparsa di Totò...
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giovedì 22 novembre 2007
Per copiare ci vuole proprio fortuna...
Nel prossimo post - che sarà pubblicato sabato 24 novembre - racconteremo la seconda puntata delle incredibili avventure di Roberto "Gomorra" Saviano, autore di un memorabile scoop nel deserto di Scampia... testimone di cose mai viste dagli esseri umani (e meno che mai dai giornalisti napoletani, i quali - notoriamente - hanno ben altro di cui occuparsi) e inventore di un innovativo di sistema di teletrasporto che gli permette di essere in due luoghi in contemporanea. Racconteremo, inoltre, com'è che, pure per copiare, bisogna avere fortuna...
ps per i pochi lettori di questo blog: per favore, non lasciate commenti offensivi nei confronti del Martire, io mi dissocio, perché il Mito non si attacca, e questo lo sanno quelli che hanno letto "Il nome della rosa" di Umberto Eco, ma lo si deride...
Saluti
Sdm
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mercoledì 21 novembre 2007
Ecco il primo caso... di copia-e-incolla
Gomorra
Venti volanti scortano l’auto in cui viene fatto salire, più quattro lepri, le motociclette che anticipano il percorso, controllando che tutto sia tranquillo. Il corteo fugge, il boss è sul blindato. I percorsi per trasportarlo in caserma potevano essere tre. Attraversare via Capodimonte per poi sfrecciare lungo via Pessina e piazza Dante, oppure bloccare ogni accesso al corso Secondigliano e imboccare la tangenziale per dirigersi al Vomero. Nel caso di massimo pericolo, avevano previsto di far atterrare un elicottero e trasportarlo per aria. Le lepri segnalano che lungo il percorso c’è un’auto sospetta. Tutti si aspettano un agguato. Ma è un falso allarme. Trasportano il boss alla caserma dei carabinieri in via Pastrengo, nel cuore di Napoli. L’elicottero si abbassa e la polvere e il terriccio dell’aiuola al centro della piazza iniziano ad agitarsi in un mulinello a mezz’aria pieno di buste di plastica, fazzolettini di carta, fogli di giornale. Un mulinello di spazzatura. […] Finestrini come sellini, impugnano vistosamente la pistola, hanno sul viso il passamontagna e indossano la pettorina dei carabinieri. Dopo l’arresto di Giovanni Brusca non c’è carabiniere e poliziotto che non voglia farsi riprendere in quella posizione. Lo sfogo per le nottate d’appostamenti, la soddisfazione per la preda catturata…
Cronache di Napoli
Quattro motociclisti del nucleo radiomobile fanno da “lepre”. A loro il compito di monitorare la sicurezza del percorso fino a via Morgantini, caserma Pastrengo, sede del comando provinciale dell'Arma. Un tragitto studiato da tempo. Previsto, con tre varianti. Attraversare il rione di Capodimonte per poi sfrecciare lungo via Pessina, piazza Dante. Bloccare ogni via d'accesso al corso di Secondigliano e imboccare la tangenziale per dirigersi al Vomero. Lì il nucleo operativo avrebbe fatto da apripista per via Salvator Rosa. La terza via, quella estrema in caso di pericolo è la traduzione aerea. Un elicottero del terzo stormo è pronto a trasferire il boss in una località protetta dell'hinterland partenopeo. Si sceglie la prima direttiva. Di Lauro viaggia con gli uomini del Ros sul blindato, ai lati e dietro il furgone quattro vetture civetta con uomini coperti da passamontagna. In pugno stringono le Beretta d'ordinanza. Qualcuno impugna il mitra. L'immagine ricalca perfettamente l'arresto di Giovanni Brusca, stessa tensione, stessa adrenalina. Soddisfazione, esultanza. Si sfiorano i 140 orari in via Capodimonte ma all'incrocio con il Garittone qualcosa insospettisce le “lepri”. “Auto sospetta, deviare corteo”, la nota radio rimbalza sulle pattuglie. Un'Honda Civic con a bordo quattro carabinieri in borghese blocca l'incrocio, armi in pugno i militari ispezionano le auto in sosta mentre il corteo di vetture sfila in direzione centro. Dal cielo l'occhio elettronico di due elicotteri Agusta monitorano il percorso. L'agguato è una delle variabili inserite nel piano di trasferimento. I lampeggianti illuminano le vetrine dei negozi, a piazza Dante un gruppo di studenti si rifugia nel Mc Donald's. […] Piazza Carità è un bunker polveroso, il vortice d'aria sollevato dall'elicottero crea uno scenario surreale.
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I plagi di Gomorra...
Cari lettori del blog, dal prossimo post inaugureremo una simpatica rubrica che si chiama: Trova la differenza. E' un giochino con il quale vi inviterò a scoprire le differenze (poche) e le uguaglianze (tante) tra alcune delle pagine di Gomorra e gli articoli dei giornalisti napoletani...
Uguaglianze così uguali da farle apparire come un copia-e-incolla privo di scrupoli.
Buon divertimento...
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martedì 20 novembre 2007
Le prime ristampe di Gomorra...
Ed ecco due lanci di agenzia su un caso che mi riguarda molto da vicino...
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Gomorra, Mondadori stampa la copia corretta
Roma, 23 NOV (Velino) - Gomorra, il best seller dello scrittore Roberto Saviano edito dalla Mondadori che ha raggiunto le 400 mila copie vendute eche sara' pubblicato anche all'estero, e' da qualche giorno in libreria conuna prima rettifica riguardante la citazione di una fonte giornalistica chenelle prime edizioni era stata omessa: la notizia, di cui si e' parlatonell'edizione delle 13 del Tg dell'emittente campana Canale 8 condotto dalgiornalista Marzio Di Mezza, riguarda uno stralcio del libro in cui eracitato il patto di camorra tra il clan Di Lauro e gli scissionisti,protagonisti della faida che ha insanguinato Napoli tra il 2004 e il 2005.L'articolo originario, scritto dal giornalista Simone Di Meo, era statoriportato da Saviano senza l'indicazione del quotidiano su cui era apparso (Cronache di Napoli) e dell'autore. I legali della Mondadori hanno dispostol'inserimento della fonte nelle successive ristampe dell'opera, anche se -secondo quanto emerso nel corso del Tg - anche altri giornalisti napoletanisarebbero pronti a chiedere, nei prossimi giorni, altre correzioni circa lamancata citazione di lavori di inchiesta e reportage nel libro Gomorra.(com)
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LIBRI: IN RISTAMPA 'GOMORRA' CITATA FONTE GIORNALISTICA =
Napoli, 23 nov. - (Adnkronos) - 'Gomorra', il best seller dello scrittoreRoberto Saviano edito dalla Mondadori, che ha raggiunto le 400mila copievendute e che sara' pubblicato anche all'estero, e' da qualche giorno inlibreria con una prima rettifica riguardante la citazione di una fontegiornalistica che nelle prime edizioni era stata omessa: la notizia, di cuisi e' parlato nell'edizione delle 13 del Tg dell'emittente campana Canale 8condotto dal giornalista Marzio Di Mezza, riguarda uno stralcio del libro incui era citato il patto di camorra tra il clan Di Lauro e gli scissionisti,protagonisti della faida che ha insanguinato Napoli tra il 2004 e il 2005.L'articolo originario, scritto dal giornalista napoletano Simone Di Meo, erastato riportato da Saviano senza l'indicazione del quotidiano su cui eraapparso ('Cronache di Napoli') e dell'autore.I legali della Mondadori hanno disposto l'inserimento della fonte nellesuccessive ristampe dell'opera, anche se - secondo quanto emerso nel corsodel Tg - anche altri giornalisti campani sarebbero pronti a chiedere, neiprossimi giorni, altre correzioni circa la mancata citazione di lavori diinchiesta e reportage nel libro 'Gomorra'.(Com/Ct/Adnkronos) 23-NOV-06 15:54
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Etichette: Le prime ristampe di Gomorra
Squarci di verità su Roberto Saviano...
Chiariamo subito una cosa: Roberto Saviano a me non sta antipatico, anzi. E' un bravo ragazzo, scrive bene e - soprattutto - è molto intelligente. Prova ne è che, da buon aspirante martire, ha subito capito che per impietosire il lettore deve assumere la mimica tragica di uno che si sveglia la mattina e - guardandosi allo specchio, nudo come Achille - si accorge di aver perso il pisello tra le lenzuola. Oddio, ora come faccio? si chiederebbe il nostro sfortunato eunuco.
Ecco, le espressioni che assume sulle varie (e tante) copertine dell'Espresso sono più o meno quelle. La bravura del fotografo, che lo ritrae in una scala di grigi sfumati che ne accentua la spigolosità del volto, gli occhi incavati, il cranio sporgente, fa il resto: Saviano sembra davvero un sopravvissuto.
Comunque, per tacciare gli eventuali critici di questo blog voglio sottolineare: non sono invidioso della fama altrui, ma non sopporto la fama costruita attorno al vuoto pneumatico. Quella no, non riesco proprio a digerirla. Per questo ho deciso di combattere in solitudine questa piccola guerra di Davide contro Golia e dimostrare - carte alla mano - gli atti meschini compiuti da Saviano nella redazione del suo libro.
Lo farò attingendo al materiale che è alla base della mia causa contro la Mondadori. Non per mettere sul piatto della bilancia professionalità, esperienze ed altro ma per restituire dignità ai cronisti napoletani, derubati non di soldi e popolarità ma della paternità del proprio lavoro e dei propri sacrifici.
E poi che cosa c'è di più divertente che sbeffeggiare il mito? Lo aveva già capito Palazzeschi quando affermava: "Fatemi divertire...". E io, appunto, voglio proprio divertirmi...
Ripropongo un interessante articolo di Roberto Paolo sull'archiviazione delle minacce a Roberto Saviano
*GOMORRA: L'INCHIESTA SULLE MINACCE A SAVIANO VERSO L'ARCHIVIAZIONE*
(di Roberto Paolo dal Roma di Mercoledi 6 dicembre 2006)
Si avvia all¹archiviazione l¹inchiesta della Procura di Napoli sulle minacce della camorra allo scrittore e giornalista napoletano Roberto Saviano. Se intimidazioni ci sono state, dagli elementi forniti dal giovane eroe mondadoriano della lotta al crimine organizzato la polizia non è riuscita a risalire ad uno straccio di prova o di evidenza. Tantomeno sembra a questo punto possibile ricostruire l¹identità degli eventuali autori delle intimidazioni. La relazione stilata dai dirigenti della Squadra mobile della questura partenopea, sezione criminalità organizzata, non lascia spazio a speranze o illusioni di sorta. Del resto, confidano alcuni investigatori, già dalle prime dichiarazioni raccolte dalla bocca dello stesso Saviano, era chiaro che appigli per scalare la scivolosa parete della verità non se ne presentavano granché. A questo punto il pm della Direzione distrettuale antimafia Antonello Ardituro, incaricato dal procuratore aggiunto Franco Roberti di seguire la delicata indagine, non ha molte altre strade davanti a sé se non quella di chiedere l¹archiviazione del procedimento. Cosa che, secondo i bene informati, avverrà nei prossimi giorni. Finisce così il caso che, assurto a scandalo di livello nazionale, ha generato unanime sdegno e corale indignazione, nonché una notevole impennata di vendite per il libro del 26enne scrittore partenopeo, ³Gomorra², interessante e ben scritto collage degli articoli di cronaca nera apparsi negli ultimi due anni sui quotidiani campani, a loro volta riassuntivi di migliaia di pagine di ordinanze di custodia e intercettazioni contenute nelle maggiori inchieste di camorra svolte dalla Dda partenopea. Un libro che ha accumulato in poche settimane un duplice record: quello delle ristampe e quello, più originale, di essere il primo bestseller letto persino dai boss di camorra, notoriamente più inclini a maneggiare armi e denaro contante che non ponderosi tomi di letteratura. Pare che pericolosi capiclan abbiano messo a repentaglio la propria latitanza pur di accaparrarsene una copia, nelle celle delle carceri di massima sicurezza fanno a botte per leggerne qualche pagina e i più spietati killer dei casalesi la sera, spenta la tv, ne leggono interi brani ai propri bambini, mostrando loro, prima di addormentarsi, la foto dell¹autore che campeggia in quarta di copertina perché sappiano chi è il vero nemico che mette a rischio il futuro dei traffici illeciti. La notizia delle minacce era apparsa nientemeno che in copertina del settimana ³L¹espresso², di cui Saviano è recente collaboratore. Poco chiare fin dall¹inizio erano le modalità con cui erano giunte le minacce: si parlava di telefonate mute, di un articolo su un quotidiano locale casertano che riferiva strane voci a seguito di un intervento di Saviano ad un pubblico convegno nella piazza di Casal di Principe, e si riportava lo strano atteggiamento del salumiere di fiducia dello scrittore, che a detta di Saviano gli avrebbe fatto intendere che preferiva non averlo più tra i suoi clienti. Denunce formali non ce ne erano state, ma la macchina della giustizia si è messa in moto rapidamente, mentre sul piano amministrativo la Prefettura disponeva a tempo di record una forma di tutela per il coraggioso giornalista-scrittore, così da evitare un nuovo caso Siani. Saviano è stato convocato e interrogato. «Ma più che minacce concrete, ha lamentato un senso di isolamento, che può essere anche più insidioso delle stesse minacce», racconta uno degli investigatori. La sezione criminalità organizzata della squadra mobile è stata incaricata di svolgere accertamenti. Nessun approfondimento sul traffico telefonico è stato disposto, segno che elementi pratici non ce ne erano. Sono stati invece convocati ed interrogati un salumiere del centro storico ed il titolare di una pizzeria di una nota catena, della zona di piazza del Plebiscito. Entrambi hanno decisamente negato di aver mai espresso giudizi poco lusinghieri sull¹apprezzatissimo scrittore anticamorra. Tanto meno di aver mai chiesto al celebre giornalista d¹inchiesta di non frequentare più il proprio locale. Probabilmente c¹è stato un malinteso, un¹incomprensione, facilitata dalla tensione che inevitabilmente circonda chi combatte in prima linea e in prima persona la difficile guerra contro la camorra. Ma almeno un lato positivo della vicenda va annotato: ha riportato sulle prime pagine dei giornali, persino nei programmi delle radio e delle tv nazionali, l¹emergenza troppo a lungo sottaciuta del crimine organizzato in Campania. La Napoli onesta e perbene si augura che Saviano, protetto dallo Stato, pubblichi al più presto un nuovo libro con Mondadori, per evitare che l¹attenzione del Paese sulla lotta ai clan ritorni nel dimenticatoio di sempre.
(6 dicembre 2006-07:15)
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La risposta dei docenti
Cari lettori,
ecco l'articolo di risposta, pubblicato su "Il Corriere del Mezzogiorno", all'Eletto e alle sue elucubrazioni sulle bocciature dei grandi artisti di Gomorra
«Una vita per questi ragazzi, Gomorra ci ha solo offesi»
La preside della Levi: chi merita viene promosso
Rosalba Rotondo replica allo scrittore: ci rivolgeremo al ministero della Pubblica istruzione per violazione della privacy
NAPOLI - La scuola media Carlo Levi di Scampìa si ribella allo scrittore Roberto Saviano. L'autore di «Gomorra», in un articolo sull'Espresso, ha tuonato contro l'istituto per aver bocciato alcune giovani comparse del film di Matteo Garrone. L'autore del best-seller ha messo sotto accusa l'intero corpo docente ed ha affermato che «non si non dovrebbe più bocciare né promuovere là dove invece bisognava custodire la speranza, la scuola si è arresa ». A parlare e ad esprimere la propria delusione è la preside Rosalba Rotondo. Difende i suoi prof che lavorano ogni giorno in trincea per strappare questi minori dalla devianza criminale. E, spesso, rischiando in prima persona.Preside, perché sono stati bocciati Totò, Simone e Salvatore? «Innanzitutto devo precisare che Simone, uno dei tre ragazzi citati, non è stato bocciato. E presto noi avvieremo una procedura al ministero della pubblica istruzione per la violazione della privacy. Gli studenti non sono stati promossi perché non hanno raggiunto gli obiettivi per la loro completa formazione. La licenza media non è solo un pezzo di carta. Noi dobbiamo valutare la capacità di un ragazzo ad affrontare le scelte e a rispettare le regole».L'accusa mossa da Saviano è quella di aver negato loro la possibilità di toglierli dalla strada. Cosa risponde? «Da una bocciatura si possono ottenere molti più obiettivi rispetto a una promozione demagogica e populistica. Lavoro da 20 anni in questo quartiere insieme a tanti colleghi e noi possiamo definire Totò e gli altri come "i nostri ragazzi". Simone è stato con me quando ero la sua insegnante di italiano, mentre per Totò e Salvatore, è previsto un ruolo come tutor nell'ambito del progetto teatrale "Arrevuoto": metteranno a frutto la loro esperienza cinematografica e aiuteranno altri giovani su questa strada».Quali sono le vostre iniziative a Scampìa per recuperare i ❜❜ Saviano ha sbagliato, Simone ha superato l'anno. Gli altri no perché le regole vanno sempre rispettate minori a rischio? «L'Ufficio scolastico la sede dell'osservatorio regionale sul bullismo e seguiamo anche i minori del carcere di massima sicurezza di Secondigliano. Oggi (ieri, ndr), in pieno luglio e di sabato mattina, sono al centro Hurtado con le associazioni di volontariato per preparare i progetti in vista del prossimo anno. E, infine, domenica 7 luglio abbiamo partecipato a un corso di lettura a Positano».Non ci sono stati contatti con ❜❜ Da Arrevuoto alle lezioni in carcere, e poi c'è la scuola aperta: ecco cosa facciamo per loro i curatori del film Gomorra? «Nessuno si è degnato di venire nella nostra scuola. E non lo dico perché siamo in cerca di notorietà, ma solo per capire cosa vuol dire fare questo mestiere in un territorio complicato e averlo deciso come scelta di vita. Non si possono dare giudizi se non si conosce la quotidianità che si vive in questa periferia».Lei insegna qui da tanti anni, è decisa a rimanere? « Abito in centro e ho rinunciato a scuole che stavano sotto casa. Sono qui da venticinque anni e ci resterò perché questo quartiere, nonostante tutto, resta una realtà affascinante e ha saputo darmi tanto nella mia carriera. Qui ci sono tante energie positive, dalla municipalità al terzo settore. Saviano ha offeso un'intera comunità educante. Io invece ringrazio i miei prof per il lavoro che fanno e per tutti i ragazzi che hanno salvato dalla strada».
Giuseppe Manzo
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venerdì 18 luglio 2008
La pedagogia secondo l'Eletto
Cari lettori,
ecco uno stralcio di una lunga inchiesta di Roberto Saviano sul rapporto tra criminalità organizzata e mondo scolastico a Scampia. Un pezzo di oltre cento righi per sbeffeggiare i professori che hanno bocciato i ragazzini di Gomorra senza nemmeno chiedere il "permesso" all'Eletto. Ma come si sono permessi?
Hanno bocciato Totò e Simone e altri dieci ragazzini che hanno recitato in 'Arrevuoto'. E hanno recitato nel film 'Gomorra'. Sono stati attori nei teatri più famosi d'Italia. Hanno avuto i complimenti del presidente Napolitano che era andato a vederli alla prima al Teatro Mercadante e poi li aveva salutati uno per uno. Il presidente si era pure lasciato dipingere la faccia di nero da un pulcinella nervoso inserito nello spettacolo. Al Festival di Cannes, il più importante festival del cinema internazionale, hanno ottenuto uno dei tre premi maggiori: il Premio speciale della giuria. Eppure alla scuola media Carlo Levi di Scampia li hanno bocciati.
Per Cannes parto insieme a loro e tutta la troupe, tranne Matteo Garrone che è venuto da Roma con un furgone. L'aereo si riempie delle voci e delle grida di Totò e Simone, Marco e Ciro, e tutti gli altri ragazzi del film. Ma c'è un po' di ansia per il volo e di emozione per i giorni che ci attendono. Dopo l'atterraggio le nostre strade si dividono. Mi aspettano all'uscita dell'aereo gli uomini della scorta francese, due auto blindate e tre motociclisti: una cosa mai vista prima. Sono i corpi speciali, ansiosi di rimarcare subito che loro non accompagnano divi del cinema, stelle e stelline. "Questo lo fanno i poliziotti privati, noi no", mi dice il caposcorta tradotto da un altro poliziotto in uno strano napoletano, un napoletano con l'accento francese. "L'ho imparato ascoltando Pino Daniele", spiega e aggiunge che l'ha perfezionato facendo da interprete a Vincenzo Mazzarella, camorrista di San Giovanni a Teduccio, arrestato proprio a Cannes qualche tempo fa. Colgono l'occasione per ricordarmi che la città è amatissima dai mafiosi di mezzo mondo. Infatti non sembrano proprio tranquilli. Non li hanno sognati questi ragazzini. Eppure avevano fatto molto per mostrare, forse fuori dall'aula scolastica, il loro talento, gli elementi per sognarli in maniera diversa da come la vita ti determina in queste zone. Eppure li hanno bocciati. Non stiamo parlando di studenti modello. Non stiamo neanche parlando di scolaretti fermi nelle loro sedie che si impegnano e però non ce la fanno. Stiamo parlando di ragazzini spesso esagitati, che ti rispondono con un ghigno, che appena possono non si presentano in classe, che aizzano i compagni alle peggio cose. Ma questo è solo un aspetto. I professori che hanno bocciato Totò, Simone e gli altri perché non sono stati rispettosi delle regole e non hanno raggiunto gli obiettivi didattici, credono di aver agito per il bene della scuola e si sentono in pace con se stessi. Invece hanno fallito clamorosamente nel confrontarsi con quegli alunni e pure con l'offerta di un'educazione alternativa che hanno incontrato fuori dalla scuola. Forse perché non riescono ad accettare che questa possa essere venuta da qualcun'altro, forse perché ritengono intollerabile che fosse presentata pure sotto forma di qualcosa che è anche divertente e gratificante, di certo più divertente e gratificante che andare a scuola. Non si è mai visto che dei ragazzini difficili di un degradato comune di periferia, possano per due giorni stare accanto alle star, essere autorizzati a sentirsi un tantino come loro. Meglio bocciarli che rischiare che si montino la testa!
I ragazzi che hanno recitato in Gomorra dovevano essere promossi perché erano sotto l'ala protettrice dell'Eletto. E basta. Senza pensare agli altri ragazzi che, in quello stesso istituto, magari con i genitori morti, o in galera, si sono impegnati e hanno studiato per superare l'anno. Senza pensare ai docenti che sfidano schiaffi e minacce per fare il loro lavoro. Invece la promozione era un atto dovuto, secondo l'Eletto, perché sono stati bravi a recitare. E se lo dice lui, che recita da una vita...
ps: Caro Eletto, Vincenzo Mazzarella, comunque, è stato arrestato a Parigi e non a Nizza.
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venerdì 11 luglio 2008
Date sbagliate
Cari lettori,
uno stralcio di un servizio del sito di informazione www.casertasette.com
DAGOSPIA AVEVA RAGIONE: SAVIANO ORA CONFONDE ANCHE LE DATE
Lunghissima 'articolessa', ieri 18 giugno 2008 su la Repubblica a firma di Roberto Saviano in occasione della vigilia della sentenza del processo d'Appello Spartacus. Lo scrittore, riassume qualche pagina di Gomorra (a sua volta riassunto di giornali locai) e fa morire don Peppino Diana nel 1996: fu ucciso nel giorno del suo onomastico, il 19 marzo del 1994 (due anni prima). Qualche giorno fa il sito Dagospia aveva scritto che a 'la Repubblica' correggevano i pezzi sgrammaticati di Saviano, ma ora forse non si sono accorti della data. In un altro passaggio Saviano (o la Roberto Santachiara Literary Agency?) scrive che a Sandokan gli hanno dato troppo importanza i media lo hanno reso troppo celebre. Vien da dire: da che pulpito viene la predica...
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mercoledì 2 luglio 2008
A onor del vero
Cari lettori,
vorrei spezzare una lancia a favore dell'Eletto, per dimostrare che - nella stesura di Gomorra - ha copiato anche da se stesso, oltre che dagli altri.
Basta confrontare quanto scritto qui di seguito:
Ma le terre di camorra sono prolifiche di appassionati d’arte e letteratura. Francesco Sandokan Schiavone boss del cartello camorristico dei casalesi capace di gestire un’economia legale ed illegale quantificata dalla DIA di Napoli nel 2003 in 30mila milioni di Euro annui, aveva nella villa bunker un’enorme libreria con decine di testi incentrati su due esclusivi argomenti, la storia del regno delle due Sicilie e Napoleone Bonaparte. Schiavone si sente attratto dal valore dello Stato borbonico dove millanta avi tra i funzionari in Terra di lavoro, ed è affascinato dal genio di Bonaparte capace di conquistare mezza Europa partendo da un misero grado militare. Quasi come Schiavone stesso, generalissimo di un clan tra i più potenti d’Europa in cui era entrato come gregario. Sandokan con un passato da studente di medicina, prediligeva trascorrere il tempo di latitanza dipingendo, le icone religiose erano il suo forte. Ci sono in vendita ancora oggi in botteghe insospettabili della città di Caserta, rarissimi volti santi ritratti da Schiavone, dove al posto del volto del Cristo, Sandokan ha innestato il suo viso. Ma per gli Schiavone la passione letteraria ed artistica era cosa di famiglia. Walter Schiavone fratello di Sandokan è un frequentatore della letteratura epica, Omero, il ciclo di Re Artù, Walter Scott, questi i suoi autori preferiti. Proprio l’amore per Scott l’ha spinto a battezzare il figlio con il nome altisonante e fiero di Ivanoh. Ma i nomi dei discendenti divengono sempre traccia della passione dei padri. Giuseppe Misso boss napoletano della cosca del Quartiere Sanità ed attualmente uno dei camorristi più potenti di Napoli ha chiamato il suo figlioccio, Emiliano Zapata Misso. Giuseppe Misso che sempre durante i processi ha assunto posture da leader politico, da pensatore conservatore e ribelle ha recentemente scritto un romanzo, che seppur con sicuro successo (almeno in Campania) gli editori locali hanno tutti rifiutato. Il boss non ha abbandonato però l’intento letterario ed ha prescelto per una sua autonoma pubblicazione: I leoni di Marmo (Arte tipografica, pag. 344, Euro 19,50). Centinaia e centinaia di copie vendute a Napoli in pochissime settimane, il racconto in un libro dalla sintassi smozzicata ma dallo stile rabbioso, della Napoli degli anni ’80 e ’90 dove il boss si è formato e dove emerge la sua figura descritta come quella di un solitario combattente contro la camorra del racket e della droga a favore di un non ben identificato codice cavalleresco della rapina e del furto. Durante i vari arresti nella sua lunghissima carriera criminale Misso è sempre stato trovato in compagnia dei suoi amati libri di Julius Evola e Ezra Pound. Anche un fedelissimo del sanguinario Paolo Di Lauro, il boss della camorra secondiglianese che sta epurando in questi mesi il suo clan dagli “scissionisti”, è tra i camorristi amanti d’arte e cultura: Tommaso Prestieri. Produttore della parte maggiore dei cantanti neomelodici campani nonché fine conoscitore di arte contemporanea, in casa sua – secondo indiscrezioni - fioccavano tele di De Chirico ed un’intera parete era dedicata alle opere di Mario Schifano. La polizia arrestò il camorrista sfruttando il suo amore per l’arte, venne beccato infatti al Teatro Bellini di Napoli mentre commosso assisteva da latitante ad un concerto. Prestieri dopo una condanna in un processo dichiarò alla stampa: “sono libero nell’arte, non ho necessità d’esser scarcerato”, un equilibrio fatto di dipinti e canzoni che gli concede un’impossibile serenità per un boss in disgrazia come lui, che ha perso nella battaglia con il clan rivale dei Licciardi ben due fratelli, ammazzati a sangue freddo. Ma non solo letteratura ed arte attirano le menti e le sensibilità dei boss. Augusto La Torre boss di Mondragone ex pentito, è studioso di psicologia e vorace lettore di Carl Gustav Jung e conoscitore dell’opera di Sigmund Freud. Dando una sbirciata ai titoli che il boss di Mondragone ha chiesto di ricevere in carcere emergono lunghe bibliografie psicoanalitiche mentre sempre più nel suo parlare si intrecciano citazioni di Lacan a riflessioni sulla scuola della Gestalt.
Con le pagine 280 e 281 di "Gomorra", trascritte da un precedente articolo pubblicato su "Il Corriere del Mezzogiorno" del gennaio 2005.
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venerdì 27 giugno 2008
Considerazione su dagospia & c.
Cari lettori,
probabilmente il post precedente ("Arrangiamoci") ha sviato l'attenzione dagli intenti di questo blog, accreditando una visione del fenomeno Saviano che personalmente non ho mai accettato: e cioè quello di uno scrittore sgrammaticato, costretto a ricorrere all'editing di rifinitura per consegnare un qualsiasi lavoro: un articolo, o un libro.
E' evidente che l'Eletto non è un ignorante in cerca d'autore, così come è evidente che il riferimento al copyright cui mi riferivo in precedenza sottende un discorso di ben altra portata, che va al di là della sintassi e della consecutio temporum.
Il discorso è questo: può un giovane che, per scrivere, si è privato della sua stessa libertà di movimento rinunciare anche alla libertà di far veicolare le proprie idee? Mi spiego: se un giovane ragazzo di Scampia o di Casal di Principe volesse scrivere un libro, oppure pubblicare un lavoro editoriale traendo spunto dai servizi di Saviano, usciti sull'Espresso o su Repubblica, dovrebbe chiedere il permesso all'agenzia letteraria e pagare i diritti. Così, la voglia di libertà di Saviano - la parola che si fa sangue e carne - avrebbe perso il proprio compito: mettere in circolo i globuli rossi della critica, della ribellione al potere della camorra, dell'antistato, della violenza, finendo per diventare una proteina che innesca meccanismi di sintesi (economica e commerciale). Forse Saviano sarà superiore a Federico Moccia, ma varrà meno dei veri maestri della libertà di pensiero e di informazione.
Anche perché vorrei vedere qualche giornalista che si fa marchiare con la ceralacca del copyright i propri articoli, impedendo che possano circolare (con la citazione delle fonti, naturale) liberamente. Chi lo fa, evidentemente è più interessato al conto corrente che alla corrente della libertà.
sdm
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sabato 21 giugno 2008
Arrangiamoci
Una domanda ai visitatori di questo umilissimo blog, che si collegano dagli uffici della "Arnoldo Mondadori editore Spa", della "Rcs public subnet", della "Rcs editori" e del "Gruppo editoriale L'Espresso":
che cosa significa la scritta?
© 2008 by Roberto Saviano.
Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency
Lo vorrei sapere, perché compare - da un po' di tempo - nei seguenti articoli, pubblicati su
"la Repubblica":
- Il processo ai padroni di Gomorra: 18 giugno 2008
- Se un voto si compracon cinquanta euro: 15 marzo 2008
- L'anima perdutanella monnezza di Napoli: 4 febbraio 2008
- Imprese, politici e camorraecco i colpevoli della peste: 7 gennaio 2008
- Come sta la verità nel paese di Gomorra: 27 ottobre 2007
Assicuro l'anonimato alle risposte, grazie...
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martedì 17 giugno 2008
Il market(t)ing ti dà una mano...
Cari lettori,
il 13 maggio 2008 è stato pubblicato questo stralcio di una intervista all'Eletto:
"Beh, hanno fatto copie false di Gomorra, vendute a 5 euro alla stazione di Napoli, distribuite nel periodo natalizio quando sapevano che sarebbero finite presto nelle librerie. Un giorno mi hanno portato una copia con un intero capitolo riscritto dal boss (credo che sia stato lui) cui era dedicato il capitolo. Fatto sta che c’erano copie di Gomorra false con un capitolo mutato. Poi c’è qualche boss che chiede i diritti d’autore, perchè racconto storie della sua vita".
Domande:
a) Nessun giornale ne ha mai parlato e nessuna tv è riuscita nell'impresa di riprendere queste copie "taroccate": abile azione di market(t)ing?
b) Qual è l'intero capitolo dedicato al boss che è stato riscritto?
c) Chi sono i boss che chiedono i diritti d'autore?
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sabato 14 giugno 2008
Wishlist, o lista dei desideri
Cari lettori,
vi propongo una raccolta di "chiavi di ricerca" - effettuate da chi, sporadicamente o meno - è incappato in questo blog cercando, come vedrete, tutt'altro... Giusto per rallegrare un po' l'atmosfera, a parlare sempre di camorra...
CHIAVI DI RICERCA BLOG
'a maronn: ricerca dal gusto religioso
carabinieri festa 2008 toronto: vengo anch'io... no tu no...
clan cava e graziano valle 17 ottobre 2006 'o sistema: un po' criptico, non trovate?
costruire un mulinello: piccoli scienziati crescono...
cranio sporgente: il nipotino di Darwin, o di Lombroso?
di meo buste paga: grazie, ministro Visco...
domande per un ragazzo: ricerca un po' generica...
funerale cremazione giugliano in campania: e un po' di allegria, su...
i cinesi lo hanno piccolo: questo è veramente un genio...
lettera di preavviso per una visita: se è una visita a sorpresa, come si fa?
lettere per iniziare una querela per diffamazione: spero non per me...
povera vita mia neomelodico ragazza motorino: povera vita nostra, piuttosto...
quotidiano libero di che schieramento è?: e chi lo sa...
s in cinese come si scrive: S
salamov anima: buonanima, piuttosto...
stima 2008 presenza comunità cinese nel lazio: valli a contare...
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giovedì 12 giugno 2008
Scherza, o fa sul serio?
Cari lettori,
ecco a voi una intelligentissima dichiarazione politica dall'agenzia Ansa...
(ANSA) - NAPOLI, 12 GIU - "Sbaglia chi tenta di delegittimare Roberto Saviano e Gomorra affermando che racconta solo il male di Napoli, ritengo provinciale questo modo di censurare il racconto ed il film al solo scopo di dare della città una versione meno tragica". Lo afferma, in una nota, l'assessore alla Formazione della Regione Campania, Corrado Gabriele.
[...] Per l'assessore alla Formazione "grazie al libro di Roberto le lancette della storia hanno viaggiato più velocemente e, probabilmente, se non ci fosse stato Gomorra gli sforzi degli ultimi mesi con tanti arresti e sequestri di beni ai clan non avrebbero avuto questo forza d'urto. Oggi invece i vertici della camorra sono palesemente braccati, hanno sul collo il fiato dello Stato e quello dell'opinione pubblica contemporaneamente e questa non può che essere una vittoria per tutti".
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giovedì 5 giugno 2008
Gomorra è inventato, lo dice Saviano
Cari lettori,
ecco uno squarcio di luce sull'eterno dilemma: Gomorra è un romanzo, o la descrizione apocalittica della realtà?
Risponde l'autore, Roberto Saviano, in un articolo del 16 settembre 2003 su www.nazioneindiana.com
Ho sempre vissuto tra i testi come ci vivo ora che faccio recensioni su Diario, La Stampa e Pulp Libri, e galleggio in un mare di carta e inchiostro. Il libro può in qualche modo opporsi al potere culturale ancor prima che violento della mafia, della camorra, attraverso la sua energia prima: la congettura. La congettura ovvero come direbbe Uwe Johnson, la letteratura! Proprio il congetturare, l’almanaccare narrando, possono essere i nuovi percorsi per affrontare un problema così complesso come quello criminale. Potrebbe risultare strano, che proprio all’interno della questione mafiosa, dove il rigore, la prova, la ricerca del certo sono elementi fondanti, s’insinui la letteratura con la sua imperfezione, con la sua palese e recondita menzogna. Proprio laddove la giurisprudenza non può giungere, sondando la possibilità, catalogando l’impronunciato, aspirando il sospetto, può invece arrivare la letteratura che tutto può sostituire e riannodare, inventare, ipotizzare, stanare senza vincoli e paure del paradosso, senza appoggi politici e manovre militari!!
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lunedì 2 giugno 2008
Cosa non si fa per uno stipendio...
Cari lettori,
ecco che cosa scriveva l'Eletto, il 17 aprile 2005, su www.nazioneindiana.com
Sempre meno si riflette su quanto costa scrivere di certe cose ed in certi territori. Anche guardando i giganti non ricevo conforto. Rushdie ha subìto molteplici attentati, più di trenta persone sono morte in operazioni terroriste che avevano lui come obiettivo. Ma Salman Rushdie ora può scrivere su qualsiasi giornale della terra, riceve stipendi e guardie del corpo. Ciò che ha pagato e paga è ampiamente ripagato. O quantomeno confortato. Lui stesso dichiarò al Times “La fatwa mi ha concesso il maggiore eco possibile alle mie parole, mi ha reso uno scrittore libero, perché tutto posso dire e chiunque vuole può ascoltarmi”.
Una domanda: qual è il confine tra libertà e marketing editoriale? Per ottenere che cosa si sacrifica la vita di 30 uomini, o la propria: uno stipendio, una scorta o la possibilità di scrivere su qualsiasi giornale della terra?
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sabato 31 maggio 2008
Il Capitale di Marx (e Sandokan)
Cari lettori,
vi segnalo questo stralcio di un articolo pubblicato dall'Eletto su Nazione Indiana nel febbraio di 5 anni fa. E' indicativo di ciò che l'eroe antimafia per eccellenza pensa dell'imprenditoria meridionale, oltre che del giornalismo campano (a busta paga dei Casalesi, l'unico immacolato è lui che ha copiato e non ha il coraggio di dirlo, malgrado l'ufficio legale della Mondadori abbia affermato il contrario...)
Il pizzo per le grandi imprese non è quasi mai uno svantaggio ma è una dialettica di mercato. La camorra - bisognerebbe dirlo senza pudori post muro di Berlino- è l’accumulazione originaria della media ed alta borghesia (essì, Marx è vivo!!) campana. L’imprenditoria meridionale attraverso il rapporto con il crimine organizzato riesce a tutelarsi dalla mano invisibile del mercato, partecipa ad un mercato infinito, senza limiti e vincoli di legalità ed illegalità; pertanto può godere in tempo di recessione, delle economie sempreverdi del mercato della droga della prostituzione del contrabbando, del traffico d’armi che divengono miniere capaci di sostenere le proprie, aziende, i propri supermercati, le proprie ditte, a livelli profondamente altri, da quelli del mercato.
Quindi, il pizzo è una risorsa: perché non lo spiega alla famiglia di Libero Grassi? O a Tano Grasso, o a Silvana Fucito? Oppure alla famiglia di Federico Del Prete, o alla vedova di quell'imprenditore ucciso qualche settimana fa, dopo aver denunciato gli estorsori che gli stavano succhiando il conto corrente e pure il sangue? Oppure, ciò che fanno i magistrati - ogni giorno - e con loro i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri, gli uomini delle strutture di sicurezza è inutile, perché Marx aveva previsto pure la potenza dei Casalesi e le "dinamiche" di mercato del ciclo camorristico?
Questo è il pensatore che l'Europa ci invidia... uno che scrive di capitale e di accumulazione della media e alta borghesia e la confonde con la criminalità organizzata...
Veramente complimenti per le puttanate che scrive...
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giovedì 29 maggio 2008
Saviano è impazzito
Cari lettori,
vi segnalo questo articolo delirante, che apre squarci assolutamente inediti, perché coinvolge l'intero sistema editoriale campano e nazionale, e che meriterebbe vetrine di ben altra caratura rispetto al mio umile blog (a proposito: ringrazio chi, dagli uffici della Arnoldo Mondadori Editore, si collega quotidianamente al sito, probabilmente per controllarlo. Mi fa onore...)
Ecco che cosa scrive l'Eletto su Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com) il 16 settembre 2003
Quando su Diario ho scritto appena due paginette su Francesco “Sandokan” Schiavone, mi giunsero due telefonate di minacce “parla degli affari tuoi!” e squartarono le ruote dell’auto. Avevo nell’articolo denunciato la richiesta “Cirami” fatta dai legali del boss, che avrebbe potuto far uscire per decorrenza dei termini di custodia cautelare il leader della confederazione delle cosche casalesi. Non ha dato fastidio l’articolo su di una rivista tutto sommato elitaria e lontana dai loro circoli d’interesse. Ha infastidito che si trattasse dei “casalesi” della potentissima e sconosciuta cosca che proprio in nome della sua “naturale” presenza può contare su una totale emancipazione dalla pressione della stampa nazionale (quella locale è completamente finanziata da loro!!!). Rendere note su un giornale nazionale le vicende della cosca è stato letto come imperdonabile invadenza, fastidiosa eccezione che doveva esser “avvertita”.
Riflessioni:
a) E' ridicolo pensare che Sandokan abbia letto "Diario" e abbia dato mandato a uno dei suoi scagnozzi di avvisarti: Diario, probabilmente, non viene nemmeno distribuito a Casal di Principe e non rientra, quindi, nei circoli di lettura dei Casalesi. Inoltre, lo ammetti tu stesso: è un giornale per pochi, che non ha alcuna influenza sulle dinamiche malavitose locali. Della vicenda, per la quale sei stato minacciato, e cioè la Legge Cirami, in quei giorni, hanno parlato tutti i giornali campani (Il Mattino, la Repubblica nazionale e locale, Il Corriere del Mezzogiorno, Il Corriere della Sera, la Stampa, Il Roma, Cronache di Napoli, Il Corriere di Caserta, la Gazzetta di Caserta) e nessuno dei giornalisti che se n'è occupato ha ricevuto minacce. Soltanto tu, per "un paio di paginette". Non è una strana coincidenza, oppure no? Le minacce iniziano con tre anni di anticipo sulla pubblicazione di "Gomorra" e nessuno ne fa menzione, nemmeno lo stesso Saviano. Che nel 2003, quando in pratica era un "signor nessuno", ne affidava l'analisi al web, mentre nel 2006, quando ha un libro da lanciare, si rivolge all'Espresso che abbocca all'amo...
Ecco il link che dimostra quello che dico: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/12/04/120sandokan.html
b) Scrivi: "Non ha dato fastidio l’articolo su di una rivista tutto sommato elitaria e lontana dai loro circoli d’interesse. Ha infastidito che si trattasse dei “casalesi” della potentissima e sconosciuta cosca...": sconosciuta non direi, visto che ci sono migliaia di articoli di giornale - dal 1980 in poi - che ne parlano. E chi afferma il contrario è un bugiardo, oltre che in malafede. Si è sempre parlato dei Casalesi sui quotidiani locali e se n'è parlato anche sulla stampa nazionale, quando è stato necessario. Quindi, dovremmo ipotizzare che i Casalesi li hai scoperti tu? E Lucio Di Pietro e Federico Cafiero De Raho hanno indagato, per anni, su chi? Sulle nonne dei Casalesi? Mah...
c) Scrivi ancora: "... che proprio in nome della sua “naturale” presenza può contare su una totale emancipazione dalla pressione della stampa nazionale (quella locale è completamente finanziata da loro!!!)"
Veramente la stampa locale (e quindi anche il Mattino, che ospita ogni tuo sospiro...) è finanziata dai clan? Cazzo che scoop... Non se n'era accorto nessuno, solo tu. E pensare che al Mattino lavora una giornalista di nome Rosaria Capacchione, minacciata - sul serio - dai clan. Ora, se la camorra controlla i quotidiani locali di Caserta e Il Mattino è un quotidiano locale, il sillogismo impone la conclusione che pure Rosaria Capacchione è una stipendiata dai clan. E allora, chi l'ha minacciata?
Oppure salvi solo "Il Mattino" per puntare l'indice contro i fogli locali di cronaca nera e giudiziaria che ti hanno offerto l'occasione per capire di che cosa scrivi, visto che tuttora ti sfugge l'argomento e inondi le pagine di Repubblica e dell'Espresso di notizie vecchie e senza alcuna analisi degna di questo nome?
Sarebbe bene che qualche direttore di quotidiano avesse le palle di prendere posizione su questo argomento
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Una riflessione
Il signore dei bestseller
Vive a Pavia. Fugge dai riflettori. Lavora dietro le quinte. E lancia talenti in classifica
colloquio con Roberto Santachiara
C'è chi insegna a scalare l'Himalaya, chi ogni giorno va in ufficio a Pavia. Chi si intende di lavori di muratura, chi è esperto in manutenzione della fantasia. Chi padroneggia le tecniche di scrittura, chi sa cosa inventarsi per cena, fluidi inclusi, se Patrick McGrath bussa all'improvviso: et voilà, gewürtztraminer e carignano del Sulcis. Cuoco, guida di trekking in Nepal, ex impiegato di libreria, ex dipendente di varie case editrici, Roberto Santachiara è tutte quante queste cose insieme. E una specialmente: l'agente letterario più corteggiato dalle bozze degli italiani. Romano, 49 anni, una laurea in Storia contemporanea e (quasi) un'altra in Scienze politiche, è l'uomo dietro le quinte di moltissimi casi letterari. Agente di Roberto Saviano e di Giancarlo De Cataldo, dei Wu Ming e di Valeria Parrella, ha trasformato la sua passione per i libri (ne possiede 60 mila) in business. È lui il tutore, in Italia, di scrittori tra i più venduti in assoluto: Stephen King, James Ellroy, John Updike, Anita Desai, Ian McEwan, Patrick McGrath, Jeffrey Deaver.Amatissimo o detestato, ritroso a passare dal 'lei' al 'tu' persino nei circuiti professionali dove la fratellanza è istantanea, Santachiara ha fatto del riserbo la sua forza: nessun sito Internet, poche foto in giro, domicilio conosciuto solo la sede dell'agenzia a Pavia. E mentre molti agenti vanno a caccia di scrittori on line o fanno insider trading sul fenomeno che verrà, lui storce il naso, dribbla, si nega. Poi si ritira in collina. Si mette comodo, spara le gambe in su e fa la cosa più bella del mondo: aprire un libro. E cominciare a leggere. "Gli scrittori? Non li cerco, però li scelgo", dice. Ma prima ascolta, osserva, fiuta. Per continuare a dire: "Lavoro solo con amici: i miei autori sono persone che mi piacciono umanamente". E giù un parterre che snocciola d'un fiato: Carlo Lucarelli, Simona Vinci, Gore Vidal, James Hillmann, Antonia Arslan... "Sono curioso della Rete. Ma penso che la quantità abbia abbassato la qualità. Non cerco nuovi scrittori lì. Magari ci sono. Ma preferisco pescare con la mosca, che con la dinamite", dice: "Se un esordiente - o quasi - mi interessa, seguo il suo libro dall'idea iniziale. Leggo via via, suggerisco di tagliare, di enfatizzare un episodio o di dare più risalto a un personaggio. Però l'artista è sempre l'autore. Il mio, casomai, è un lavoro di maieutica. Talvolta anche di mecenatismo, se mi accorgo che chi scrive ha bisogno di tempo e di denaro". Come un'archiatra dell'ispirazione, sa aspettare. Com'è stato per 'La versione di Barney' di Mordecai Richler: "L'autore è diventato ricco". Sui suoi guadagni glissa. E la butta sul fair play: "Non ho contratti con nessuno. Se una persona non mi piace, se il suo libro non mi convince, se lo stesso autore non è soddisfatto del mio lavoro, siamo liberi in ogni momento". Ognuno per la sua strada, meglio se unplugged, fino al tetto del mondo.
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martedì 27 maggio 2008
Cambio casa (e versione) continuamente
Cari lettori,
vorrei invitarvi a una riflessione: leggete con attenzione questi due stralci, pubblicati su importanti quotidiani e settimanali, e ditemi se non c'é una contraddizione lampante...
L'Espresso (16 agosto 2007)
Attorno a lui spesso c'è il vuoto. Il condominio del centro di Roma dove viveva in una stanza da studente ha protestato per la quiete disturbata dalla scorta.
La Repubblica (3 maggio 2008)
Saviano: "Sempre sotto scorta dei carabinieri, cambio casa continuamente, non ho più un'esistenza normale".
A distanza di tre settimane dall'ultimo articolo, su "Il Mattino" esce la notizia dell'appartamento negato al Vomero: ma Saviano (fonte: la Repubblica) non era costretto a cambiare casa continuamente? Oppure usa informazioni diverse per testate diverse? A chi ha mentito? Al Mattino o alla Repubblica? E le urgenti misure di sicurezza? Uno sotto scorta va a vivedere al Vomero? E il Comitato per l'ordine pubblico non ha avuto alcun ruolo in questa decisione? Ne è stato informato?
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lunedì 26 maggio 2008
Ipotesi
Negli articoli di Saviano pubblicati su "Il Manifesto" e "Il Corriere del Mezzogiorno" - il primo, quotidiano nazionale di area militante e il secondo prestigioso inserto del "Corriere della Sera" - non si fa mai cenno ad alcune delle notizie piu interessanti contenute in Gomorra (cadaveri cinesi, sarti, rifiuti): perche'? Forse non erano pubblicabili su un quotidiano, in quanto frutto di fantasia, oppure hai ritenuto piu' importante inserirle in Gomora e, in questo caso, che cosa ti faceva presagire il tuo straordinario successo?
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giovedì 22 maggio 2008
Un giorno non molto lontano...
Un giorno accadrà che un salumiere si rifiuterà di vendere la mozzarella a Saviano. E, poiché l'industria casearia è notoriamente sotto il dominio pieno e incontrollato dei Casalesi, allora la Fao gli fornirà - gratis - derrate alimentari per tutto il resto della vita...
I bimbi del Maghreb, scheletrici e con la pancia gonfia, si allontaneranno dalla faccia le mosche fameliche e, sdentati, sorrideranno ai fotografi, perché avranno contribuito a salvare l'eroe antimafia per eccellenza.
Qualche settimanale racconterà che nel menù della Fao non c'è il tiramisù e sarà colpa dei bambini del Maghreb, che a forza di mangiare dolci han perso i denti...
Meno male che Saviano c'è...
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Squitieri fulmina Saviano...
Squitieri fulmina Saviano: «Con la scorta al festival di Cannes per fare un po' di show»
Il cineasta sulla Croisette per presentare il documentario «Io Claudia».
Critico sul film di Garrone: l'avrei girato diversamente
NAPOLI – Dopo la sua chiacchierata nomina (ancora ufficiosa) a direttore della Festa del Cinema di Roma, Pasquale Squitieri continua a far parlare di sé. Il battagliero regista napoletano è approdato ieri, mercoledì 21, a Cannes, per presentare un documentario-tributo dedicato alla carriera della sua storica compagna, Claudia Cardinale. «Io Claudia», questo il titolo dell’omaggio che Squitieri ha ideato per la sua partner di una vita. E sulla terrazza dello «spazio Italia» del Noga Hilton, ne ha approfittato, con la vis polemica che lo contraddistingue, per dire la sua sul film rivelazione «Gomorra» di Matteo Garrone, e sulla situazione di Napoli. In una lunga intervista comparsa sul quotidiano Roma, il regista esprime senza peli sulla lingua le sue opinioni, davvero controcorrente, sulla pellicola tratta dal bestseller di Roberto Saviano, minimizzando anche le minacce ricevute dallo scrittore, liquidandole come «buffonate»: «Penso - spiega nel'intervista rilasciata a Maridì Sessa - che si tratti di avvertimenti fasulli. Chi è veramente preso di mira gira con la scorta, certo, ma ha il veto assoluto di prendere aerei e di frequentare luoghi pubblici perchè potrebbe rappresentare pericolo per sè e per gli altri». Insomma, secondo il regista, l'autore del bestseller Gomorra sarebbe andato a Cannes con la scorta «probabilmente per fare un po' di show».
SUL FILM - «Ci sono momenti in cui emerge la stoffa di Garrone. Ma non sono d’accordo con la maniera in cui è stato girato il film– dichiara ancora Squitieri, inorridendo davanti al paragone di molti tra «Gomorra» e «Le mani sulla città» di Rosi – In primis perché non spiega che cos’è la camorra e non fa alcuna allusione a personaggi come Bassolino, ed ancora perché mostra solo un aspetto della complessità della vicenda, tralasciando una parte importante, quella svolta dai consumatori di droghe e sostanze illecite, senza dei quali le varie mafie e camorre non avrebbero ragione di esistere». Se gli apprezzamenti Squitieri li concede solo al lavoro di Paolo Sorrentino sul personaggio di Giulio Andreotti, la delusione del regista tocca anche la politica, puntando il dito anche sull’operato di Bassolino. «Credo che il Consiglio dei Ministri a Napoli sia un nobile gesto. Le performance artistiche appartengono a Bassolino, che più volte ha fatto diventare Piazza Plebiscito anfiteatro di assordanti esibizioni musicali pro vulgo. E’ un’aperta presa di coscienza di un governo che riconosce che l’Italia in questo momento storico è rappresentata nel mondo esclusivamente dalla “Pattiumiera Napoli”».
RICOMINCIARE DALLA SCUOLA - Le strategie per salvare Napoli? «Innanzitutto occorre restituire fiducia ai napoletani. E un ruolo fondamentale gioca la scuola. Ricordo che quando ero bambino mia madre mi leggeva “Cuore” di De Amicis. Perché non riproporlo ancora ai giovani allievi?»
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mercoledì 21 maggio 2008
Dalla "Gazzetta dello Sport"
Cari lettori,
vi segnalo questo interessantissimo articolo di Giorgio Dell'Arti, pubblicato dalla "Gazzetta dello Sport", che espone in maniera lucida e interessante alcune considerazioni sviluppate su questo blog...
Le cose che racconta Gomorra sono vere?
Gomorra di Matteo Garrone dal libro di Saviano - sta spopolando a Cannes, dove lo scrittore è diventato un personaggio. E sta spopolando anche nelle sale italiane: nel weekend ha sbaragliato la concorrenza, incassando più di milione e 800 mila euro. 1 Dove sta il segreto di un successo simile? Intanto nella popolarità del libro, un best-seller che in un paio d' anni ha venduto un milione e 200 mila copie. E che continua a vendere, cioè ha anche le caratteristiche del long-seller. Saviano poi è stato minacciato a morte, gira con la scorta e si parla con lui solo per e-mail, a meno che non si sia molto intimi. Ma proprio in Gomorra viene raccontata una storia in cui si dimostra che anche l' intimità, o l' affetto familiare, in certi casi conta poco. Non voglio raccontare l' episodio per non far dispetti a chi il film non l' ha ancora visto. È 2 meglio il libro o il film? Guardi, non è di questo che si deve parlare. Almeno non è di questo che voglio parlar io. Sul piano estetico ha già detto tutto Sandro Veronesi l' altro giorno e io sottoscrivo il suo articolo parola per parola. Mi permetto casomai di aggiungere che la grandezza di Garrone era già evidente ne L' Imbalsamatore e che è una gioia, dopo aver scoperto uno scrittore del valore di Saviano, sapere che c' è un regista della forza espressiva e della coerenza estetica di Garrone. Tuttavia, le ripeto, non è di ciò che dobbiamo discutere io e lei. E 3 di che cosa? Il libro prima, e il film adesso, raccontano alcune cose sulle quali è sceso un silenzio assoluto, paradossalmente mascherato dalla bellezza delle due opere. Si parla infatti molto delle due opere, ma si dice poco o niente su quello che raccontano. E che cosa raccontano? Per esempio, questo: che le case di moda del Nord vanno a Casal di Principe a fare le aste per assegnare le forniture. Il film, riproducendo perfettamente una scena che sta all' inizio del libro, lo fa vedere bene: una signora probabilmente milanese, col ragioniere accanto, apre una gara tra i piccoli produttori della zona, tutta gente che lavora in super-nero, per la fornitura di un certo numero di capi. Partenza 50 euro a capo da consegnare in 60 giorni, gara al ribasso. Vince uno dei protagonisti del film offrendo di realizzare la fornitura in 30 giorni a 30 euro. I milanesi se ne vanno soddisfatti, il sarto Pasquale deve mettersi all' opera facendo lavorare gli operai giorno e notte e senza pensare troppo a compensi straordinari. Ora, letta la scena sul libro e vista la scena al cinema, è necessario chiedere alle parti interessate: è una balla romanzesca o quello che abbiamo letto e visto, e che ci ha colpito con un accento di verità assoluta, è reale? E se è reale, come mai la polizia, i carabinieri, i partiti politici, i sindacati hanno lasciato che si creasse una zona franca come questa? E come mai dopo l' uscita del libro e adesso dopo l' uscita del film, le case di moda, che ci assillano con le loro moribonde in passerella, non ci dicono se quella scena ha qualche parentela con la realtà oppure no? C' è qualcuno che può chiederglielo direttamente? C' è una Camera della Moda che ha querelato Saviano per le cose che scrive? 4 Scusi, sappiamo da sempre che il Sud è in mano alla criminalità. Abbia pazienza, la patronessa che ingaggia i sarti napoletani è nordica e l' industrialotto che affida a Toni Servillo lo smaltimento dei rifiuti tossici è di Venezia. Qualche magistrato, dopo aver letto Saviano, ha aperto un qualche fascicolo sulle aziende che smaltiscono i rifiuti tossici per sapere come se ne liberano? E ora che il film gli farà vedere la cosa ancora più chiaramente, qualcuno si muoverà seriamente, e cioè non con lo scopo di finire sui giornali? Perché come indagini sarebbero semplici: le aziende che sono in grado di produrre rifiuti tossici non sono segrete. Ragioni sociali, indirizzi e numeri di telefono stanno sulle Pagine bianche. 5 Non sono problemi di cui dovrebbe occuparsi la politica? Certo. Anzi la classe politica, se quello che Saviano e Garrone raccontano è vero, dovrebbero fare della liberazione del Paese dal cancro che viene raccontato nelle due opere una questione nazionale. Perché, sia chiaro: questo non è un problema del Sud, è un problema di tutti quanti noi dovunque ci troviamo. Sempre, naturalmente, che Saviano e Garrone abbiano ragione e che quello che ci fanno vedere sia la verità.
Giorgio Dell'Arti
(gda@gazzetta.it)
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martedì 20 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (10)
Domanda nr 10
10) Perché la notizia delle minacce della camorra è stata offerta all'Espresso e non ai quotidiani (locali) con cui collaboravi?
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lunedì 19 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (9)
Domanda nr 9
9) Mi spieghi perché ti sei scritto il requiem da solo? Mi spieghi perché Lirio Abbate (il cronista giudiziario dell'Ansa di Palermo minacciato da Cosa nostra con una carica di tritolo sotto l'auto) non si è fatto comporre pure lui 'u cappotto 'e ligname? E ancora: mi spieghi perché, poche settimane dopo l'uscita del tuo libro, già parlavi di minacce e di telefonate mute? I boss nemmeno avevano avuto il tempo di leggerlo il libro...
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domenica 18 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (8)
Domanda nr 8
"Il pericolo per le organizzazioni camorristiche non è rappresentato da chi scrive che cosa, ma da chi decide di leggere..." (R. Saviano, Che tempo che fa, aprile 2008)
8) Scusa, ma allora perché i magistrati continuano a rischiare la vita con inchieste e arresti, se basta prendere una ordinanza di custodia cautelare e chiedere a Mondadori, Rizzoli, Bur, Feltrinelli e a un'altra dozzina di case editrici di pubblicarla? Così si vende un altro milione di copie e si mettono le mafie con le spalle al muro...
Comunque, questa storia del pericolo che deriva dalla voglia di conoscere dei lettori è GENIALE. Veramente un colpo da maestro, probabilmente suggeritogli da qualche mago della comunicazione. Bravi, complimenti...
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giovedì 15 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (7)
Domanda nr 7
7) Ma uno straccio di prova per dimostrare che, effettivamente, sono state messe in commercio delle copie pirata di Gomorra si può avere, oppure dobbiamo berci tutto quello che dice?
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martedì 13 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (6)
Domanda nr 6
6) Perché nelle ultime ristampe di Gomorra è stato cancellato un pezzo copiato pari pari da un sito di informazione di Caserta e che è presente, invece, nelle prime edizioni?
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sabato 10 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (5)
Domanda nr 5
5) Perché sei stato querelato da Raffaele Cutolo?
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venerdì 9 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (4)
Domanda nr 4
4) Perché non c'è traccia delle tue sconvolgenti esperienze sui luoghi degli agguati, da infiltrato, o da operaio al porto negli articoli pubblicati dai quotidiani per cui collaboravi?
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giovedì 8 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (3)
Terza domanda
3) A quale genere letterario appartiene Gomorra? Al filone dei romanzi (sì, sembrerebbe, dal momento che è in classifica nella sezione Narrativa) o a quello dei saggi? E, in tale ultimo caso, perché mancano le fonti?
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mercoledì 7 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare (2)
Domanda nr 2
Perché non c'è traccia, negli atti giudiziari degli ultimi quindici anni, degli episodi più interessanti e scenografici di Gomorra (cadaveri cinesi nei container, sarti hollywoodiani nati ad Arzano... etc... etc...) e ti ostini a dire che sono veri?
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Dieci domande per te... posson bastare
Coerenza, questa sconosciuta...
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L'elefantino fa marcia indietro
Una bella notizia
Visita a sorpresa (con preavviso)
Cappotto di legno
Forza Saviano
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martedì 6 maggio 2008
Dieci domande per te... posson bastare
Domanda nr 1:
Quali sono le fonti di Gomorra?
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sabato 3 maggio 2008
Coerenza, questa sconosciuta...
Ma la verità qual è? In Patria la faccia triste e inconsolabile di chi è stato abbandonato da tutto e da tutti (e la scorta?) e a New York, parlando con Salman Rushdie, il coraggio leonino di chi giura che lo rifarebbe?
Mah...
LA REPUBBLICA 13 NOVEMBRE 2006
“No. Non riscriverei Gomorra. E non per le minacce, ma per quello che esse hanno comportato: il comportamento degli editori e di molte persone vicine. La solidarietà è solo una parola”
LA REPUBBLICA 3 MAGGIO 2008
"Certe volte mi sono interrogato se ne è valsa la pena, se quello che sto pagando non è sproporzionato rispetto a un libro, soprattutto quando penso ai miei parenti, a quello che anche loro hanno passato e passano. Poi però non riesco a dirmi che non dovevo scriverlo e alla fine penso sempre che lo rifarei".
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mercoledì 30 aprile 2008
L'elefantino fa marcia indietro
Cari lettori,
per amore della verità, riporto uno stralcio di un interessante articolo del Corriere del Mezzogiorno riguardo alla polemica Saviano-Il Foglio.
La risposta di Giuliano Ferrara — una autentica autocritica, roba da bel tempo che fu — spiega che l'articolo era stato deciso alla riunione di redazione prima ancora che Saviano apparisse in tv da Santoro. E che la mattina dopo «ci siamo detti che eravamo stati troppo cinici, scioccamente snob». Scrive Ferrara: «Veniamo da anni di retoriche antimafiose di tipo professionale, che non ci sono mai piaciute perché versate all'uso e all'abuso politico, e alla riscrittura della storia della Repubblica a mezzo mattinale. Abbiamo, e diciamo pure ‘‘ho'', preso il malvezzo del giudizio frettoloso, diagonale, annoiato. Il fatto che Saviano, di cui si dice sia un ottimo scrittore, e che prometto di leggere, comparisse regolarmente come un nuovo eroe di quella retorica, parlo dell'uso che ne fanno i media, ce/me lo aveva fatto andare di traverso. Ma credo personalmente sia un errore».
Pubblicato da 01 a 18.05 9 commenti
Una bella notizia
Cari lettori,
una bella notizia (per il pluralismo dell'informazione): l'editor di una importantissima casa editrice italiana - diretta concorrente della Mondadori -, dopo aver letto questo blog, mi ha contattato per scrivere un libro su "Gomorra". Un libro di riflessioni, naturalmente. Sarà ben documentato... parecchio documentato...
Naturalmente, alcune riflessioni che andrò maturando giorno dopo giorno troveranno ospitalità nel blog...
Sono, come sempre, aperto al confronto.
Saluti
Simone
Pubblicato da 01 a 12.06 2 commenti
lunedì 28 aprile 2008
Visita a sorpresa (con preavviso)
Cari lettori,
non so se ve ne siete mai accorti, ma da un po' di tempo a questa parte il ns Eletto sta attuando una strategia di comunicazione molto "sottile": low profile (a parte la cazzata della canzone scritta da lui medesimo per il suo funerale), si direbbe. Forse gli hanno affittato uno spin doctor, un cervellone laureato e pluri-masterizzato (nel senso di corsi di specializzazione) per insegnargli come schivare le insidie degli "invidiosi". In pratica, l'Eletto sta comparendo - come la Madonna pellegrina - nelle scuole del circondario napoletano per una serie di incontri a sorpresa, privilegiando gli istituti "difficili" alle ribalte nazionali.
Peccato, però, che questi incontri vengano annunciati prima ai giornalisti, i quali hanno tutto il tempo di caricare telecamere e macchine fotografiche per immortalarlo con quella faccia funerea che sembra quasi dire: "Ma vuoi vedere che quell'ostetrica che mi stava facendo cadere dalla culla, appena nato, apparteneva ai Casalesi?"
Mah...
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domenica 27 aprile 2008
Cappotto di legno
Non so se sbaglio, ma credo di ricordare bene: c'è un'altra persona che, prima di Saviano con il brano "Cappotto di legno", si era scritto la colonna sonora del proprio funerale: il suo nome era Wolfgang Amadeus Mozart.
Non vi sembra che tutta questa storia stia diventando veramente RIDICOLA?
Mah...
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sabato 26 aprile 2008
Forza Saviano
Un plauso al giornalista de "Il Mattino" che ha deciso di inserire questa notizia in pagina, altrimenti ce la saremmo persa...
Il Foglio: Saviano fidanzati e getta via la tristezza
S’intitola «Forza Saviano», l’articolo pubblicato ieri in prima pagina sul Foglio. Non l’ennesima celebrazione dell’autore di Gomorra, ma un disincantato, a tratti ironico affresco dello scrittore campano, reduce dalla trasmissione Annozero. L’invito dell’autore del pezzo (la firma: Annalena) è esplicito: via il volto triste e corrucciato, ora bisogna fidanzarsi. Non con una, ma con almeno due ragazze al giorno, una cosa concessa a una star mondiale del calibro di Saviano. L’articolo sfodera punzecchiature sul look triste e tenebroso di Saviano, fino a rivolgergli un appello esplicito: Saviano diglielo tu, «era un romanzo, sei uno scrittore. Non hai mai visto cucire ad Arzano il vestito indossato da Angelina Jolie la notte degli Oscar, era una magnifica invenzione». E poi: «Nelle piazze ci vai per le ragazze, in televisione anche, e ti affliggi più che altro perché non hai ancora il finale del tuo prossimo romanzo».
(da Il Mattino, pag. 35 edizione del 26 aprile 2008)
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giovedì 17 aprile 2008
Il pentimento di Maurizio Prestieri: una domanda
Qualche settimana fa, ha iniziato a collaborare con la giustizia Maurizio Prestieri, boss del rione Monterosa e socio storico del padrino Paolo Di Lauro, il capo del potente cartello del narcotraffico campano. Prestieri è al corrente di tante vicende che hanno riguardato l'ascesa al potere di Ciruzzo 'o milionario e probabilmente conosce parecchio anche della rete di prestanome che si è stesa, come una coperta invisibile, sull'impero camorristico di Di Lauro. Ma quanto potrà dire Prestieri delle coperture di cui ha goduto Paolo Di Lauro negli ultimi venticinque anni?
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lunedì 31 marzo 2008
Ultimi stralci della relazione Antimafia
La criminalità organizzata nell’avellinese e nel beneventano
L’area avellinese è tuttora dominata dalla figura di Gennaro Pagnozzi, a capo di un clan egemone nella Valle Caudina ma che estende la propria capacità operativa delinquenziale anche nelle zone confinanti e nella provincia di Benevento, grazie anche alle alleanze strette nel tempo con la potente organizzazione casertana dei casalesi.
Viene segnalato[1] che il clan Pagnozzi ha reinvestito i consistenti proventi illeciti conseguiti negli anni in attività commerciali e beni immobili.
Nella città di Avellino e nel serinese opera il clan Genovese, attualmente indebolito da ripetute indagini che hanno condotto all’arresto di importanti esponenti del gruppo.
Nel Vallo di Lauro permane il contrasto tra le famiglia Cava e Graziano, ancorché gli esponenti di vertice dei Graziano siano detenuti e Cava Biagio, capoclan del gruppo avverso, sia stato catturato nell’ottobre 2006 dopo lunga latitanza.
Nella provincia di Benevento il clan Sperandeo contende al clan Pagnozzi il predominio nel mercato delle sostanze stupefacenti, mentre minore valenza riveste il clan Panella-Iadanza, colpito dall’intervento giudiziario. Nella valle telesina opera il clan Esposito.
6. L’attività di proposta legislativa
6.1 Sullo scioglimento degli enti locali.
Nella passata legislatura, dopo un lungo dibattito, svolto prima nel Comitato « sui rapporti per gli enti locali », e successivamente all’interno della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalita` organizzata mafiosa o similare, si giunse all’elaborazione di una proposta di legge (atto Camera n. 6242, XIV legislatura) sottoscritta dai rappresentanti di tutti i gruppi presenti in Commissione, in materia di scioglimento dei consigli comunali e provinciali per fenomeni di infiltrazione mafiosa. Poiché la questione, non affrontata dal Parlamento nella passata legislatura, mantiene una sua cogente attualità, la Commissione, attraverso i rappresentanti dei gruppi, ha presentato un d.d.l. alla Camera dei Deputati, nell’identico testo del citato atto Camera n. 6242, XIV legislatura. In tale d.d.l., tra l’altro, si rafforza la ricerca dei principi di buona amministrazione nell’azione degli enti locali e si prende in giusta considerazione la separazione tra la responsabilità del livello politico e la responsabilità del livello gestionale-amministrativo.
Il disegno di legge (atto Camera n.2129, XV legislatura), assegnato alla Commissione I (Affari Costituzionali) in sede referente, ha ricevuto il parere favorevole delle Commissioni VI (Finanze), VIII (Ambiente), XI (Lavoro), XII (Affari Sociali), dopo l’unificazione con altri disegni di legge presentati presso la Camera dei Deputati. Nella bozza di testo unificata approvata dalla Commissione I Affari Costituzionali sono stati mantenuti integri sia i principi sia le linee di fondo contenuti nel d.d.l. presentato a firma di deputati componenti della Commissione, con particolare riferimento agli interventi sulla gestione amministrativa; alla possibilità di preservare l’ente locale dallo scioglimento quando non siano accertate responsabilità del livello politico e tali responsabilità siano solo individuate nel livello burocratico-gestionale; alle norme sull’incandidabilità degli amministratori (a carico dei quali siano state accertate responsabilità) a seguito dello scioglimento del consiglio dell’ente locale per infiltrazioni o condizionamento dell’attività amministrativa; alle norme in materia di gestione straordinaria; al richiamo ai principi di buona amministrazione, oltre che di efficacia, efficienza ed economicità.
6.2 Sulle vittime della criminalità organizzata
La Commissione ha avvertito la necessità di varare una normativa che riconoscesse ai parenti delle vittime di mafia le stesse tutele e gli stessi benefici previsti per le vittime del terrorismo.
Da questo intento è scaturito un disegno di legge (A.C. 2469) firmato da tutti i gruppi presenti in Commissione Antimafia ed alla Camera dei Deputati e recante l’estensione, alle vittime della criminalità e del dovere a causa di azioni criminose, dei benefici riconosciuti alle vittime del terrorismo dalla legge 3 agosto 2004, n. 206.
In precedenza, le diverse categorie di vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, e dei loro familiari superstiti, erano state già equiparate, quanto ai benefici, dal decreto-legge 4 febbraio 2003, n.13.
La disparità era stata creata dalla successiva legge 3 agosto 2004, n. 206, che ha previsto più ampi benefici esclusivamente per tutte le vittime degli atti di terrorismo e delle stragi di tale matrice.
La proposta di legge si proponeva di estendere i benefici previsti dalla citata legge 206/2004 anche alle vittime del dovere o innocenti della criminalità organizzata.
Il travagliato iter parlamentare si è prima di tutto scontrato con il parere negativo del Governo che ha verificato negativamente la clausola di copertura finanziaria di 10 milioni di euro l’anno a decorrere dall’anno 2007, in quanto”nell’accantonamento di fondo speciale di parte corrente dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2007, non risultano risorse da destinare allo scopo”[2].
L’attenzione prestata al tema dalla Commissione nelle sedi istituzionali previste ha contribuito al risultato dell’approvazione dell’emendamento alla Legge finanziaria per l’anno 2008 con cui viene stabilita la copertura finanziaria integrale della spesa necessaria a realizzare l’equiparazione sostanziale delle vittime della criminalità organizzata alle vittime del terrorismo.
IL REGIME CARCERARIO DI CUI ALL'ART. 41 BIS DELL’ORDINAMENTO PENITENZIARIO.
La Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, in adempimento delle previsioni contenute nell'art. 1, comma 1, lett. c) della legge istitutiva, aveva il compito di verificare l'attuazione delle disposizioni di cui alla legge 23 dicembre 2002, n. 279, relativamente all'applicazione del regime carcerario di cui all'articolo 41 bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, alle persone imputate o condannate per delitti di stampo mafioso.
A tal fine, la Commissione aveva già programmato una serie di attività dirette sia ad accertare la congruità della normativa vigente, sia a verificare le modalità attraverso le quali viene concretamente applicato il regime di detenzione speciale.
Le disfunzioni registrate nel contesto della concreta operatività dell'istituto rendevano, infatti, urgente l'approfondimento della problematica in ordine alle loro cause ed ai possibili rimedi per farvi fronte.
In tale contesto, si è proceduto all’audizione del Ministro della Giustizia Clemente Mastella.
Nella seduta della Commissione del 3 maggio 2007, il Guardasigilli ha svolto una approfondita disamina relativa al funzionamento del regime di detenzione speciale evidenziando il forte incremento, a partire dal 2003, dei ricorsi e degli annullamenti dei provvedimenti applicativi, come conseguenza della nuova normativa.
Secondo gli ultimi dati disponibili, aggiornati al 20 aprile 2007, il numero dei decreti ministeriali annullati dalla magistratura di sorveglianza sono passati dai 29 del 2001, agli 89 del 2006.
Per fornire qualche ulteriore elemento in grado di rappresentare un quadro generale della delicata situazione, è sufficiente osservare come i nuovi decreti di applicazione siano in netta diminuzione (più della metà : dai 151 del 2001 ai 70 del 2006), al pari dei detenuti sottoposti al regime differenziato del 41 bis (passati dai 645 del 2001 ai 526 del 2006), per poi potersi rendere pienamente conto della necessità di un intervento normativo che modifichi la vigente disciplina.
Vale anche la pena di precisare che, secondo il Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, Piero Grasso[3], alla fine di gennaio del 2007 i detenuti al regime differenziato sono passati a 455.
Lo scioglimento anticipato delle Camere ha indubbiamente impedito la prosecuzione dell'attività d'inchiesta programmata dalla Commissione.
[1] Sull’area avellinese ha riferito, in sede di audizioni, la dott.ssa Troncone, sostituto Procuratore componente della DDA di Napoli.
[2] Nota del 20 giugno 2007 della Ragioneria Generale dello Stato.
[3] Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare. Audizione del Procuratore nazionale antimafia del 7 febbraio 2007.
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mercoledì 26 marzo 2008
Il gruppo dei Casalesi
Con riferimento alla situazione della criminalità organizzata nella provincia di Caserta le novità emerse dalle più recenti investigazioni dimostrano come, pur in un quadro di apparente stabilità, sia in atto una significativa trasformazione della realtà criminale non soltanto sul versante più strettamente militare ma, anche e soprattutto, su quello dei rapporti con il mondo delle imprese e delle istituzioni.
Anticipando qui alcune conclusioni, può certamente affermarsi che, malgrado siano stati inflitti colpi durissimi – anche sul piano patrimoniale – a seguito delle attività della polizia giudiziaria e della magistratura, il controllo del territorio resta fortissimo soprattutto per la capacità mimetica dei sodalizi operanti sul territorio, organizzati più sulla falsariga di quelli siciliani che non sullo schema di quelli napoletani.
Il gruppo malavitoso che resta il più forte è quello dei casalesi che opera nella quasi totalità della provincia e, in particolare, nell’agro aversano (e cioè in quella zona confinante con la provincia sud di Napoli), in tutta la zona detta dei “mazzoni”, su parte del litorale domizio facente parte del comune di Castelvolturno compreso il cosiddetto Villaggio Coppola.
Il clan dei casalesi risulta mantenere formalmente salda la sua struttura unitaria, di tipo piramidale con un gruppo di comando e con una cassa comune in cui confluiscono i proventi illeciti per l’erogazione centralizzata di uno stipendio ai quadri del gruppo.
Le leve del comando fino a poco tempo fa erano saldamente nelle mani della diarchia costituita da Schiavone Francesco detto Sandokan e Bidognetti Francesco, i quali, malgrado fossero detenuti in regime di cui all’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario, riuscivano ad imporre le proprie direttive quantomeno sulle vicende di maggiore rilevanza.
Accanto ai due soggetti sopra citati, in una posizione lievemente inferiore, si posizionavano Zagaria Michele e Iovine Antonio, entrambi da lunghissimo tempo latitanti e, pur nella loro autonomia, collegati più strettamente al gruppo Schiavone.
Tutti i soggetti citati avevano propri gruppi di riferimento che operavano su specifiche zone di influenza o in particolari settori, pur nella consapevolezza di far parte di una struttura unitaria. La situazione si è, però, negli ultimi tempi significativamente modificata.
Il gruppo Bidognetti è ormai da ritenersi in totale rotta[1]. Nel corso di quest’ultimo anno, poi, alla collaborazione di Diana Luigi si sono aggiunte quelle particolarmente importanti del cugino del capo, Bidognetti Domenico detto bruttaccione, che aveva avuto importanti incarichi di vertice, e poi, persino, della compagna del boss Francesco, Carrino Anna. Se questi dati vengono letti unitamente alle pesantissime condanne (ad esempio, il Bidognetti Francesco è stato, nel corso dell’anno, condannato più volte all’ergastolo, così come il figlio Aniello) inflitte a numerosi esponenti del clan, può giungersi alla conclusione di un pesante e definitivo ridimensionamento del gruppo che già da tempo, del resto, era in posizione subordinata rispetto a quello di Schiavone.
All’interno del gruppo Schiavone, rimasto sostanzialmente egemone, sono pure in atto importanti movimenti per ricostruire gli equilibri di potere; la leadership di Schiavone Francesco è di fatto offuscata da varie condanne all’ergastolo – sia pure ancora in primo grado – che hanno riguardato anche il fratello Walter ed il cugino omonimo detto Cicciariello.
All’interno del gruppo sembra farsi strada il figlio di Francesco Schiavone, Nicola, personaggio tuttora incensurato e particolarmente defilato rispetto alle attività di carattere militare ma molto attivo nel campo imprenditoriale con solidi rapporti nel Nord Italia e nell’Europa dell’est.
Il controllo e la gestione del territorio appare sempre più monopolizzata dai gruppi di Michele Zagaria e Antonio Iovine.
La loro presenza sul territorio, sia pure in situazione di latitanza, li sta facendo assurgere a veri capi del clan, grazie anche alla loro capacità di inserirsi nel tessuto delle relazioni economiche non solo locali.
Zagaria e Iovine stanno, infatti, sempre più trasformando i loro gruppi in imprese con una capacità di controllo di interi settori economici (dalle costruzioni, al movimento terra, al ciclo del cemento alla distribuzione dei prodotti), accompagnata dal tentativo di farsi coinvolgere il meno possibile nelle attività “sporche”, interloquendo con l’imprenditoria e con le istituzioni anche di altre realtà non solo campane[2].
Secondo quanto emerso dall’audizione dei sostituti della Procura distrettuale di Napoli[3], da questo quadro criminale in evoluzione – caratterizzato ad oggi da un livello bassissimo di violenza e da rari omicidi posti in essere con modalità “chirurgiche”– potrebbero scaturire anche gravi fatti di sangue contro esponenti delle istituzioni, per la necessità dei nuovi vertici del gruppo sia di dimostrare la capacità di imporsi sul territorio sia di dare “soddisfazione” ai numerosi detenuti condannati con pene pesantissime sia, infine, di impedire nuove scelte collaborative.
Del resto, è recente la conclusione del più importante dibattimento riguardante il clan (noto come Spartacus I): con la sentenza, emessa dopo oltre sei anni di dibattimento, sono stati inflitti centinaia di anni di carcere, oltre 20 ergastoli e confiscati beni per svariati milioni di euro. L’esito del processo, assai negativo per il clan, potrebbe dare la stura ad una ripresa di azioni violente anche eclatanti.
La Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha evidenziato come sia in atto un impegno significativo per giungere alla cattura dei due latitanti di spicco, e cioè i citati Zagaria e Iovine; il loro arresto rappresenterebbe soprattutto in questa fase un indebolimento del clan che potrebbe persino essere fatale.
Dalle indagini è emerso che il clan dei casalesi è particolarmente infiltrato nelle istituzioni politiche e burocratiche della provincia e capace di condizionare il voto soprattutto con riferimento alle elezioni amministrative.
Lo dimostrano in modo inequivoco le numerose commissioni d’accesso predisposte dalla Prefettura di Caserta e i numerosi scioglimenti di comuni della provincia.
E’ prepotentemente ritornato anche il voto di scambio - effettuato, in alcuni casi, direttamente con esponenti della criminalità organizzata - sia con il pagamento di somme di denaro sia con la promessa di favori e di posti di lavoro.
Preoccupante è quanto emerso con riferimento ad uno dei comuni simbolo del potere del clan, San Cipriano d’Aversa; le indagini hanno dimostrato come era stato assunto da tempo come vigile urbano il fratello del latitante Iovine Antonio, e costui svolgeva di fatto un ruolo di vera e propria dirigenza dell’ufficio, all’interno del quale venivano svolte illecite attività e consumata droga.
Pure preoccupante è quanto è stato acclarato nelle indagini su uno dei settori più lucrosi fra quelli connessi al denaro pubblico e cioè la gestione del sistema rifiuti.
Il clan dei casalesi era stato in passato indicato come particolarmente attivo nel trasporto e smaltimento di rifiuti tossici ed erano emersi legami persino fra la massoneria deviata ed il sodalizio, finalizzati a far giungere tonnellate di rifiuti tossici e speciali dal nord al sud.
La DDA ha dimostrato come il clan si sia infiltrato anche nel settore della raccolta legale dei rifiuti.
E’ emblematica l’indagine sul consorzio di comuni CE 4, operante nei comuni di Mondragone ed in altri del litorale domizio; sono stati arrestati per reati associativi o comunque per delitti collegati alle attività del clan sia gli imprenditori, partner privati della società mista che doveva occuparsi della raccolta dei rifiuti, sia i vertici del Consorzio, sia numerosi affiliati del clan[4].
Sono state segnalate strane compravendite di terreni nella zona di Villa Literno, terreni successivamente affittati al Commissariato di Governo per il ricovero provvisorio di ecoballe con pagamenti di prezzi molto elevati e senza che il posizionamento dei rifiuti scatenasse alcuna polemica in popolazioni in altre occasioni apparse pronte ad azioni anche di forza per evitare aperture di discariche, siti di stoccaccio etc.
I soggetti che hanno stipulato i contratti di locazione sono risultati in molti casi imparentati ad esponenti del clan.
Si tratta di elementi che, letti unitariamente, dimostrano come il clan dei casalesi abbia ottenuto sistematici vantaggi dalla gestione dell’emergenza rifiuti grazie evidentemente anche a connivenze delle istituzioni politiche e burocratiche.
Per quanto riguarda le altre zone del casertano, partendo dal litorale domizio, va segnalato che in Mondragone, dopo la totale eliminazione del sodalizio facente capo alla famiglia La Torre ed alla scelta di collaborare effettuata dal capo di quel gruppo si è ricostituito un gruppo criminale che ha recuperato vecchi affiliati di seconda fila. Il nuovo gruppo ha iniziato una violenta campagna di attentati contro esercizi commerciali e imprenditori per l’imposizione del pizzo e sta gestendo il traffico di droga sul litorale. La scarsissima forza del gruppo – e soprattutto l’assenza di una vera rappresentanza esterna – lo rende di fatto ormai assoggettato a quello casalese che è già in grado di gestire in zona le più importanti vicende estorsive.
Nella zona di Sessa Aurunca opera il tradizionale gruppo diretto da Mario Esposito (detenuto in regime ex art. 41 bis ordinamento penitenziario) e da Gaetano Di Lorenzo (arrestato in Spagna dopo una lunga latitanza e solo di recente estradato e sottoposto al regime ex art. 41 bis citato). Il gruppo, rispetto, al passato appare significativamente indebolito.
Nella zona di Marcianise–Maddaloni, a confine sia con il napoletano sia con il beneventano, opera il clan Belforte; si tratta di un gruppo – l’unico della zona – erede della NCO di Cutolo, ma oggi anch’esso alleato - quantomeno non più contrapposto - con i casalesi; la zona su cui esercita il suo predominio criminale è caratterizzata da un importante sviluppo industriale e commerciale; vi è, infatti, un importante interporto ed un centro orafo di notorietà nazionale (il Tarì).
E’ un gruppo che ha subito nell’ultimo periodo colpi durissimi che lo hanno decisamente ridimensionato anche se non completamente eliminato.
Nella zona fra Marcianise e Caserta stava nascendo un nuovo gruppo criminale che per forza e capacità di espandersi sul territorio era destinato a diventare molto potente; si tratta di un cartello fra clan facente capo a Perreca Antimo.
Costui, scarcerato nel 2003 dopo essere stato condannato nel processo cd Spartacus II come partecipe del clan dei casalesi e capozona di Recale, stava mettendo a frutto tutta una serie di rapporti e conoscenze consolidati in carcere.
Il Perreca era riuscito, infatti, a stringere un’alleanza di ferro con il gruppo di San Felice a Cancello facente capo alla famiglia Massaro con il neonato gruppo Fragnoli di Mondragone e, grazie all’alleanza anche con il gruppo Pagnozzi – operante in San Martino Valle Caudina –, aveva iniziato ad espandersi nella zona di Benevento ed in parte dell’avellinese.
Il Perreca aveva, inoltre, creato un forte legame con uno dei potenti gruppi camorristici napoletani operanti soprattutto nel settore dello spaccio e cioè quello dei Birra di Ercolano.
Il gruppo che non si poneva – almeno in questa prima fase - in alternativa a quello casalese aveva l’obiettivo ulteriore di scalzare i Belforte da Marcianise in modo da impossessarsi delle numerose attività illecite presenti in quel contesto.
L’operazione non sembra, però, andata a buon fine perché, a seguito dell’emissione di ordinanze cautelari nei confronti del gruppo Massaro, hanno deciso di collaborare con la giustizia alcuni esponenti di primo piano del gruppo.
L’opzione collaborativa ha permesso di conoscere in tempo i piani criminali del Perreca che è stato raggiunto da ordinanza cautelare per omicidio.
Nell’alto casertano - nella zona di Pignataro - opera un gruppo (costituito dalle famiglie Papa, Ligato e Lubrano) che in passato era strettamente collegato con la famiglia mafiosa dei Nuvoletta di Marano e con i corleonesi di Riina. Il gruppo è risultato fortemente indebolito sia dall’omicidio del figlio del capo storico Lubrano, sia dalla definitiva condanna all’ergastolo per l’omicidio Imposimato inflitta allo stesso Lubrano, sia -infine- dall’arresto di Ligato Raffaele, anch’esso condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio Imposimato.
NOTE:
[1] Con l’arresto di uno dei leader incontrastati di quel gruppo, Guida Luigi, detto Gigino o drink, il gruppo era gestito da soggetti minori di non riconosciuto spessore criminale.
[2] In questo senso va rimarcata l’importante attività di indagine conclusa dalla DDA con riferimento al gruppo Zagaria, che oltre a portare all’arresto dei tre fratelli del latitante e di numerosi affiliati, ha fatto emergere infiltrazioni nel Nord Italia, dove il clan aveva investito nel settore delle costruzioni fino ad arrivare a gestire un cantiere nella centralissima zona di via S. Lucia di Milano. Nell’indagine sono stati arrestati vari imprenditori, fra cui due immobiliaristi di Parma – di recente anche condannati per partecipazione ad associazione camorristica – e sequestrate varie società immobiliari tutte operative al Centro Nord. Il gruppo Zagaria, del resto, era risultato il gestore della distribuzione, in sistema di illegale monopolio, del latte per l’intera provincia di Caserta per conto di uno dei principali gruppi italiani in esso operanti.
[3] In particolare, una esaustiva panoramica è stata offerta, relativamente all’area casertana, dai dottori Cantone e Sirignano, sostituti procuratori componenti della DDA di Napoli.
[4] Nell’indagine è risultato coinvolto anche il sindaco di Mondragone, di recente dimessosi dall’incarico, che avrebbe beneficiato durante l’ultima campagna elettorale del sostegno elettorale e di assunzioni di favore da parte del consorzio e della società mista. L’investigazione ha sfiorato anche il Commissariato straordinario di governo per l’emergenza dei rifiuti, nel cui ufficio è risultato essere stato assunto un tecnico sponsorizzato dai vertici della società mista.
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lunedì 24 marzo 2008
I rapporti tra camorra e sistema amministrativo
[...] L’instaurazione di rapporti privilegiati con i vari livelli dell’apparato amministrativo pubblico, come si è detto, è uno dei segni caratterizzanti dell’agire camorristico.
Occorre, invero, a tale riguardo, distinguere le aree direttamente collegate al territorio del capoluogo (in cui pure si registrano allarmanti e ripetuti fenomeni di inquinamento e condizionamento mafioso degli enti locali, allo scopo di gestire volumi di ricchezze -dirette e indirette- non indifferenti), nelle quali l’operatività delle infiltrazioni camorristiche si esprime su basi estemporanee e attraversa fasi di conflittualità interne, dalle aree dei comuni più importanti che sono collocati ad una certa distanza dal capoluogo regionale. In questi casi, infatti, le organizzazioni mafiose presentano una maggiore capacità pervasiva nelle istituzioni: il dato è confermato dal rilevante numero di comuni di questo tipo sciolti per condizionamento camorristico.
A fronte del dato oggettivo del grande numero di enti comunali sciolti, i magistrati auditi hanno delineato uno scenario ancora più allarmante, suffragato dalle evidenze processuali relative ad una impressionante serie di contaminazioni degli apparati amministrativi pubblici.
Rappresentano un catalogo antologico degli elementi che sono stati raccolti: le frequentazioni sistematiche, da parte di consiglieri comunali, assessori e talvolta anche dei sindaci, di esponenti dei clan camorristici; l’affidamento reiterato di appalti in violazione della normativa antimafia (mancata richiesta di certificazioni, ovvero artati frazionamenti degli importi dei lavori da affidare, sul fallace presupposto della sussistenza della somma urgenza, in maniera da eludere gli obblighi normativi); il rilascio ripetuto di autorizzazioni edilizie irregolari -anche in relazione ad interventi urbanisticamente assai rilevanti- in favore di soggetti appartenenti ai clan o ad essi contigui; le inerzie e le omissioni nelle demolizioni ovvero nelle acquisizioni al patrimonio comunale dei manufatti abusivi quando risultino nella titolarità di soggetti collegati ai clan; il supporto diretto da parte di esponenti della criminalità organizzata a candidati eletti in competizioni amministrative; il sostegno dato da amministrazioni comunali a feste popolari che vedono l’intervento in prima persona di esponenti dei clan agli eventi di piazza[1].
E’ stato osservato che la camorra di città è una camorra che media sui mercati legali, ossia pratica l’estorsione. Ma gestisce, come si è visto, anche i mercati illegali.
La contraffazione è uno dei settori che sta acquisendo sempre più spazio (per la elevatissima lucrosità a fronte di un rischio sanzionatorio ridotto, e -purtroppo- per una sottovalutazione generale dei vantaggi che esso procura alle organizzazioni camorristiche) nell’ambito delle attività illegali, aprendo la strada anche a collegamenti dei gruppi delinquenziali napoletani con associazioni criminali di etnia diversa.
Il primo riferimento è rivolto all’ininterrotto flusso di merci che trova la sua origine in Cina: nel corso delle audizioni sono state richiamate le investigazioni, non recentissime, che hanno condotto ad individuare gli investimenti operati in quel Paese da clan camorristici (soprattutto Alleanza di Secondigliano) e le cointeressenze da questi realizzate con riferimento alla produzione di indumenti falsi e prodotti informatici e musicali clonati (CD e DVD masterizzati abusivamente).
Questo è il nuovo grande business che le organizzazioni camorristiche hanno imparato a gestire direttamente, trasformandolo in uno dei principali mercati per il reinvestimento dei capitali illeciti. In proposito, sono giunte assai puntuali le considerazioni circa la incongruità dei presidi normativi che impongono di configurare i fatti quali delitti in tema di falso, anche se risulta evidente la necessità di una loro collocazione nella più grave e ampia categoria dei delitti contro l’economia[2].
Giova rilevare, infine, che anche la criminalità minorile è in aumento: desta allarme soprattutto il numero elevatissimo di minori che commettono reati (anche di criminalità organizzata) insieme con i maggiorenni. Si tratta di giovanissimi che provengono da famiglie problematiche e che presentano un tasso di scolarizzazione estremamente basso: finiscono per costituire una sorta di bacino di alimentazione permanente della manovalanza camorristica.
E’ stato, infine, segnalato anche l’interesse della camorra, dopo il mercato immobiliare, il commercio e i supermercati, per il mercato del tempo libero (anche all’estero), che rappresenta un settore di sicura redditività: villaggi turistici, parchi di divertimento, agenzie di viaggio.
L’analisi delle infiltrazioni della criminalità organizzata nel ciclo dei rifiuti in Campania non può prescindere dalla considerazione degli effetti prodotti dall’abnorme perdurare del regime commissariale.
Ed infatti, accanto ad una sempre più accentuata egemonia del mercato illecito relativo allo smaltimento dei rifiuti industriali, dove la camorra -soprattutto dell’area casertana- può vantare una indiscussa primogenitura, la condizione emergenziale, che affligge la gestione dei rifiuti solidi urbani in Campania da quattordici anni, ha rappresentato per molti sodalizi camorristici la strada attraverso la quale incrementare stabilmente le proprie fonti di reddito ed accrescere il controllo su territorio ed enti locali.
La domanda sempre crescente di erogazione di denaro pubblico, spesso destinato al mero mantenimento delle strutture burocratiche di governo dell’emergenza; la creazione di enti di intermediazione (in primis, i consorzi) sovente rivelatisi impropri ammortizzatori sociali, a causa del pesante fardello di lavoratori non impiegati in alcuna attività connessa al ciclo dei rifiuti; la possibilità di derogare alle regole dell’evidenza pubblica, nell’assegnazione di appalti e contratti; la sovrapposizione di competenze con la conseguente polverizzazione delle fasi decisionali, hanno posto le condizioni perché la criminalità organizzata potesse agevolmente penetrare in tutte gli snodi decisionali e svolgere il proprio ruolo di intermediazione, con particolare riferimento all’erogazione della spesa.
Sul versante imprenditoriale, in particolare, le imprese camorristiche hanno colto le opportunità offerte dalla condizione emergenziale sfruttandone i gangli più redditizi: dal trasporto dei rifiuti, soprattutto fuori regione, alla individuazione e compravendita dei siti da destinare alle discariche di servizio e all’impiantistica.
Tuttavia, il danno cagionato dall’intreccio fra camorra ed emergenza-rifiuti non si è arrestato alla deviazione, pressoché istituzionalizzata, della spesa pubblica destinata all’avvio di un ciclo industriale dei rifiuti.
In questi anni, infatti, il groviglio di interessi e di inefficienze, di mala amministrazione e interessi criminali, proprio della gestione del non-ciclo dei rifiuti, ha esteso le proprie ramificazioni tumorali a tal punto da toccare in modo significativo l’intero sistema politico-economico della Campania, che ha visto nei flussi finanziari connessi all’emergenza-rifiuti un’opportunità di gestione del consenso e di avvio di attività imprenditoriali tanto lucrose quanto di asfittico respiro.
Non solo.
E’ accaduto, infatti, che porzioni anche apicali della pubblica amministrazione e della stessa struttura commissariale, in questa condizione di opacità istituzionale e politica, abbiano concluso con imprese collegate alla criminalità organizzata campana vere e proprie joint ventures, consentendo a queste ultime di sfruttare i canali dell’emergenza anche per i traffici illeciti di rifiuti speciali.
Tutto ciò ha condotto inevitabilmente al progressivo incrinarsi del rapporto di fiducia fra comunità locali ed istituzioni. Il potere camorristico, poi, ha finito con l’essere percepito -e spesso sbrigativamente presentato- come la causa ultima dell’emergenza rifiuti, così impedendo una seria analisi delle cause della stessa e quindi un’efficace identificazione dei percorsi di fuoriuscita.
L’esito, paradossale ma non inspiegabile, è quello di una camorra che -più che fomentare rivolte di piazza contro l’apertura di discariche e siti di stoccaggio provvisorio- osserva interessata l’evoluzione dell’ennesima emergenza; in attesa di poter approfittare di una fase in cui l’esigenza di interventi rapidi non consente di condurre verifiche approfondite sulla trasparenza delle imprese chiamate a cooperare; in attesa, soprattutto, di potersi presentare agli occhi delle comunità locali come coloro che hanno difeso i territori dall’occupazione da rifiuti.E così rischia di svanire anche la memoria dell’oltraggio compiuto dalla camorra su quegli stessi territori, spesso trasformati in lucrose discariche da rifiuti tossici.
[1] Le accurate riflessioni in proposito sono state fornite alla Commissione dal dott. Fragliasso, magistrato della DDA della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli.
[2] Il dott. Lucio Di Pietro, Procuratore nazionale antimafia aggiunto, ha sottolineato con vigore l’opportunità di procedere ad un riassetto normativo del settore, prevedendo anche la competenza distrettuale per le nuove fattispecie di illecito in tema di contraffazione, al fine di assicurare per intero a siffatto settore le potenzialità investigative del sistema DDA-DNA e l’efficacia del coordinamento già garantita ai delitti di cui all’art. 51 comma 3 bis del codice di procedura penale.
(4. continua)
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sabato 22 marzo 2008
Buona Pasqua a tutti...
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venerdì 14 marzo 2008
Relazione Antimafia (III parte)
Le estorsioni, come sopra evidenziato, rappresentano lo strumento principale di arricchimento dei clan camorristici. Al contempo, esse costituiscono la manifestazione più immediata della capacità di controllo delle organizzazioni criminali rispetto alle aree territoriali di rispettiva pertinenza.
Nei periodi esaminati, sulla base delle dichiarazioni raccolte, si è registrato un graduale aumento delle denunce.
Ciò rappresenta un dato simbolico assai importante anche se, in termini percentuali, costituisce una frazione irrisoria rispetto alla estensione del fenomeno.
Il trend positivo si è sicuramente giovato dell’ottimo rapporto che le forze dell’ordine hanno saputo intessere con le associazioni di categoria, soprattutto con le associazioni imprenditoriali del settore edilizio; meno efficace è stato, invece, il coinvolgimento del mondo commerciale.
Fondamentale si è rivelato l’apporto dei comitati antiracket, soprattutto nella città di Napoli, ma anche nelle realtà della provincia ove sono presenti.
Essi sostengono la scelta del cittadino, vittima di estorsione, di denunciare i suoi aguzzini e di collaborare con l’autorità giudiziaria. Tale supporto si rivela assai importante, sul piano psicologico, durante le fasi delle indagini e fino al dibattimento; ma assicura anche, attraverso il ricorso a tutte le provvidenze previste dalla legislazione antiracket, l’indispensabile contributo per la ripresa dell’attività economica aggredita.
Sul versante strettamente giudiziario, è stato valutato con particolare soddisfazione il ricorso allo strumento del fermo di indiziati di delitto (art. 384 del codice di procedura penale), in quanto idoneo ad interrompere l’evento criminoso in atto e a realizzare -con immediatezza- l’intervento cautelare necessitato dall’esigenza di prevenire la reiterazione dei fatti, l’intimidazione della vittima e la fuga dell’autore del reato.
Il narcotraffico è l’altro settore centrale dell’economia illecita gestita dai clan.
E’ stato osservato che può ritenersi assodato il collegamento indefettibile che, da qualche tempo, pone in relazione tale attività delinquenziale con la stragrande maggioranza degli omicidi nel napoletano: si spara e si uccide quasi esclusivamente per il controllo delle piazze degli stupefacenti.
Contrastare il narcotraffico, dunque, consente di arginare anche la violenza omicidiaria che si abbatte, con cadenza quasi quotidiana, lungo le strade cittadine e della provincia.
In questa direzione, la DDA partenopea ha avviato un’imponente attività di contrasto sul piano delle rotte internazionali dei traffici di sostanze stupefacenti, attivando tutti gli strumenti di cooperazione istituzionale internazionale, procedendo ad innumerevoli rogatorie e avviando una campagna di sensibilizzazione -circa la rilevanza criminale e criminogena del settore- presso Paesi esteri, tra i quali, in primo luogo, l’Olanda.
Gli elementi raccolti dalla Commissione inducono ad affermare l’esistenza di esiziali intrecci tra camorra, affari e politica che attestano il pesante condizionamento che la criminalità svolge sullo sviluppo economico regionale.
L’economia criminale non solo corrompe il tessuto sano dell’economia legale, alterando i meccanismi concorrenziali e gli equilibri di mercato, ma crea aree di consenso sociale all’interno delle quali si generano perversi ed innaturali rapporti in cui sembra smarrito definitivamente il senso delle regole: si rompe il confine tra aggressore e vittima. Le indagini giudiziarie hanno dimostrato che le imprese appaltatrici di lavori pubblici, in molti casi, hanno richiesto ai gruppi mafiosi i capitali per finanziare i propri affari.
E da questo rapporto collusivo scaturiscono spazi per attività di riciclaggio, ma anche per la creazione di cordate anomale che pilotano l’assegnazione degli appalti e garantiscono la suddivisione dei subappalti. In una espressione: il controllo affaristico-mafioso delle più significative attività economiche sul territorio.
La relazione del coordinatore della DDA ricorda, sul punto, come i costi di questo rapporto tra clan ed imprese vengano scaricati sulla collettività: revisioni indebite dei prezzi, ricorso alle false fatturazioni, ecc.
Ma il descritto legame trova la sua possibilità di determinarsi e produrre risultati grazie alla arrendevolezza e alla permeabilità delle istituzioni rappresentative locali.
Si determina un circolo vizioso nel quale la politica si presta a fare la sua parte nella gestione degli scambi e dei favori reciproci: gli affidamenti vengono dirottati verso le imprese amiche in cambio di vantaggi di vario tipo e queste subappaltano i lavori alle imprese malavitose.
Se all’epoca della ricostruzione post terremoto l’intreccio degli interessi affaristico-politico-mafiosi si traduceva in veri e propri comitati di affari che stringevano un patto con prestazioni corrispettive -aventi il fine ultimo della spartizione degli enormi flussi dei finanzamenti riversati in quegli anni sulla Campania per la realizzazione delle imponenti opere edilizie-, successivamente le imprese criminali hanno puntato sulla diversificazione, aggredendo ulteriori mercati rispetto al settore edilizio.
Oggi l’impresa criminale usa sofisticati sistemi per trasferire i capitali accumulati verso attività lecite e imprese pulite: continui mutamenti degli organigrammi societari, creazione di catene di società contenitori, realizzazione di aggregazioni tra imprese.
Questo nuovo ceto di "imprese legalizzate" non necessita più, in molti casi, di far valere la forza intimidatrice dell’organizzazione camorristica da cui promana: per acquisire e consolidare la propria posizione dominante sul mercato (legale) di riferimento è sufficiente la forza del denaro, di cui dispone in misura tendenzialmente illimitata.
La posizione di vantaggio così conquistata si alimenta attraverso pratiche impositive di taluni prodotti commerciali di cui altra (o la stessa) impresa criminale si rende distributrice: al già noto interesse dei clan nel settore della macellazione delle carni e della relativa distribuzione, oggi si aggiunge la distribuzione del caffè, delle acque minerali, dei derivati del latte per la produzione casearia, dei mangimi destinati al mercato animale.
Viene sottolineato, nella articolata rassegna prospettata sul punto alla Commissione antimafia dal coordinatore della DDA napoletana, come la descritta presenza delle attività camorristiche nei mercati economici e produttivi legali si accompagni con un corredo nutrito di "reati satelliti".
Ci si riferisce alle violazioni in materia di indebita percezione di contributi e provvidenze nazionali e comunitarie, alle frodi in materia di IVA infracomunitaria, alla importazione e commercializzazione di materie prime e prodotti alimentari non assoggettati ai prescritti controlli di igiene e qualità, alla fornitura di merci "in nero" e, quindi, eludendo l’imposizione fiscale, alle estorsioni mascherate da forniture di merci (in realtà attraverso meccanismi di obbligo all’acquisto da parte dei commercianti sottoposti alla pressione intimidatoria). E’ paradossale rilevare, a tale riguardo, come la convenienza del prezzo di fornitura di dette merci renda più remota l’eventualità che il commerciante estorto si determini a denunciare la fornitura coattiva che subisce: egli trova, in altri termini, il proprio tornaconto economico a proseguire nel rapporto "economico" con l’impresa camorrista.
Ma è il settore degli appalti, ragionevolmente, quello che conserverà anche nei mesi a venire, il settore privilegiato dell’azione captativa delle organizzazioni criminali.
Il tradizionale sistema dell’offerta più bassa (individuata grazie a complicità presso le stazioni appaltanti, ovvero realizzata in forza di interventi "dissuasivi" presso le altre imprese partecipanti) sembra, oggi, essere stato soppiantato da nuove strategie dirette a rendere sempre meno intelligibili i meccanismi di aggiramento della normativa in tema di appalti pubblici.
Il sistema accertato è quello della "cordata imprenditoriale", ossia della partecipazione ad una medesima gara (individuata quale appetibile per le esigenze dell’organizzazione criminale) da parte di una pluralità di imprese, collegate tra loro e tutte riconducibili al medesimo disegno camorristico, che formulano offerte molto simili tra loro (pochi decimi di differenza) in maniera da alterare e condizionare la media generale e determinare l’assegnazione dell’appalto ad una delle imprese della cordata.
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lunedì 10 marzo 2008
Relazione Antimafia (II parte)
[...] L’azione investigativa da parte delle forze dell’ordine e degli uffici specializzati nella lotta alla criminalità organizzata è attestata, con riferimento ai primi sei mesi del 2007, da un’operazione anticamorra ogni tre giorni. Nello stesso periodo sono stati operati circa mille arresti (esecuzione di misure cautelari e altro) con riguardo a fatti di natura camorristica. Tale impegno si inquadra, più complessivamente, nello sforzo per la repressione di ogni tipo di illegalità: in un anno (dati del luglio 2007) la Polizia di Stato ha proceduto a circa undicimila arresti.
Nell’anno 2006 la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha effettuato sequestri preventivi (e, quindi, nell’ambito di procedimenti penali) di beni per un valore complessivo pari a circa 115 milioni di euro. Nei primi sei mesi del 2007 il dato indica un trend in crescita: 135 milioni di euro.
Analogamente, nel 2006, per effetto di indagini giudiziarie (e con esclusione, quindi, dei sequestri di iniziativa della polizia giudiziaria) è stata sequestrata oltre una tonnellata di cocaina; nei primi sei mesi del 2007 il dato corrispondente ascende a ben 790 chilogrammi.
A fronte dell’illustrazione dettagliata delle importanti e numerosissime operazioni di contrasto alle organizzazioni camorristiche realizzate anche nel 2007, a conclusione di indagini complesse, va dato atto alle forze di polizia e alla Direzione distrettuale antimafia della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli di aver operato con impegno ed efficacia.
In particolare, merita di essere sottolineato il proficuo approccio metodologico che risulta sistematicamente adottato dalla DDA partenopea e che è stato sintetizzato nella necessità di assicurare "la continuità dell’azione di contrasto".
L’obiettivo è quello di opporre al metodo mafioso del radicamento sul territorio, il controllo investigativo del medesimo territorio, senza tralasciare alcuna area. Un sistema di indagini permanenti che non si fermino al momento dell’esecuzione delle misure cautelari, ma proseguano anche nei confronti del clan appena colpito dall’intervento giudiziario. E, così, nei confronti di tutti i clan del distretto, senza tregua.
L’altro pilastro portante della strategia del controllo investigativo del territorio è costituito dall’impulso fornito alla ricerca dei latitanti. La cattura degli affiliati (e, più ancora, dei boss) che si sottraggono ai provvedimenti restrittivi e continuano a gestire gli affari illeciti, magari proprio dai territori di origine dai quali ricevono protezioni e appoggi, rappresenta un elemento essenziale dell’azione di contrasto alla camorra. Non solo per neutralizzare pericolosi delinquenti e per sottrarre ai clan risorse umane ancora operative (talvolta preziose per l’economia dei ruoli organizzativi), ma per annientare, anche sul piano simbolico, l’immagine di impunità della camorra che le latitanze protratte alimentano nell’opinione pubblica.
E’ stato, peraltro, sottolineato come gli investimenti, in termini di uomini e impegno, nel settore della cattura dei latitanti, determinino un proficuo accrescimento delle conoscenze investigative (disvelamento della struttura organizzativa del clan, dei ruoli di copertura, dei rifugi, ecc.) che si dimostrano importanti anche ai fini delle indagini penali in senso stretto.
Non sono, peraltro, mancate le riflessioni sulle criticità emerse o non ancora superate.
Le carenze più gravi si riscontrano nello svolgimento dell’attività per l’intercettazione del patrimonio criminale, con particolare riguardo alle misure di prevenzione: assolutamente insoddisfacenti devono ritenersi i risultati registrati in questo settore che pure è stato ripetutamente indicato quale momento centrale del contrasto alla criminalità organizzata.
I cespiti immobiliari sottoposti a sequestro, pur ascendendo a valori tutt’altro che trascurabili, trovano una limitata corrispondenza nei beni che risultano poi assoggettati a confisca definitiva. E, complessivamente, rappresentano una parte irrisoria dei proventi e delle utilità generate dal sistema camorristico. E’ stato osservato, sul punto, che probabilmente sfugge alle capacità investigative, nonostante l’elevata qualificazione professionale dei magistrati e delle forze di polizia, la più gran parte dei flussi economici illeciti, indirizzati a forme di reinvestimento diverse dall’acquisto di beni immobili.
Va, inoltre, rilevato che se sul piano della repressione penale le forze dell’ordine e la magistratura inquirente hanno consolidato una rilevante capacità operativa, conoscitiva e analitica, il momento critico della risposta giudiziaria è costituito dai tempi troppo lunghi che intercorrono tra la chiusura della fase investigativa e l’adozione di provvedimenti cautelari. Ancora più dilatato è il lasso temporale che separa l’acquisizione della notizia di reato e la pronuncia giudiziaria (almeno di primo grado).
Si tratta, come è evidente, di disfunzionalità del sistema processuale comuni all’intero Paese. Ma in queste aree il ritardato intervento si traduce nel potenziamento dell’area di impunità per ogni forma di illegalità, determina la sfiducia dei cittadini verso la capacità dello Stato di arginare i fenomeni delinquenziali e avvalora -nell’immaginario collettivo delle popolazioni assoggettate- il falso mito dell’invincibilità delle forze camorristiche.
Il Prefetto di Napoli, Pansa, ha dato conto di una serie di progetti avviati proprio al fine di rimediare alle difficoltà citate. Ha riferito, in particolare, dell’iniziativa (a cura del Ministero della Giustizia, della Regione Campania, della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli e del Ministero della Funzione pubblica) volta ad assicurare l’assunzione di personale giudiziario da destinare all’affiancamento dei magistrati, in maniera da accelerare la definizione degli adempimenti burocratici del processo penale. Analoga iniziativa, ma con riferimento a categorie caratterizzate da un profilo professionale più basso, si intende attivare, dopo un opportuno e approfondito screening, attingendo nel mondo dei lavoratori socialmente utili e in altri settori del precariato professionale.
Laddove si dovesse rilevare l’inidoneità delle azioni descritte, si è pensato alla possibilità di ricorrere -al medesimo fine- a forme di lavoro interinale, finanziato dagli enti locali. Oppure a praticanti avvocati in tirocinio, ovvero ancora a stagisti dei corsi di specializzazione post lauream.
Deve conclusivamente riportarsi la pacata ma ferma riflessione operata dal Presidente del Tribunale di Napoli: "far funzionare la giustizia, tutti i settori della giustizia, è la prima forma di contrasto dell’illegalità mafiosa".
(2. continua)
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giovedì 6 marzo 2008
Atti della commissione Parlamentare Antimafia
Cari lettori,
dedicherò i prossimi post all'analisi sul fenomeno camorristico campano da parte della commissione parlamentare antimafia, pubblicando stralci della relazione finale della XV Legislatura.
Gli elementi conoscitivi acquisiti attraverso l’attività di inchiesta parlamentare
Nel corso delle audizioni, i rappresentanti istituzionali hanno offerto alla Commissione un quadro analitico delle caratteristiche e della consistenza dei vari clan camorristici operanti nel napoletano.
Hanno anche proposto chiavi di lettura delle caratteristiche organizzative dei predetti sodalizi: quelli che operano nell’area metropolitana di Napoli e nei comuni conurbati con il capoluogo presentano una struttura più duttile, meno gerarchizzata. Si assiste, in tali ambiti, ad un certo dinamismo delle alleanze tra i vari clan, unitamente alla flessibilità delle aree territoriali di competenza e alla variabilità delle attività illecite praticate. Quasi sempre tale realtà criminale è contrassegnata dal ricorso ad accordi tra i gruppi principali e quelli secondari, ai quali vengono affidati dai primi (attraverso una sorta di rapporto concessorio-autorizzatorio) taluni settori di attività illegale (distribuzione delle sostanze stupefacenti, in primis). Resta saldamente nelle mani dei clan principali l’attività estorsiva, intesa non solo quale mezzo importante di finanziamento dei sodalizi, ma anche quale espressione della forza intimidatrice del gruppo camorristico, della sua capacità di controllare il territorio e le manifestazioni di ricchezza che esso esprime.
Nei comuni più estesi della provincia e più distanti dal capoluogo, viene rilevata -invece- la permanenza delle caratteristiche tipologiche tradizionali dei clan camorristici: un controllo del territorio più marcato e capillare, un approccio più insistito verso il sistema imprenditoriale e verso l’apparato della Pubblica Amministrazione. In questi casi, la modalità d’azione non conosce soltanto gli strumenti propri della violenza intimidatrice, ma esplora anche meccanismi di infiltrazione, condivisione, collegamento.
Nello specifico il quadro situazionale non si discosta significativamente dalle consolidate analisi già illustrate anche alla Commissione parlamentare antimafia. Gli elementi di novità sono rappresentati dalla riorganizzazione del gruppo Mariano (nella zona dei quartieri spagnoli), in conseguenza delle operazioni giudiziarie e di polizia che hanno colpito i clan Terracciano e Di Biase.
Nella zona della Sanità, a seguito della collaborazione con l’autorità giudiziaria di alcuni esponenti del clan Misso, si è determinata l’espansione del clan Torino, forte dell’appoggio del clan Lo Russo.
Nei quartieri di Forcella, Maddalena e Duchesca le attività criminali, con la scomparsa dei Giuliano e la detenzione di diversi appartenenti al clan Stolder, sono passate sotto il controllo del clan Mazzarella.
Nell’area nord si è determinato un nuovo asse tra il clan Lo Russo e il clan Amato-Pagano, mentre il clan Di Lauro è rimasto isolato; il cartello contrapposto è costituito dagli storici clan Licciardi, Contini, Mallardo.
Va segnalato con soddisfazione l’avvenuto arresto, proprio in questi giorni, di Vincenzo Licciardi, irreperibile da tempo e incluso tra i trenta latitanti più pericolosi.
Nell’area occidentale viene rilevata una riorganizzazione del clan Puccinelli (rione Traiano); a Pianura, stante l’assenza dei clan Lago e Marfella, sono stati registrati tentativi di radicamento da parte del clan Varriale, prontamente neutralizzati da interventi di polizia e giudiziari.
Più in generale, risultano attivi tra Napoli e provincia circa 78 clan, con tremila affiliati. Ad essi vanno aggiunte le cellule criminali che "lavorano" per conto dei clan. Tutto ciò in un contesto sociale che presenta una media del 30% della popolazione con precedenti di polizia e che ha fatto registrare 64 omicidi nei primi sette mesi del 2007 (di cui 55 ascrivibili alla criminalità organizzata).
Sullo sfondo si stagliano i mali endemici dell’area napoletana: forte disoccupazione, alta densità abitativa, quartieri invivibili, degrado ambientale, accentuato dalla gravissima emergenza per i rifiuti.
Ne deriva una "spiralizzazione" delle dinamiche delinquenziali: i comportamenti violenti e aggressivi si intrecciano con le piccole illegalità, con la diffusa disattenzione alle minime forme di senso civico, costringendo le forze di polizia a investire risorse ed energie in compiti diversi da quelli loro affidati in via primaria.
Appare opportuno sottolineare, qui, l’obsolescenza dello stereotipo interpretativo che ascrive all’"emergenza camorristica" la funzione di spiegare (quasi giustificare) le logiche dell’illegalità fatta sistema.
E’ stato sostenuto, con rara lucidità, che la camorra non rappresenta un fatto emergenziale, ma è parte integrante, anche con le sue faide più sanguinose e con i suoi delitti più efferati, della storia di Napoli ed è elemento costitutivo della società dell’area metropolitana sviluppatasi intorno a Napoli.
Le organizzazioni camorristiche hanno imparato a muoversi con estrema efficienza sul piano transnazionale, stringendo alleanze con gruppi stranieri per la cogestione di traffici di sostanze stupefacenti e armi, per il contrabbando di merci contraffatte, per il trasporto e lo smaltimento di rifiuti di ogni genere (spesso tossici e nocivi), per il riciclaggio e il reimpiego dei proventi illeciti.
Esse, contestualmente, mantengono il controllo delle attività economiche che si svolgono nelle zone di rispettiva competenza, consentendo la presenza di gruppi organizzati stranieri (in particolare, slavi, colombiani, nigeriani e cinesi) soltanto in ruoli di cooperazione o di subordinazione.
Proprio questo intreccio tra "globale" e "locale" sembra esprimere il vero volto della camorra moderna.
Una realtà in cui, a differenza delle zone dominate dalla presenza di altre organizzazioni espressione del metodo mafioso (cosa nostra, ‘ndrangheta), i confini tra criminalità comune e mafiosa sono incerti: la camorra, d’altra parte, nasce proprio come organizzazione dedita al "prelievo" di una quota sui commerci e sulle attività illecite praticate sul territorio dalla malavita comune (contrabbando, gioco d’azzardo, prostituzione, ecc.).
E’ singolare rilevare, come viene fatto osservare dal dott. Roberti, che ancora oggi i bersagli privilegiati della camorra sono gli imprenditori meno propensi a denunziare le pressioni estorsive: i clan "giocano" non tanto sulla paura delle ritorsioni che gli imprenditori potrebbero subire, quanto sull’esigenza di questi di evitare di attirare l’attenzione dello Stato sui profili illegali delle attività svolte (evasione fiscale, acquisti di merce in nero, irregolarità nelle posizioni dei dipendenti, ecc.).
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Etichette: Commissione Parlamentare Antimafia
mercoledì 27 febbraio 2008
Ecco dove siamo andati a finire...
Cari lettori,
ecco a che cosa mi riferivo quando sono stato attaccato per la deriva autoreferenziale della nuova teologia antimafia, e del suo personaggio più rappresentativo, e del meccanismo dell'industria culturale italiana.
Leggete questo stralcio di un articolo pubblicato online su "Il Corriere del Mezzogiorno".
[...] Saviano all'impegno, in altre forme, non rinuncia: ieri, ad esempio, ha tenuto una lezione sul metodo investigativo alla Scuola Ufficiali della Guardia di Finanza di Ostia, davanti a un'affollatissima platea, tra cui spiccavano i vertici del corpo. E proseguono anche i suoi incontri con studenti di scuole e università [...]
E' normale che uno scrittore tenga una lezione ai militari della Guardia di Finanza su come si arrestano i camorristi? Povero Roberto Saviano, vittima di un sistema asfissiante che non gli lascerà più autonomia, portandolo a fare anche ciò che non dovrebbe. E poveri finanzieri, costretti ad ascoltare una lectio magistralis sul nuovo modo di combattere la criminalità organizzata: leggere Gomorra.
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lunedì 25 febbraio 2008
Camorra e gestione rifiuti
Cari lettori,
vi segnalo questa agenzia di stampa su camorra e rifiuti.
Il coinvolgimento della camorra nella gestione dello smaltimento dei rifiuti 'non puo' costituire un alibi nei confronti di altri personaggi che hanno le loro responsabilita''. Lo ha sottolineato il procuratore di Napoli Giovandomenico Lepore nel corso della conferenza stampa convocata per illustrare i particolari dell'operazione 'Eco boss' coordinata dalla Dda e condotta dai carabinieri del Comando Tutela ambiente Noe di Caserta e Roma e dal reparto territoriale di Aversa.Una indagine che prende spunto da una serie di intercettazioni telefoniche disposte negli anni scorsi nell'ambito di due diverse inchieste (Re Mida e Terra Bruciata) dalle quali emerse il fenomeno delle infiltrazioni della camorra, e in particolare del clan casertano dei Casalesi.'Per la prima volta e' stata dimostrata la gestione diretta da parte di organizzazioni criminali in questo traffico illecito', ha affermato il procuratore aggiunto Franco Roberti, coordinatore della Dda di Napoli. I pm Raffaello Falcone e Cristina Ribera si sono poi soffermati sui dettagli dell'indagine. Per i magistrati 'il volano della vicenda e' rappresentato in primo luogo dalla necessita' di trovare luoghi dove sversare i rifiuti', che provenivano in larga parte dalla Lombardia. Lo smaltimento illegale e' avvenuto negli anni scorsi 'con la complicita' di altri soggetti, anche figure istituzionali'.
A tale proposito sono state ricordate le false autocertificazioni redatte dalle aziende, con la complicita' degli esperti chimici, che dovevano attestare la tipologia dei rifiuti da trattare, i quali venivano poi smaltiti illecitamente nei terreni agricoli. 'Il materiale nocivo veniva cosi' declassificato', ha spiegato Falcone. Il magistrato ha citato, tra l'altro, recenti dichiarazioni del pentito Domenico Bidognetti, esponente del clan dei Casalesi. Il collaboratore ha ricordato come negli anni 1988 e 1989 l'attivita' di smaltimento dei rifiuti nel Casertano era soggetta alle estorsioni del clan: l'organizzazione comprese che i rifiuti costituiva una autentica 'miniera d'oro' e decise quindi di gestire tale attivita' 'in prima persona ottenendo guadagni doppi'. A tale scopo sarebbe stata costituita la societa' Ecologia '89 che provvedeva anche alle false certificazioni sul materiale. Il pm Ribera, a proposito dello sversamento nei terreni agricoli, ha affermato che l'inchiesta serve a sfatare il 'falso mito' di una camorra che non danneggia il proprio territorio, ricordando che i luoghi trasformati in discariche altamente inquinanti si trovano proprio nel cuore della zona controllata dalle cosche.
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venerdì 22 febbraio 2008
E a Beppe Grillo non dite nulla?
Cari lettori,
vi segnalo lo stralcio di una intervista a Beppe Grillo, pubblicata dal sito del "Corriere del Mezzogiorno".
NAPOLI - Beppe Grillo, sabato 23, c'è il «Munnezza Day» in piazza Dante a Napoli. Lei e i meetup napoletani «amicidigrillo» state scalpitando da mesi...
«Sì, sarò sul palco a Napoli - spiega il comico genovese a Corrieredelmezzogiorno.it - Verrò per dire innanzitutto una cosa»
Cosa?
«Napoletani, come cittadino italiano, a nome degli italiani, vi chiedo umilmente scusa per il modo in cui siete stati derisi, raggirati. Ciò che lo Stato italiano, le istituzioni, hanno fatto ai cittadini di quei territori non ha precedenti. È allucinante. E, a dire la verità, non so neanche se i cittadini campani le accetteranno queste scuse. Io non le accetterei, anzi andrei oltre. Dichiarando Napoli e la Campania terre indipendenti. Con un atto unilaterale, come il Kosovo».
Colpa solo della politica? Guardi che i clan napoletani e casertani...
«Ma per favore! L'emergenza non è un fatto casuale, va avanti da dieci anni, viene programmata, orchestrata dalle società per azioni, dalle banche, dai mille affari della politica corrotta. La camorra, invece, chiede silenzio per i suoi business non riflettori, altro che situazioni d'emergenza con i media mobilitati».
Ma come? Non era tutta colpa dei camorristi? Saviano, su "la Repubblica", aveva scritto di sì... mica si era sognato di rinfacciare le colpe del più grande disastro ambientale italiano a quegli stessi politici del Pd che lo candideranno alla Camera nel collegio Campania1?
Pubblicato da 01 a 20.08 6 commenti
mercoledì 20 febbraio 2008
Via il punto interrogativo
Cari lettori,
allora è vero: la citazione "incriminata", relativa a una strana coincidenza letteraria tra uno stralcio di "Gomorra" e il sito di informazione www.casertasette.com, è sparita nelle ultime edizioni del libro di Roberto Saviano. Perché? Fa parte di una strategia editoriale? Qualcuno si sta accorgendo che più indizi fanno una prova? E' motivo di imbarazzo per qualcuno? E' un consiglio di qualcuno?
E le altre citazioni "incriminate" ci sono ancora?
Pubblicato da 01 a 23.08 0 commenti
Citazione scomparsa?
Cari lettori,
vi chiedo di controllare sulla vostra copia di Gomorra, a pag. 287, la presenza dello stralcio che ho indicato nel post precedente. Un anonimo commentatore, infatti, ha scritto che non ce n'è traccia e non credo che abbia alcun interesse a mentire... Possibile che sia sparita? O è stata fatta sparire?
Pubblicato da 01 a 18.45 5 commenti
Saviano's Job
Cari lettori,
vi segnalo questa "straordinaria" somiglianza letteraria tra un articolo pubblicato dal sito www.casertasette.com il giorno 6 ottobre 2005 e uno stralcio del capitolo "Aberdeen, Mondragone" presente in Gomorra (libro pubblicato nell'aprile 2006).
CASERTASETTE.COM
Oltre al «The Times», la storia del «Don» (il Boss) di Mondragone, in questi ultimi giorni è rimbalzata su altri importanti quotidiani britannici come «The Herlald», «The Guardian» ed il «Telegraph». Inequivocabile uno dei titoli, «The Aberdeen Job», che parla di «affari» (poco puliti) nella cittadina di Aberdeen e che ricalca il titolo di un film statunitense (The Italian Job) a sua volta remake dell'omonima pellicola del 1969 che uscì col titolo «Colpo all'italiana». Il quotidiano «The Herald», in particolare, approfondisce la vita familiare e lavorativa del «boss che viene dalla “mozzarella country”» (il paese della mozzarella) dando notizie su sua moglie, la scozzese Gillian Fraser, i suoi tre figli e sulla sua attività di imprenditore nel ramo della ristorazione e dell’import-export di prodotti alimentari italiani in tutta la Scozia.
GOMORRA (pag. 287)
La stampa inglese aveva infatti da poco iniziato a occuparsi dei boss mondragonesi leader imprenditoriali in Scozia. "The Times" aveva pubblicato un articolo sulla storia del "don" di Mondragone, "The Guardian" invece aveva titolato: "The Aberdeen Job", facendo riferimento a un film statunitense, The Italian Job, a sua volta remake dell'omonima pellicola del 1969 che in Italia uscì col titolo Colpo all'italiana. Articoli in cui si parlava dei business criminali fatti ad Aberdeen dai boss provenienti da "mozzarella country". Inchieste che davano notizie su Antonio La Torre, sulla moglie scozzese Gillian Fraser, i tre figli e l'attività di imprenditore nel ramo della ristorazione e dell'import-export di prodotti alimentari italiani in tutta la Scozia.
Mah, strani casi del destino...
Pubblicato da 01 a 11.55 8 commenti
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martedì 19 febbraio 2008
Ecomafie, tutta colpa dei clan?
Qual è il ruolo della camorra nella crisi dei rifiuti in Campania? È davvero tutta colpa della criminalità organizzata se la situazione in provincia di Napoli è così disastrosa? O sono altre le cause?Iniziamo oggi un reportage a puntate per analizzare in che modo – e con quale grado di qualità – i clan malavitosi riescano a incidere sulle politiche ambientali di una provincia, o – addirittura – di una regione, invitando i lettori a offrire uno spunto di riflessione, o anche soltanto un'opinione.Sarà allora opportuno analizzare, in questa prima parte, i numeri del settore, con particolare attenzione al ricavato economico delle ecomafie, perché – come insegnava Giovanni Falcone - i soldi sono le uniche impronte digitali indelebili di un’organizzazione criminale. La droga, la refurtiva di una rapina e finanche un cadavere si possono occultare, si possono distruggere: ma un bonifico, un assegno o un’operazione bancaria restano lì, sono incancellabili. E dai soldi è possibile ricostruire il percorso a’ rebours, a ritroso, degli affari delle cosche e quindi capire come neutralizzarli.Il dato quantitativo è sconcertante: il tredici per cento di tutti i reati ambientali che si compiono in Italia ha un collegamento, diretto o indiretto, con la Campania. Sia in entrata che in uscita. Ciò significa che – calcolando in ventitre miliardi di euro il business complessivo delle ecomafie – la camorra campana guadagna dallo stupro della natura qualcosa come 6mila miliardi di lire. O, se preferite i numeri complessi, sei milioni di milioni di lire. Una somma che supera, di gran lunga, l’incasso assicurato dal traffico internazionale di stupefacenti e dal racket delle estorsioni.Però se ne parla poco, perché è un reato che soffre di una legislazione ancora molto permissiva – anche se qualcosa sta cambiando – e non ha grande impatto sociale. Non si sa perché, ma una saracinesca fatta saltare in aria con una bomba carta dagli emissari del pizzo crea più allarme di un bidone di scorie radioattive infossato vicino a una falda acquifera.Eppure, non è solo la Campania a soffrire di questa malattia. Sicilia, Puglia e Calabria – tre regioni ad alta densità mafiosa e dalla tradizione criminale radicata – hanno da affrontare e risolvere gli stessi problemi.Secondo alcune informative antimafia, in Campania nell’anno appena trascorso ci sono stati circa cinquecento reati contestati per violazione della normativa sul traffico illecito di rifiuti, il vero grande osso da spolpare. È un bubbone che spunta da nord a sud: nessuna regione ne è immune, fatta salva solo la Valle d’Aosta. In cinque anni, dal 2002 al 2007, sono state portate davanti ai giudici settanta inchieste per complessivi 463 trafficanti arrestati e quasi milleseicento fiancheggiatori denunciati. Anche in questo caso, la Campania ha registrato il numero più alto di operazioni di polizia giudiziaria.Si diceva del traffico di rifiuti: secondo alcune stime di Legambiente, ogni anno, sono ventisei milioni le tonnellate di rifiuti tossici e industriali di cui si perde traccia, fatti scaricare – magari con la complicità di quella borghesia criminale che si ingrassa a fare affari con i clan ma che non è organica alla mafia in senso stretto – in qualche oasi naturale, o nell’intestino di qualche montagna. Il business della "camorra spa" in questo specifico ramo commerciale cresce di ora in ora, di giorno in giorno: dal 1 gennaio al 31 dicembre 2007 si è moltiplicato di un terzo, raggiungendo il ragguardevole traguardo di +38%.Il percorso parallelo dello smaltimento rifiuti gestito dalle organizzazioni criminali è certamente più efficiente ed efficace di quello legale sia per la velocità che per le modalità di esecuzione.Di sicuro i boss della camorra, pur non avendo studiato testi di economia o di organizzazione aziendale, hanno sviluppato negli anni una straordinaria capacità di minimizzazione dei rischi a fronte di una massimizzazione dei profitti. Un esempio? La scelta da parte dei clan di non occuparsi dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, il centro nevralgico della discussione sull’emergenza campana.Scrivono gli 007 della Direzione investigativa antimafia: "L’attività connessa alla gestione dei rifiuti, in particolare a quelli industriali (tossici e nocivi), rappresenta uno dei settori di intervento di maggiore interesse per le organizzazioni criminali, in quanto, a differenza dei rifiuti solidi urbani, che sono di difficile occultamento per il maggior volume dei materiali, quelli industriali offrono la possibilità di realizzare profitti più consistenti e implicano l’utilizzazione di invasi o discariche più piccole e facilmente occultabili. Le violazioni alla normativa in tema di smaltimento dei rifiuti sono frutto di un «sistema illegale» nel quale sono coinvolte, a vari livelli del ciclo non solo le organizzazioni criminali, ma anche i titolari dei siti di destinazione finale (discariche o centri di recupero ambientale) e i cosiddetti «colletti bianchi», che - come confermato dall’operazione «Green» condotta a termine dal Centro operativo Dia di Napoli - sono stati motivati dal proposito di contenere al massimo i costi, dettati dalla normativa vigente per la tutela dell’ambiente".Appare evidente, allora, a una prima analisi, che la camorra abbia un limitato potere d’intervento nelle dinamiche che hanno provocato lo stato di crisi nella provincia napoletana, non fosse altro perché l’interesse delle cosche è esercitato su una diversa tipologia di materiale di risulta.Questa circostanza, però, offre il destro a una seconda argomentazione molto più importante: e cioè il rapporto – capovolto – esistente tra organizzazioni criminali e mondo imprenditoriale.Non è certamente una novità, nel panorama economico meridionale, la presenza di quella "borghesia mafiosa" – per usare le parole del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso – che prospera facendo affari con il mondo della malavita,pur mantenendosi entro i limiti della legalità. Ma è una novità l’inversione della relazione tra camorra e impresa: se prima, infatti, era la camorra a cercare e vessare l’impresa, oggi – invece – è quest’ultima a entrare in contatto con la galassia criminale per riceverne favori e appoggi, soprattutto nell’ambito degli appalti pubblici."Il coinvolgimento nelle attività illecite praticabili nel settore dello smaltimento rifiuti di imprenditori o faccendieri che da anni operano nel settore – si legge ancora nelle informative della Direzione investigativa antimafia – già in passato coinvolti in analoghe indagini, ha messo in evidenza che il rapporto tra le organizzazioni criminali e il mondo imprenditoriale non è più fondato sull’estorsione e sul ricatto, ma si sta evolvendo a causa del tentativo da parte dei primi di creare un rapporto di tipo «simbiotico» con i secondi, al fine di poter trarre un vantaggio comune.Infatti, in passato, il pagamento di una «tangente», spesso periodica, a esponenti criminali, induceva a ritenere l’imprenditore vittima del clan, mentre le indagini più recenti hanno evidenziato che quelle dazioni di denaro spesso vanno considerate alla stregua di «contributi associativi», correlati a un aumento del volume di affari conseguente alla aggiudicazione di gare d’appalto, in virtù dell’illecita interferenza delle organizzazioni criminali".Interferenza che ha nel ciclo integrato dei rifiuti il proprio fulcro.
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Amare verità e commenti chiarificatori
Cari lettori,
vi segnalo il commento dell'utente "Amare Verità", che mi offre la possibilità di fare un po' di chiarezza su ciò di cui andiamo discutendo da un po' di settimane a questa parte, grazie ad alcuni commenti a margine.
AMARE VERITA
'In passato ho attaccato, anche aspramente Di Meo. Stavolta devo riconoscergli che, scegliendo di prendersela con i professionisti dell'antimafia sociale ha centrato il problema. Perchè è per colpa di queste persone se si è creato il mito Saviano, ma non penso che di questo se ne possa fare una colpa allo scrittore. E' per questo motivo che gli attacchi verso Saviano suscitavano rancore da parte degli utenti, perchè l'unica cosa che traspariva era che volevate attaccarlo su tutto, anche se credo che in concreto abbia poche o zero colpe. Di fronte all'accuse, però, non ti sei comportato in maniera matura. Spesso hai bollato le nostre osservazioni anche accese, come attacchi personali, che credo non stiano né in cielo né in terra, non conoscendoti, o come opinione di gente che non legge niente e si omologa alla venerazione di uno scrittore solo perchè fa tendenza. Non ti è venuto neanche il dubbio che molti di noi leggano sia i giornali che Saviano e nonostante tutto, Saviano contiua a piacerci di più?
a) In passato ho attaccato, anche aspramente Di Meo. Stavolta devo riconoscergli che, scegliendo di prendersela con i professionisti dell'antimafia sociale ha centrato il problema. Perchè è per colpa di queste persone se si è creato il mito Saviano, ma non penso che di questo se ne possa fare una colpa allo scrittore.
Risposta: Concordo fino a un certo punto, perché la mitologia è stata alimentata anche dal silenzio-assenso del mito stesso, il quale - proprio perché mito, e quindi autorevole - avrebbe potuto smarcarsi dalla nascita di questa antimafia ortodossa, ponendo dei paletti alla propria celebrazione intellettuale. Non credi che sarebbe stato bello se, invece della copertina dell'Espresso "Dove eravate?", avesse scelto "Dove eravamo?". Ora, capirai bene che la gente, come dici tu, ha un cervello, si informa, legge (sia Saviano che i quotidiani), si fa delle opinioni. Trovarsi, d'un tratto, un oracolo che ti spiega che - come in Matrix - noi viviamo in un universo meta-mafioso, che la Campania è finita sull'orlo del baratro a causa della camorra (e non citando mai, ad esempio, i rapporti tra politica e mala-imprenditoria...), che se a Caserta non trovi lavoro è solo colpa di Sandokan, appare fuorviante, oltre che ridicolo. Lo scrittore ha la colpa, credo io, di non aver saputo mantenere i confini entro cui esercitare la propria autorevolezza. Che è indubbia, per carità, ma che non può diventare onniscienza.
b) E' per questo motivo che gli attacchi verso Saviano suscitavano rancore da parte degli utenti, perchè l'unica cosa che traspariva era che volevate attaccarlo su tutto, anche se credo che in concreto abbia poche o zero colpe.
Risposta: Noi non lo abbiamo attaccato su tutto, tant'è che ci sono anche alcuni post in cui si riconoscono a Saviano atteggiamenti positivi, o comunque condivisibili (esempio: aver rifiutato la consulenza offertagli dall'assessore regionale Corrado Gabriele). Inoltre, tu scrivi giustamente di "rancore", che è (Devoto-Oli) "l'odio che si serba nel cuore". Io non credo di dovermi aspettare l'odio di nessuno se dissento dalla fenomenologia di Roberto Saviano, né posso permettere che il blog venga utilizzato per insultare chi, come alcuni amici, è d'accordo con me. Si discute, anche animatamente, si ribatte, ci si arrabbia. Ma di rancore mi sembra prematuro parlare. Se criticano Umberto Eco - il mio scrittore preferito - dicendogli che è un intellettuale dimezzato, mica serbo rancore nei confronti del suo detrattore. Al massimo, leggo le sue argomentazioni, gli rispondo - se ne offre la possibilità - o lo ignoro. Stop. L'odio è un sentimento nobile, come l'amore, teniamolo da parte per tempi migliori.
c) Di fronte all'accuse, però, non ti sei comportato in maniera matura. Spesso hai bollato le nostre osservazioni anche accese, come attacchi personali, che credo non stiano né in cielo né in terra, non conoscendoti, o come opinione di gente che non legge niente e si omologa alla venerazione di uno scrittore solo perchè fa tendenza. Non ti è venuto neanche il dubbio che molti di noi leggano sia i giornali che Saviano e nonostante tutto, Saviano contiua a piacerci di più?
Risposta: Mi sono comportato in maniera coerente con la mia cultura, con la mia educazione, con il mio carattere. E già questo mi basta, la maturità è un giudizio di valore che non posso mettere in discussione in un blog. Le vostre osservazioni sono solo accese, non "anche" accese, e hanno riguardato la mia storia professionale, il mio attuale impiego, ciò che facevo a Cronache di Napoli e ciò che faccio ora. Addirittura, un imbecille mi ha detto che Saviano è più credibile di me, perché lui rischia con i Casalesi, che sono ancora in libertà, mentre io posso scrivere tranquillamente dei Di Lauro, tanto sono tutti in galera. Lo ritieni un confronto consapevole, o una consapevole mancanza di confronto? Sul fatto che Saviano vi piaccia ogni giorno di più, buon per voi. A me basta la mia testa.
Pubblicato da 01 a 9.57 0 commenti
Ancora sull'antimafia sociale
Cari lettori,
vorrei segnalare queste due opposte visioni dell'antimafia: una sociale (che sa di plastica) e l'altra operativa (che sa di sudore).
COMUNICATO 25 NOVEMBRE 2007 di ANTONIO BASSOLINO
"Le cronache di questi giorni e il lavoro di Roberto Saviano hanno dato la giusta visibilità ad una grande verità: la criminalità organizzata e la camorra temono moltissimo le parole e l'informazione" sono queste le parole del governatore della regione Campania, Antonio Bassolino, intervenuto per la prima trasmissione di Radio Onda Pazza, la web radio anticamorra nata a San Giovanni a Teduccio. " ci impegneremo a fondo - ha continuato il governatore - perché Radio Onda Pazza cresca e vada avanti nel suo impegno contro la camorra e a favore della legalità. La forza di questa nuova radio è nella capacità di raggiungere tanti giovani per parlare loro di legalità, di sviluppo, e di nuove opportunità, nel denunciare le tante cose che non vanno a San Giovanni e a Napoli". Infine Bassolino conclude dicendo: " le persone oneste sono in maggioranza in questo quartiere e nella nostra città e per questo Radio Onda Pazza deve essere la loro voce, la voce. Una radio libera e leggera come una web radio può essere uno spazio di interazione in cui la creatività e l'energia di tanti giovani si incontrano con i valori profondi della resistenza civile e nel rispetto della persona, dell'emancipazione di ogni individuo dai condizionamenti, più o meno espliciti, che ne condizionano la crescita".
NOTIZIE DEL 15 DICEMBRE 2007
Napoli, 15 dic. (Apcom) - Il superlatitante Edoardo Contini, 52 anne, inserito nell'elenco dei 30 latitanti più pericolosi d'Italia, è stato catturato ieri sera dagli agenti della Squadra Mobile della Questura di Napoli e del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato. Il ricercato, capo dell'omonimo clan, è ritenuto il massimo esponente della camorra operante nel territorio metropolitano di Napoli.
Commento: Naturalmente nella task force che ha arrestato Contini, c'erano: un professore universitario, uno scrittore di successo, un esperto di tecniche della comunicazione, un consulente della Regione Campania, un avvocato amministrativista e un critico d'arte. D'altronde si sa che i boss della camorra temono l'informazione a tal punto che molti latitanti escono, furtivi, nella notte, a rischio della propria incolumità, per andare a scassinare edicole e librerie (molto bersagliata è la Feltrinelli di piazza dei Martiri, che offre anche un'interessante classifica dei testi di saggistica più venduti) e leggere così in anteprima che cosa dicono giornalisti e scrittori di loro.I camorristi non temono la legge, ma la cultura. E poi li chiamano analfabeti.Peccato che un altro esponente politico - dello stesso schieramento di Antonio Bassolino, e cioè Francesco Forgione, presidente della commissione parlamentare Antimafia - abbia detto, commentando una grossa operazione di polizia contro vecchi e nuovi padrini: "Ora bisogna colpirli anche a livello internazionale con il sequestro dei beni, che, come confermano recenti intercettazioni, è la cosa che più fa paura ai boss mafiosi".Cazzo, e io che credevo che l'articolo 41bis fosse la misura di un carattere di stampa...
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Bravo Roberto Saviano
Cari lettori,vorrei - con sincerità - ringraziare Roberto Saviano per l'intelligenza dimostrata in una occasione molto particolare. Vi spiego quale.Il giorno 13 ottobre 2006, nelle redazioni napoletane è arrivato questo comunicato:''Nell'esprimere la solidarieta' a Roberto intendo rinnovargli la richiesta di coordinare per conto dell'assessorato all'istruzione il centro di documentazione contro la camorra regionale osservatorio con cui meglio possono essere messe in luce le tante inchieste condotte da Roberto in questi anni e il lavoro di centinaia di scuole che in Campania con legge regionale 39 hanno prodotto una importante stagione di educazione alla legalita'''. Lo afferma l'assessore regionale della Campania al Lavoro e all'Istruzione, Corrado Gabriele.''E' quanto avevo chiesto a Roberto - aggiunge Gabriele - in occasione dell'ultima delle quattro giornate contro la camorra tenuta a Casal di Principe alla presenza del presidente della Camera, Fausto Bertinotti e dello scrittore Roberto Saviano. Mi auguro che al piu' presto voglia accettare questo incarico per continuare nel percorso di lotta alla criminalita' organizzata nella nostra regione''.Ora, non capisco perché l'assessore Corrado Gabriele volesse spendere soldi pubblici per realizzare un centro di documentazione per tramandare ai posteri soltanto le inchieste giornalistiche di Saviano, ma onestà intellettuale impone di ricordare che la stessa operazione Saviano - dopo aver rifiutato l'offerta di Gabriele - l'ha realizzata a costo zero per la collettività aprendo un sito Internet che contiene tutto il suo lavoro giornalistico. Almeno, i cittadini non pagano (anzi, il dominio credo che l'abbia pagato lui...) e se c'è qualcuno interessato si collega e si scarica il materiale.Quello di sopra è un ulteriore esempio dell'antimafia sociale che tanto piace ai nuovi professionisti della legalità.
Pubblicato da 01 a 9.56 0 commenti
martedì 12 febbraio 2008
L'antimafia sociale
Cari lettori,
il 19 settembre 2007, l’agenzia Ansa batteva questa notizia che offre la cifra della nuova teologia antimafia di cui "Gomorra" è espressione.
Voglio ribadire, ancora una volta, che non intendo attaccare Roberto Saviano, ma porre l'accento su un sistema di informazione che vuole radicare "la" verità nelle nostre teste. Io "la" verità non la voglio, come non voglio politici locali e nazionali che lavorino alla catena di montaggio dell'industria culturale dominante. Io dissento dall'analisi di "Gomorra", ma non per questo sono detestabile, come si legge in alcuni commenti a questo blog. Costoro che continuano ad attaccarmi, manco avessi insultato loro in prima persona, sono il risultato di quella catena di montaggio cui accennavo prima. Costoro che continuano ad attaccarmi, ai quali comunque assicurerò sempre diritto di replica, non hanno mai letto "Il nome della rosa" di Umberto Eco, oppure il "Saggio sul significato del comico" di Bergson. Se lo avessero fatto, capirebbero il significato delle mie parentesi comiche.
Dicevo, di seguito potrete leggere un'agenzia alla quale aggiungerò - di mio - qualche commento.
Liberi di dissentire.
(ANSA) - NAPOLI, 19 SET - L'assessore regionale al Lavoro Corrado Gabriele chiede che la magistratura assicuri alla giustizia i latitanti di camorra. Sarebbe - spiega rispondendo al procuratore Antimafia Roberti - il miglior modo per tutelare Saviano ed i ragazzi di Casal di Principe.
Replica: "Quindi, se non fosse per un esclusivo intento difensivo nei confronti di Saviano, i latitanti potrebbero tranquillamente continuare a vivere in libertà? E perché non aggiungere, alla lista delle persone da difendere, anche i ragazzi di Ponticelli, Barra, Fuorigrotta, San Giovanni, Secondigliano, Scampia?"
(ANSA) - NAPOLI, 19 SET - ''Il miglior modo per difendere Roberto Saviano ed i giovani di Casal di Principe - sottolinea Gabriele in una nota - e' quello di assicurare alla giustizia Antonio Iovine e Michele Zagaria e questo e' compito della magistratura e delle forze dell'ordine''.
Replica: "Domanda all'assessore Corrado Gabriele: ma lo sa che esistono anche altri latitanti: oppure non scrivendone Saviano, lui è autorizzato a disconoscerne la pericolosità? Non gliel'hanno spiegato che nel gruppo integrato interforze di ricerca del ministero dell'Interno c'erano - a quel tempo, e parliamo del settembre 2007 - Edoardo Contini, Vincenzo Licciardi, Pasquale e Salvatore Russo, Pasquale Scotti, Patrizio Bosti, Marco Di Lauro? Perché catturare soltanto Iovine e Zagaria?".
(ANSA) - NAPOLI, 19 SET - ''Sono sconcertato - dice Gabriele - l'idea che la mafia sia un fenomeno da trattare nel silenzio delle indagini non convinceva neanche il generale Dalla Chiesa che indicava nel silenzio delle istituzioni e della politica il miglior alleato dell'omerta' e dunque delle mafie. Definire inutile che duemila persone (come dalle stime della Digos) abbiano manifestato nella piazza di Casal di Principe e' davvero fuorviante e contrasta con il tentativo di costruire l'antimafia sociale che proprio Bertinotti e Saviano hanno messo al centro dei loro interventi''.
Replica: "Assessore Gabriele, prima di fare paragoni impegnativi, si veda almeno il film Cento giorni a Palermo. Che c'entra il generale Dalla Chiesa con Gomorra? Ma lo sa che Dalla Chiesa, prima di andare a parlare di antimafia nelle scuole di tutta la Sicilia, pensava a come sconfiggere militarmente Cosa nostra? Mica si limitava soltanto a qualche buona intenzione: Dalla Chiesa non pensava ad alcuna antimafia sociale - che fa tanto comodo a voi - come non aveva pensato ad alcun antiterrorismo sociale. Le Brigate rosse, caro assessore, Dalla Chiesa le ha sconfitte con le inchieste, con le indagini silenziose di cui lei parla e che tanto le sembrano inopportune".
(ANSA) - NAPOLI, 19 SET - ''E cosa dovremmo fare - prosegue - attendere fiduciosi
l'esito delle indagini, delle inchieste e magari delle scarcerazioni facili per qualche fotocopia smarrita o qualche faldone di prove trafugato? Io non ci sto e credo con me quelli che hanno dimostrato l'anno scorso e quest'anno di voler sfidare i boss della camorra casalese nella piazza senza timore''.
Risposta: "Per un errore giudiziario vergognoso, come quello delle fotocopie smarrite, ci sono centinaia, migliaia di casi di magistrati e uomini delle forze dell'ordine che lavorano - con uno stipendio molto più basso del suo, caro assessore - per risolvere omicidi, per sequestrare droga, per arrestare estorsori e usurai. Caro assessore, sarebbe bene se lei attendesse fiducioso l'esito delle inchieste, oppure la sua cultura politica non prevede la raccolta delle prove e le indagini preliminari? Meglio un'adunata di piazza piuttosto che un interrogatorio di un pentito? Caro assessore, non giochi fuori casa: sfidi i boss in casa sua, a Marano. Poi i ragazzi torneranno tranquilli a Casal di Principe. Invertiamo il meccanismo?".
(ANSA) - NAPOLI, 19 SET - ''Sento il dovere come rappresentante delle istituzioni di alzare la voce contro la prepotenza della camorra, ma contemporaneamente di lavorare sul territorio perche' i ragazzi di Casale abbiano scuole nuove e aperte di pomeriggio, un primo risultato concreto ottenuto lo scorso anno, che, con l'aiuto dei sindaci, dei presidi e delle associazioni intendo perseguire anche quest'anno. A cominciare - conclude Gabriele - da lunedi 24 settembre con gli incontri al liceo di di San Cipriano e proseguendo con il protocollo d'intesa che stipuleremo il 4 ottobre con uno stanziamento straordinario che la Regione intende riconoscere ai comuni piu' a rischio come Casal di Principe, Casapesenna, Villa di Briano, San Cipriano d'Aversa e Villa Literno''.
Risposta: "Alzi pure la voce, se serve. La camorra teme la galera, non le ugole d'oro".
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lunedì 11 febbraio 2008
Miracolo a Forcella
Cari lettori,
vi segnalo il miracolo di Forcella: il volto del nostro Eroe che, inspiegabilmente, compare sulle mura dei palazzi dei vicoli e ci ricorda la caducità dell'esistenza.
Grazie per la segnalazione a un collega di Milano e grazie soprattutto a Saviano per il pro-memoria.
Inoltre, un invito alla riflessione ai pochi (e arrabbiati) frequentatori di questo blog: mi potete spiegare perché io - invidioso e rancoroso per il successo altrui - lascio aperta la possibilità a tutti di commentare, anche in maniera maleducata, i miei post e Saviano che ha sfidato e quasi vinto la camorra si è premurato di anticipare che il suo prossimo sito (on-line dal 24 febbraio) non permetterà a nessuno di lasciare dei commenti?
Ha forse paura che qualcuno osi chiedergli qualcosa?
Grazie
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giovedì 7 febbraio 2008
Pollice verso
Sul "Giornale di Napoli" di qualche giorno fa appare il volto sofferto del nostro Eroe e - affianco - il pollice verso della rubrica "Chi sale, chi scende". Motivo? Avrebbe rifiutato di firmare autografi ai fans all'uscita da un convegno...
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mercoledì 6 febbraio 2008
Ops, 'a Maronn...
Cari lettori, vi regalo questa bellissima foto del nostro Eroe, anche se un po' trash...
(fonte: corrieredelmezzogiorno.it).
Comunque, ne approfitto per segnalare questo interessante articolo di Fulvio Bufi (http://www.corriere.it/cronache/08_febbraio_06/bufi_0162397a-d481-11dc-a819-0003ba99c667.shtml) che analizza la questione rifiuti dal punto di vista politico-amministrativo, senza tirare in ballo clan e padrini vari.
Perché la camorra è veramente diventata il paravento di tutte le porcate fatte in venti anni di mala-politica a Napoli. E chi continua a raccontarci la stessa storia inganna noi tutti.
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martedì 5 febbraio 2008
Mi fai la recensione del libro?
Caro Roberto,
un uccellino mi ha detto che stai preparando un reportage per la Repubblica e l'Espresso sui libri che si occupano di camorra. Non è che ora ti sei offeso e mi snobbi? Non è che vuoi deliberatamente evitare di recensire il mio libro, "L'impero della camorra", perché non mi sono comportato tanto bene? Sarebbe importante se lo recensissi, anche demolendolo. Anzi, se lo stronchi sono contento. Così siamo uno a uno. Non posso certo permettere che io dica che il tuo libro non è 'sta gran cosa mentre tu mi tratti bene. Non sarebbe politically correct. Mica vuoi negare l'opportunità ai miei detrattori di ribadire, ancora una volta, che quello che cerco è la pubblicità a traino. Quindi, se mi fai una "schifezza" - letterariamente parlando, s'intende - sono contento.
Aspetto la stroncatura.
Au revoir
ps: Nel caso, tu, Grande Roberto, non ritenessi meritevole di attenzione il mio testo, preferendo altri titoli, ti segnalo che è entrato nella classifica narrativa italiana a dieci giorni dall'uscita. Quindi, non vedo motivo di ignorarlo.
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lunedì 4 febbraio 2008
Ma qualche nome, no?
Caro Roberto,
vorrei per una volta tralasciare il caso-Gomorra (con tutto il suo carico di polemisti a rimorchio) e discutere con te di giornalismo e di Meridione. Ho letto con molto interesse il tuo ultimo articolo su "la Repubblica" (http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/cronaca/rifiuti-5/anima-monnezza/anima-monnezza.html) sull'emergenza rifiuti in Campania. Ma devo farti un appunto: perché utilizzi ancora la camorra come paravento per falsificare la storia recente della politica regionale? Perché non fai i nomi dei responsabili politici di questa immane tragedia? Perché giochi anche tu sporco e li difendi? Non credi che un intellettuale del tuo calibro possa scrivere qualcosa di più sul più grande disastro ambientale dell'Italia contemporanea, invece di dare la colpa a Sandokan o a qualche squattrinata famiglia camorristica? Perché non parli delle consulenze milionarie, invece di descrivermi come si riempiono di merda le discariche? Non pensi che la mistificazione della realtà ad opera di un personaggio influente come tu sei possa rappresentare un colpo mortale per chi, in questa città, ci vuole rimanere?
Non ci pensi a quando scrivi: "Ma perché i cittadini si ribellano alla riapertura delle discariche? Perché sembrano così folli da preferire i sacchetti che da circa due mesi hanno davanti a casa? Perché temono che insieme a quelli che dovrebbero essere solo rifiuti solidi urbani invece arrivino anche i veleni. Eppure ricevono le massime garanzie che la loro situazione non peggiorerà. Ma da chi le ricevono? Da coloro di cui non si fidano più. Da coloro che hanno sempre appaltato lo smaltimento a ditte colluse, a uomini imposti dai clan di camorra. E chi deciderà quindi davvero la sorte dei rifiuti? Come sempre i clan"? Perché, da essere pensante nato a Napoli, devo sentirmi dire sempre le stesse cose: e cioè che se non si fa la Coppa America a Napoli è per colpa della camorra, che se non si bonifica Bagnoli è per colpa della camorra, che se non c'è lavoro è per colpa della camorra, che se non raccolgono l'immondizia è per colpa della camorra, che se c'è il deficit nella sanità è per colpa della camorra, che se Napoli non migliora è per colpa della camorra?
Perché difendi il sistema di potere di Antonio Bassolino, invece di accusarlo per il male che ha fatto alla nostra terra? Perché non fai qualche nome, invece di annoiarmi con la storia dell'anima di Salamov - e chi se ne fotte che parli dei totalitarismi in Russia, parlami tu dei totalitarismi della Regione Campania - e di mantenere nel cono d'ombra le responsabilità di chi avrebbe dovuto controllare e non l'ha fatto, di chi avrebbe dovuto difendere la terra e le genti della nostra Campania infelix, di chi si muove come un ragno grasso su una ragnatela che unisce magistratura, forze dell'ordine e politica e imprenditoria? Perché non arrivi alla conclusione che la camorra si può contrastare, invece di comportarti come un cantore omerico delle gesta di questo o di quel boss apparentemente invulnerabile, apparentemente invincibile?
Tu che sei il nuovo teologo dell'antimafia dovresti imparare a infondere maggiore speranza nei tuoi appassionati lettori.
A proposito della frase finale del tuo articolo, quando scrivi: "Questo è il momento di capire se ancora abbiamo un'anima, e non farcela togliere come una gamba di legno. Non consegnarla. Prima che non ci restino che protesi"; a Salamov preferisco Enrico Toti che la gruccia le gettò in faccia al nemico, pur sapendo di morire.
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venerdì 1 febbraio 2008
La scarpetta di Cenerentola Di Lauro
Caro Roberto,
vorrei che mi togliessi un dubbio: scusa se insisto, ma forse sto iniziando a diventare paranoico. Leggendo un tuo vecchio articolo, pubblicato su "L'Espresso", il giorno 8 settembre 2006, mi sono accorto che hai scritto:
Già prima dell'indulto i boss sono riusciti a risolvere i loro problemi con la giustizia. Pure i protagonisti della guerra di Scampia ce l'hanno fatta: è bastato cancellare 15 righe per fare svanire 80 morti, 80 cadaveri crivellati che hanno fatto inorridire il capo dello Stato e il papa. Vincenzo Di Lauro, figlio del re di Scampia Paolo, arrestato nell'aprile 2004 a Chivasso dopo anni di ricerche, è tornato libero nel giugno scorso per 15 righe e 30 minuti. Quindici righe mancanti nell'ordinanza di custodia cautelare, 30 minuti di ritardo nell'intervento dei carabinieri. Una svista, dicono. Proprio quelle 15 righe sui "gravi indizi di colpevolezza" che servono a tracciare il ritratto criminale di una persona che finisce in manette. Tanto è bastato. E i suoi uomini sapevano, sapevano prima dello Stato della sua uscita. Per avvertirlo e festeggiarlo gli avevano inviato un paio di scarpe, quelle della marca che ha un coltello come simbolo. Vincenzo è sparito in 30 minuti, il tempo necessario ai carabinieri per circondare il carcere e far partire il pedinamento ...
Perdona la curiosità, ma chi ti ha dato questa notizia? Perché la storia del regalo delle scarpe a Vincenzo Di Lauro, poco prima della scarcerazione, è stata pubblicata, alcuni mesi prima (giugno 2006), su uno di quei giornali che tu annoveri nella categoria "stampa di rispetto". Non se ne parla in alcun atto giudiziario, quindi è altamente probabile - per non dire sicuro - che tu l'abbia desunta dalla lettura di quel quotidiano. Però, non se ne fa cenno nel reportage dell'Espresso.
Scusa, hai ragione. E' tardi. Vado a dormire. Per prendere sonno, invece delle pecorelle conterò le scarpe "Paciotti"...
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giovedì 31 gennaio 2008
Sono invidioso di Roberto Saviano
Cari lettori,
visto che la discussione non riesce a superare l'ostacolo dell'invidia come "motore" del blog e visto che i miei detrattori non sono in grado di trovare altra spiegazione, per motivare la nascita di questo luogo di confronto e di dialogo, se non il mio risentimento nei confronti di chi - loro dicono - è migliore di me, allora faccio outing e gioco a carte scoperte per vivacizzare un po' il dibattito: affermo di essere invidioso di Roberto Saviano. Schiumo rabbia. Sono ossessionato dal suo successo, vivo col terrore di non riuscire a emularlo e mi sono pure messo a dieta per cercare di assomigliargli. Ma invano, perché qualsiasi cifra raggiunga sulla bilancia è sempre il doppio della sua, quindi non so se sono io a ingrassare, o è lui che si sta trasformando in una presenza eterea, impalpabile e leggerissima, come l'elfo Legolas del Signore degli Anelli.
Detto questo e appagata la curiosità di parecchi di voi, rimetto al centro del discorso alcuni temi che sono andati a confondersi - tra i post e i commenti - e che rischiano, con il rumore provocato dall'uscita del mio libro, di creare un'immagine falsa e pretestuosa (tipo: operazione marketing) della mia polemica contro il "personaggio" Roberto Saviano.
Dunque, per facilitare la discussione e fare un po' di chiarezza, ho deciso di esporre i punti critici della questione in maniera logicamente ordinata. Per alcuni di essi, ho previsto anche le contro-deduzioni che potrebbero sorgere.
Punto a) Perché non sono state citate le fonti nel libro?
Deduzione 1.a) Perché è un romanzo e non un'inchiesta giornalistica.
Risposta: Non è una giustificazione, perché non è prevista alcuna deroga per i generi letterari diversi dai reportage.
Deduzione 2.a) Perché non era obbligato a farlo e il suo sarebbe stato soltanto un imperativo categorico di natura morale.
Risposta: Non è vero che non fosse obbligato a farlo, visto che l'ufficio legale della Mondadori - opportunamente sollecitato da un avvocato napoletano - in 48 ore ha chiesto e ottenuto da Saviano l'inserimento di almeno una fonte nel libro. Quindi, o si segue una linea editoriale precisa e inamovibile - e in quel caso, si può addebitare la mancanza soltanto alla morale dell'autore - oppure le fondamenta dell'obbligatorietà delle citazioni sono meno deboli di quanto non si pensi.
Punto b) Perché Saviano ce l'ha tanto con i piccoli quotidiani napoletani, dopo aver attinto al lavoro di tanti colleghi, chiamandoli addirittura "stampa di rispetto"?
Deduzione 1.b) Perché è vero, i piccoli giornali della provincia napoletana sono contigui alla camorra
Risposta: Non risulta da alcuna indagine, quindi quella di Saviano è diffamazione.
Deduzione 2.b) Forse contigui è una esagerazione, ma sicuramente rappresentano una cassa di risonanza per il mondo della camorra.
Risposta: Vero, né più né meno come lo fu "Lotta continua" con il terrorismo e con la galassia eversiva. Però perché "Lotta continua" è stata una fucina di liberi intellettuali e i quotidiani che si occupano di cronaca nera, in Campania, sono una fucina di delinquenti a piede libero?
Punto c) Perché Saviano si permette di prestarsi al gioco del "Dove eravate?", dichiarandosi l'unico paladino della giustizia in Campania, invece di riconoscere il lavoro e la fatica di tanti altri giornalisti che, da colonne meno prestigiose dell'Espresso o della Repubblica, hanno raccontato anni di malaffare o di mattanze impunite?
Deduzione 1.c) Perché, in realtà, Saviano è stato il primo ad aprire il vaso di Pandora della camorra napoletana.
Risposta: Sbagliato, perché c'è una pubblicistica gigantesca sulla criminalità organizzata che parte da Giancarlo Siani e arriva fino ai libri più recenti. Possono essere lavori più o meno belli di Gomorra, ma sono stati stampati e dunque esistono. Ignorarli è scorretto.
Deduzione 2.c) Perché, in realtà, Saviano ha avuto una cassa di risonanza maggiore e dunque ha contribuito, in maniera più profonda, al radicamento di un certo interesse nei confronti del tema.
Risposta: Perfetto, allora se è per questo bisogna ringraziare la Mondadori, che ha investito su Saviano, e non l'autore che ha dovuto soltanto raccontare.
Lascio da parte, inoltre, le questioni sugli episodi inventati di sana pianta - il funerale di Annalisa Durante, il sarto di Angelina Jolie e l'udienza con Paolo Di Lauro - perché attengono alla sua vena creativa. Se ha deciso di utilizzare informazioni che gli erano state trasmesse in maniera amichevole per un fine diverso, allora tocca alla sua coscienza la valutazione. Io, d'ora in poi, non ne farò più cenno. Però, qualcuno risponda alle domande riportate sopra. O almeno eviti di dire che sono invidioso, perché quest'accusa ha davvero rotto il cazzo.
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mercoledì 30 gennaio 2008
Che memoria prodigiosa... (parte seconda)
Caro Roberto,
ti scrivo per chiederti per quale motivo chiami i quotidiani da cui hai attinto notizie per alcuni brani di Gomorra "stampa di rispetto". Quel "rispetto" è, per caso, riferito all'ossequio camorristico? Hai notizie del fatto che i colleghi che ci lavorano sono stipendiati dalla camorra? Hai notizia del fatto che io abbia intrattenuto connivenza con esponenti della criminalità organizzata in Campania e abbia utilizzato il quotidiano su cui scrivevo per agevolarne i fini? Hai notizia di qualche collega napoletano che è stato condannato per associazione camorristica? Hai avuto qualche soffiata sui nostri conti correnti, che dimostrerebbero la percezione di lauti compensi per riportare sul giornale ordini di morte o dichiarazioni di guerra, provenienti dalla galassia criminale? Appellandoti a quale superiore autorità morale, deontologica o etica ti permetti di criticare giovani colleghi che lavorano in un ambiente in cui c'è possibilità di sopravvivenza solo se si parla di agguati, attentati e clan?
Credi che il successo commerciale ti innalzi al di sopra delle regole del rispetto (quello, però, bada bene, che si deve alle persone perbene come me e come tanti altri)?
Chi ti ha autorizzato a ritenere colluse le testate che si occupano di criminalità organizzata (Cronache di Napoli, Il Corriere di Caserta, La Gazzetta di Caserta, Il Giornale di Napoli...) e a infangare la professionalità di quanti ci lavorano? E se anche lo fossero, perché non sei andato a denunciare tutto in Procura, invece di fare sociologia spicciola sulle colonne di riviste e magazine? Forse che la denuncia l'avrebbero letta in tutto un paio di persone, oltre a te, mentre un articolo di giornale ti permette di innalzarti al di sopra della massa?
O piuttosto, dovremmo ricordare che quelle redazioni infiltrate dalla camorra hai visitato quando, ramingo, domandavi che ti fossero prestate le copie delle ordinanze di custodia cautelare della Dda per scrivere il libro? Gli atti giudiziari sono una delle nostre interfacce con la malavita napoletana, non l'unica; ma è a quelle che facciamo riferimento e tu con noi. Non puoi immaginare di salire sulle nostre schiene (molto più diritte di quanto immagini, visto che nessuno dei colleghi napoletani minacciati dalla criminalità ha mai pensato di chiamare l'Espresso per denunciare piccoli e grandi episodi) e poi di disfarti degli sgabelli umani additando all'opinione pubblica: "Ecco i giornali che vanno a braccetto con la camorra. Io, quello che ho scritto, l'ho visto coi miei occhi. Loro no, loro scrivono sotto dettatura dei boss". No, caro Roberto. Questa si chiama viltà. Le minacce che ti hanno ridotto la libertà e che tante preoccupazioni ti hanno procurato - per le quali provo, sinceramente, dispiacere - non sono esimenti, rispetto alle responsabilità di dire il vero. Non il verosimile.
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lunedì 28 gennaio 2008
Che memoria prodigiosa... (parte prima)
Caro Roberto,
rileggendo Gomorra, mi sono imbattuto in uno stralcio del capitolo sulla faida di Secondigliano. Ebbene ho notato che, strani giochi del destino, hai descritto una scena a me familiare: quando Paolo Di Lauro entra nel gabbione ospitato all'interno dell'aula del Tribunale di Napoli, dopo qualche minuto, volge lo sguardo verso il pubblico e fa l'occhiolino a un tipetto tarchiato, grassottello che siede in fondo. Tu hai scritto di essergli stato seduto al fianco, di aver provato il brivido di guardare negli occhi il boss dei boss, di aver ascoltato i commenti degli uomini della cosca accorsi a omaggiare in silenzio il padrino. Strano, davvero strano, perché sono state le stesse cose che ti ho raccontato io una delle ultime volte che ci siamo visti - dopo aver mangiato una pizza a Mergellina - e che poi mi sono ritrovato pari pari nel tuo libro. Ma sicuramente sarò in malafede verso di te, sicuramente tu eri seduto un posto più in là; sono stato io a non vederti quel giorno in Tribunale. Sono stati gli altri quindici colleghi a non vederti, perché tu - come lo Spirito Santo - eri presente, ma invisibile. Vedevi senza essere visto, udivi senza essere ascoltato, toccavi senza essere toccato, parlavi senza che gli altri ti parlassero.
Sicuramente sarà stato un tic di Paolo Di Lauro che ha iniziato a fare occhiolini a destra e manca, durante tutta l'udienza, a trarmi in inganno. Eppure, ero convinto - e lo sono tuttora - che quell'immagine l'avessi notata soltanto io, unico giornalista seduto tra gli affiliati in fondo all'aula. Invece, tu c'eri. C'era la tua penna. C'era il tuo block-notes. Di sicuro c'è stata la tua capacità di ricordare e di annotare, tra una portata e l'altra.
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sabato 26 gennaio 2008
Caro Roberto, ti scrivo...
Cari lettori,
questo è un post diretto a Roberto Saviano, il quale è un attento e preparato frequentatore di quella nuova biblioteca di Babele chiamata Rete e, come tale, interessato a ogni frullar d'ali attorno al suo nome.
Prova ne è questo messaggio, scovato da un collega (che ringrazio), in cui una blogger scrive di aver ricevuto una mail direttamente dall'Eletto che, con la sola imposizione delle mani sulla tastiera, l'ha convinta a redimersi e ad abbandonare la via del peccato e delle maldicenze. Quali maldicenze? Non si sa, perché la blogger redenta ha addirittura cancellato il post (se potesse, forse incendierebbe il server che ospita la piattaforma per purificare con il fuoco il suo atto di empietà) e noi, archeologi informatici che scavano tra i bit e i byte per recuperare qualche brandello di quel vangelo apocrifo, abbiamo intuito che si tratti della vicenda del funerale di Annalisa Durante, inventata di sana pianta da Saviano e ripresa con grande evidenza dal quotidiano "Libero".
Primo appunto: cara blogger savianea, perché non rendi di pubblico dominio la risposta di Saviano? Perché nascondere una risposta a una domanda pubblica?
CHIEDO SCUSA A ROBERTO SAVIANO
da mariazuppello @ 2008-01-24 - 03:09:16
Non so quanti leggano il mio blog ma a quei pochi debbo le mie scuse e al diretto interessato, Roberto Saviano, l'autore di Gomorra, che mi ha scritto per raccontare la sua versione. Ho dato infatti credito, postandole, ad alcune maldicenze. Levo il post e rinnovo le scuse. Facendo i complimenti ad una italiano che ha scalato le classifiche e cosa ancora più importante la stima del NY Times
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Secondo appunto: Caro Roberto, a marzo - accogliendo una ottima idea del collega Giancarlo Tommasone - vorrei invitarti alla presentazione del mio libro, che spero mi onorerai di leggere: sarebbe un'ottima occasione per parlare, senza intenti polemici, lo giuro, della camorra e dell'anticamorra dopo la pubblicazione del tuo libro. Potrebbe nascerne una riflessione attorno al tema.
Terzo appunto: Cara blogger, ti consiglio di non delegare ai giornali statunitensi la critica del giudizio (tu scrivi, testualmente, che Saviano è al di sopra di ogni sospetto perché gode della stima del New York Times) non fosse altro perché non sono sempre stati ottimi profeti.
Ti basterebbe ricordare che la copertina del personaggio dell'anno di "Time" nel 1938 è andata a Hitler, nel 1939 e nel 1942 a Stalin e nel 1979 all'Ayatollah Khomeini.
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giovedì 24 gennaio 2008
Intervista a Libero
Cari lettori,
vi segnalo questa intervista pubblicata sull'edizione del 23 gennaio 2008 del quotidiano "Libero"
IL CASO GOMORRA
«Saviano ha saccheggiato i giornali campani»
Parla Simone Di Meo, cronista e autore de “L’impero della Camorra”: «Alcuni passaggi del romanzo inchiesta prelevati dalle pagine locali di nera. Ma la fonte non è mai citata». E la Mondadori inserisce il suo nome nel libro
di Francesco Borgonovo
Simone Di Meo ha ventisette anni. Fino a qualche anno fa lavorava al quotidiano "Cronache di Napoli", per il quale si occupava di cronaca nera e in particolare di tutto quanto riguardasse la Camorra. Da pochi giorni è uscito nelle librerie il suo primo romanzo, "L'impero dellaCamorra"(Newton Compton pp. 283, euro 9,9). Per l'argomento e per il tono ricorda il libro dell'anno: "Gomorra" di Roberto Saviano, conclamato best seller del 2007 tuttora in vetta alle classifiche di vendita. Anche quello di Di Meo è un romanzo che pretende di raccontare fatti realmente accaduti. Tuttavia, Di Meo da qualche tempo ha messo sotto accusa Saviano: sostiene che lo scrittore napoletano abbia riportato nel proprio romanzo, senza citare la fonte, interi brani di articoli pubblicati in origine su "Cronache di Napoli". Uno di questi articoli, su richiesta di Simone all'editore Mondadori, è stato riconosciuto come fonte: dall'undicesima edizione (ora sono più di trenta) a pagina 141 di "Gomorra" è stato inserito un riferimento a "Cronache di Napoli" e al giornalista. Il fatto che in un libro come quello di Saviano (che Mondadori presenta come "di indagine e di letteratura" al tempo stesso) siano riportati articoli di giornale senza citazione, non significa che si tratti di plagio. Di Meo, tuttavia, va oltre con le critiche. Sul proprio sito internet (simonedimeo.blogspot.com) scrive: "Laddove Saviano non ha attinto al materiale giornalistico presente su piazza (e pubblicato da Il Mattino, La Repubblica, Il Corriere del Mezzogiorno, Il Roma, Cronache di Napoli e Napolipiù), ha inventato episodi dallo sfondo lirico per rendere più interessante il racconto ". Abbiamo deciso allora di approfondire la questione intervistandolo.
Per quale motivo ha scritto un libro sulla Camorra?
"Piuttosto posso dire quando mi è venuta l'idea: quando, cioè,mi sono accorto che parlare di Camorra stava diventando un fenomeno di costume, niente più che una buona lettura da esibire in salotto per apparire socialmente impegnati. Quando il governatore Antonio Bassolino e l'assessore al Lavoro della Regione Campania, con un centinaio di politici e amministratori campani, hanno ringraziato "Gomorra" per aver permesso loro di scoprire che cos'è davvero la malavita a Napoli. Quando ho intuito che il discorso sulla criminalità organizzata stava lentamente scivolando sul piano combatto-la-Camorra-con-un-libro-da-casa-e-sono-a-posto-con-la-coscienza. Quando, ascoltando i commenti a "Gomorra" di Roberto Saviano, mi sono accorto che l'attenzione si è spostata dall'oggetto al soggetto, contribuendo a creare un simulacro dell'antimafia che fa torto al primo grande insegnamento di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: mai personalizzare l'impegno della lotta contro il crimine. Chi si atteggia a custode di una nuova teologia antimafia dovrebbe saperle queste cose. Se le ignora, sbaglia. Se le conosce e sta zitto per convenienza, sbaglia due volte".
Ma perché un romanzo e non un'inchiesta vera e propria? Non crede che in questo modo rimangano le ambiguità che ci sono nel testo di Roberto Saviano fra che cosa è vero e che cosa è inventato?
"Le ambiguità possono essere di contenuto, non di genere. Inchiesta o romanzo non fa differenza se si raccontano storie reali, non rappresentazioni liriche e iperboliche di una realtà distorta, che viene rappezzata con l'ago dell'inventiva e il cotone del sentito dire. Ci sono interi episodi di "Gomorra" che sono stati inventati di sana pianta, perché non ce n'è traccia negli atti giudiziari: le delegazioni camorristiche al funerale di Annalisa Durante, il traffico di cadaveri cinesi stipati nei container del porto di Napoli, il sarto di Angelina Jolie, la presenza di Saviano all'udienza dopo l'arresto di Paolo Di Lauro. E, dove non ha inventato, Saviano ha rielaborato fonti giudiziarie e fonti giornalistiche, la cui origine non è mai stata citata, inaugurando il filone della camorra pop. Descrivere i padrini della Camorra come sfrontati finanzieri d'assalto, eccezionali strateghi militari o uomini dalle straordinarie capacità intellettive è quanto di più lontano dalla realtà: stiamo parlando di gente semi-analfabeta, nella maggior parte dei casi. Pure nel mio libro si parla di Paolo Di Lauro come di un genio del crimine, capace di guadagnare oltre un miliardo di lire al giorno con la droga, ma si parla anche dei poliziotti - con tanto di nomi e cognomi - che lo hanno sconfitto. Poliziotti che tutti insieme guadagnavano mensilmente quanto lui riusciva a incassare in un'oretta".
Quali sono state le sue fonti per questo lavoro?
"Gli atti giudiziari, soprattutto: verbali di pentiti, ordinanze di custodia cautelare, sentenze e informative di polizia giudiziaria; e tanti colloqui con i protagonisti delle inchieste sulla Camorra di Secondigliano. Protagonisti nel bene e nel male, naturalmente. Ho attinto, inoltre, al materiale giornalistico locale. Non credo che sia una diminutio confessarlo. Che male c'è a riconoscere il valore del lavoro altrui? ".
Pensa che "L'impero della Camorra" sarà una specie di anti- Gomorra?
"Sono due libri che operano su piani diversi: Gomorra ha lo straordinario merito di mostrare i fuochi d'artificio. A me interessa descrivere chi accende la miccia. Inoltre, hanno anche modelli di riferimento diametralmente opposti: Saviano si ispira alla docu-fiction di stampo anglosassone, il mio modello, invece, è "Il camorrista"di Jo Marrazzo. Il mio è il racconto di un personaggio e dell'ambiente criminale che lo ha visto protagonista assoluto per quasi un quarto di secolo; è una biografia criminale. Un romanzo criminale".
Che rapporto ha con Saviano?
"Non vorrei personalizzare parlando del mio rapporto ma è opportuno qualche accenno al rapporto di Saviano con la stampa napoletana: è indubbio che abbia attinto al lavoro giornalistico di tanti colleghi ma è dubbio il motivo per cui non siano state citate le fonti in "Gomorra". Non credo che avrebbero sminuito il valore dell'opera. Saviano ha compiuto un'operazione poco corretta nei confronti della stampa minore, che lui chiama "stampa di rispetto": prima l'ha saccheggiata per scrivere alcune parti del libro, poi l'ha accusata di essere il megafono della Camorra cittadina. Niente di più falso. Se un piccolo giornale scrive di Camorra perché a Napoli c'è spazio soltanto per questo mercato editoriale non è detto che quei giornalisti siano asserviti al padrino di turno, o che usino le colonne del quotidiano per agevolare le comunicazioni tra clan".
In Gomorra è stato inserito un riferimento al suo lavoro giornalistico?
"Ho già ottenuto l'inserimento del mio nome in "Gomorra" a pag. 141, ma solo dopo la segnalazione del mio avvocato alla Mondadori e a partire dalla undicesima ristampa. Ora, mi chiedo: è giusto che chi si presenta come il paladino della legalità manchi di riconoscere il valore del lavoro altrui e che per vederselo attribuire bisogna ricorrere alle carte bollate? E non si tratta soltanto del mio caso, tanti altri colleghi hanno subìto lo stesso trattamento. Ci sono numerose parti del libro che si richiamano al mio lavoro e che vengono contrabbandate come frutto della conoscenza di Roberto Saviano: con l'aiuto dell'avvocato Andrea Portaro sto valutando diverse azioni in sede giudiziaria".
Perché sostiene che Saviano ha copiato (o ha copiato dal suo giornale)?
"Ha copiato da tutta la stampa napoletana, non solo da me. Alcuni episodi, che tanto stupore hanno riscosso nell'opinione pubblica, sono frutto di esperienze altrui che Saviano ha fatto proprie. Inoltre, ci sono tantissimi casi in cui riporta notizie che non si trovano negli atti giudiziari e che sono riconducibili, esclusivamente, al lavoro di questo o quel giornalista. Ci sono stralci di "Gomorra" che riprendono, alla lettera, inchieste pubblicate dai quotidiani partenopei e non se ne fa mai menzione. Nemmeno un ringraziamento, alla fine del libro, a restituire un po' di dignità a quanti gli hanno offerto il materiale su cui lavorare". Ha pubblicato sul suo sito internet i brani degli articoli che secondo lei Saviano ha copiato da vari giornali napoletani. "Saviano non ha mai risposto personalmente. Non mi ha mai querelato né smentito le mie affermazioni. Tanto più che prima di finire sotto scorta era assolutamente avvicinabile e non c'era nessun motivo di negarsi al confronto. Può anche darsi che io sia un visionario, ma se avesse smentito almeno avremmo avviato un confronto. Su questa vicenda c'è stato il totale silenzio da parte sua. Non da parte della Mondadori che ha inserito il riferimento che citavo prima".
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giovedì 17 gennaio 2008
Pure i cinesi - nel loro piccolo - s'incazzano...
Cari lettori,
grazie al collega Vittorio Marotta, che mi ha segnalato il link (http://www.associna.com/modules.php?file=article&name=News&sid=449) riprendo e porto alla vostra attenzione una riflessione che probabilmente viaggia sotto-traccia e che, per buona educazione, nessuno vuole portare in superficie: ci penso da solo, visto che già sono stato additato come invidioso, rancoroso, collerico e frustrato giornalista di quarta serie per aver osato mettere in dubbio il lavoro dell'Eletto. La riflessione sotterranea è che, laddove Saviano non ha attinto al materiale giornalistico presente su piazza (e pubblicato da Il Mattino, La Repubblica, Il Corriere del Mezzogiorno, Il Roma, Cronache di Napoli e Napolipiù), abbia inventato episodi dallo sfondo lirico per rendere più interessante il racconto.
"Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell'aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a dominare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti. Congelati, tutti raccolti, l'uno sull'altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano i cinesi che non muoiono mai. Gli eterni che si passano i documenti l'uno con l'altro. Ecco dove erano finiti. I corpi che le fantasie più spinte immaginavano cucinati nei ristoranti, sotterrati negli orti d'intorno alle fabbriche, gettati nella bocca del Vesuvio. Erano li'. Ne cadevano a decine dal container, con il nome appuntato su un cartellino annodato a un laccetto intorno al collo. Avevano tutti messo da parte i soldi per farsi seppellire nelle loro citta' in Cina. Si facevano trattenere una percentuale dal salario, in cambio avevano garantito un viaggio di ritorno, una volta morti. Uno spazio in un container e un buco in qualche pezzo di terra cinese. Quando il gruista del porto mi raccontò la cosa, si mise le mani in faccia e continuava a guardarmi attraverso lo spazio tra le dita ...... Aveva soltanto fatto toccare terra al container, e decine di persone comparse dal nulla avevano rimesso dentro tutti e con una pompa ripulito i resti. Era cosi' che andavano le cose."
Questo testo è tratto dalle prime pagine di "Gomorra", libro scritto da Roberto Saviano riguardo alla criminalità organizzata napoletana.Il libro ci ha positivamente colpito per la profondità d'analisi dell'autore, della sua bravura nell'esternare sfacettature complesse della realtà partenopea e del suo coraggio nello scriverlo. Il primo capitolo però ci ha urtato molto. Non conosciamo il motivo per cui Roberto Saviano abbia voluto iniziare il suo libro con i crani fracassati, le trattenute degli stipendi dei lavoratori cinesi per scavarsi una fossa in Cina, le "etichettature" dei corpi cadenti etc..Non capiamo perchè ogni volta che si debba parlare dei cinesi, anche delle questioni umanamente più gravi, ci si basi spesso e volentieri sul sentito dire, in questo caso del gruista del porto. L'autore, lungo tutto il libro, si riferisce continuamente alle indagini ufficiali ed alla propria testimonianza diretta. Riguardo ai cinesi però parla delle decine di persone che sono intervenute per ripulire i cadaveri di adulti e ragazzini caduti accidentalmente dai container, parla del riciclaggio di documenti dei defunti a favore di altri connazioni che ne sono sprovvisti, parla di fatti assai gravi e surreali senza però alcun riferimento a fatti oggettivi. Sono congetture che meriterebbero delle indagini più approfondite prima di essere esternate in un libro serio, se non altro per il rispetto della dignità del prossimo. Li vorremmo proprio in galera questi ipotetici trafficanti di cadaveri. Chi sono coloro che hanno interesse nel nascondere questa tratta? I cinesi? Abbiamo così tanto influenza e potere al porto di Napoli tanto da far apparire dal nulla decine di uomini che nascondono diligentemente un fatto così cruento? Chi sono coloro che riescono a trattare i propri cari in questo modo? Chi sono coloro che trattengono gli stipendi? E soprattutto, chi sono coloro che non sanno che la legislazione cinese a riguardo del trasporto dei corpi è estremamente ferrea? Lo sanno che in Cina è obbligatoria la cremazione e trasportare dei corpi non cremati è un'impresa che comporta gravissimi rischi non solo morali ma anche legali?Il libro ha liquidato la questione in un paio di pagine, e queste domande probabilmente non se l'è proprio poste. Crediamo che sia veramente vergognoso parlare di un argomento così toccante come la morte in questo modo.L'autore ha grande sensibilità e conoscenza della realtà napoletana, ma sembra essere molto carente riguardo a quella della comunità cinese.Mostra una bassa tolleranza verso i cinesi citando il loro fetore di involtini di primavera putrefatti e il fatto che si siano attribuiti dei nomi italiani, ma è molto più tollerante ad esempio verso il ragazzino napoletano che rapinava le coppiette. Non siamo contro le varie sfumature della realtà decriptata dalla sensibilità dell'autore sulla situazione napoletana, sfumature umane che fanno riflette, siamo contro la sua insensibilità verso i cinesi di cui conosce veramente poco e in modo superficiale.Queste parole senza fondamenta di Roberto Saviano sono esternazioni che fanno male alla convivenza fra le due comunità in Italia, fanno male soprattutto ai ragazzi cinesi che nascono e crescono in Italia, abituati ad una "vita italiana" nella quale sono pienamente integrati, dove però devono subire queste "bastonate" che spesso creano generalizzazioni e luoghi comuni. Si creano così conflitti contro i "diversi" che non sono affatto diversi, si coltivano delle future generazione rancuorose per il peso delle dicerie che devono portarsi dietro solo perchè "colpevoli" di avere origini cinesi, colpe inesistenti create da subdole affermazioni come quelle riportate nel primo capitolo di "Gomorra".
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martedì 8 gennaio 2008
Pure il titolo no...
Cari lettori,
ho scoperto - grazie alla segnalazione di un amico - che un libro "Gomorra" già esisteva: è stato pubblicato nel 1987 da Bompiani e lo ha scritto Claudio Angelini, attuale direttore dell'Istituto italiano di cultura di New York.
Almeno per il titolo, uno sforzo di originalità...
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sabato 5 gennaio 2008
Allo scoccare del terzo anno...
Cari lettori,
stamattina, collegandomi al sito "Repubblica.it", ho letto che Roberto Saviano avrebbe indicato, in un lungo e complesso articolo, i colpevoli del disastro ambientale napoletano: l'emergenza rifiuti. Con trepidazione ho corso lungo le parole, saltando qua e là qualche refuso giusto per non inciampare, ho scansato la camorra - nel senso di parola - e mi sono trovato di fronte i nomi di chi ha trascinato nella vergogna la nostra terra. E che cosa ho scoperto? Che l'articolo pubblicato da Roberto Saviano su "la Repubblica" dice le stesse cose di un reportage pubblicato da "Il Mattino" il 5 gennaio 2005. Forse, dopo tre anni nessuno se ne sarebbe accorto. E, in effetti, devo dire grazie a un bravo collega di Epolis, Ciro Pellegrino, che mi ha segnalato il fatto, altrimenti sarebbe sfuggito.
E' evidente che se la verità è quella odierna di Roberto Saviano, che arriva giusto giusto con tre anni di ritardo, quella de "Il Mattino" è una verità ancora più importante che meritava maggiore attenzione. Oppure è falsa verità quella de "Il Mattino" di tre anni fa ed è un reportage in vitro quello di Saviano oggi. Lascio giudicare a voi...
LA REPUBBLICA (5 GENNAIO 2005)
J'accuse dell'autore di Gomorra: la tragedia è che Napoli si sta rassegnando all'avvelenamento
Imprese, politici e camorra
ecco i colpevoli della peste
Gli ultimi dati dell'Oms parlano di un aumento vertiginoso, oltrela media nazionale, dei casi di tumore a pancreas e polmoni
di ROBERTO SAVIANO
UN territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l'ossessione di emigrare o di arruolarsi.
E' una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all'opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.
Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%.
Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all'opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un'impresa - l'Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia.
Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio.
Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l'ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l'inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell'antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi.
Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso vicini alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano.
Nel caso dell'inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all'anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni.
Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall'estero: da ogni parte d'Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l'autorizzazione dalla Regione. Aveva però l'unica autorizzazione necessaria, quella della camorra.
Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l'unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell'inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l'emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l'emergenza e quindi riuscì con l'attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003.
Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all'amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l'appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan.
La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all'avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L'emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione.
Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l'operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un'azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell'80% sui prezzi ordinari.
Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no.
Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d'Italia è stato intombato a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra.
E' in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E' in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l'ossessione dell'informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell'informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi. [an error occurred while processing this directive]Non è affatto la camorra ad aver innescato quest'emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l'emergenza e con l'apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli.
Quando si getta qualcosa nell'immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall'emergenza non si vuole e non si po' uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più.
L'emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa.
Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L'80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate.
Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l'eroe epico che strappa le braccia all'Orco che appestava la Danimarca: "Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.
(5 gennaio 2008)
Dalle pagine dell’edizione nazionale de "Il Mattino" del 5 gennaio 2005
Un avvocato-imprenditore, Cipriano Chianese, di 56 anni, di Parete, è stato arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa, estorsioni e violazione di sigilli, nell’ambito delle attività di smaltimento illecito di rifiuti condotte dal clan dei Casalesi. Nei suoi confronti il gip del Tribunale di Napoli Umberto Antico, ha emesso una ordinanza di custodia cautelare su richiesta dei pm della Direzione distrettuale antimafia, Raffaele Marino, Giuseppe Narducci ed Alessandro Milita. È stato anche disposto il sequestro di 39 unità immobiliari, in Campania e nel Lazio, e sei appezzamenti di terreno. Nell’indagine, effettuata dalla Dia di Napoli e che abbraccia oltre un decennio di attività di Chianese, risultano indagate 25 persone... Tra i nomi compare quello dell’ex sub commissario per l’emergenza rifiuti, Giulio Facchi: anche per lui era stato richiesto l’arresto, ma il gip ha ritenuto di non doverlo concedere per mancanza di esigenze cautelari (non è più sub commissario). Indagati anche il comandante dei vigili urbani di Giugliano, Umberto Nannini, e un suo collaboratore, Romualdo De Carlo; Giuseppe Barbato ed Enrico Santillo, vecchi amministratori della Resit, la società che gestiva le due discariche di Giugliano utilizzate durante l’emergenza rifiuti a Napoli, ai quali è stato notificato l’obbligo di firma; il nipote del boss Francesco Bidognetti, Gaetano Cerci, già coinvolto nell’inchiesta del 1992. Rispunta Licio Gelli, i cui rapporti con Cerci erano stati documentati dai carabinieri tredici anni fa: la sua abitazione aretina è stata perquisita. Compare il nome di Mimmo Pinto, ex parlamentare, presidente del Consorzio di bacino Napoli 3, interrogato nel 2004 dalla Dda di Napoli ma che nelle vicende contestate a Chianese avrebbe avuto un ruolo marginale. Perquisita anche l’abitazione aversana di Domenico Cagnazzo, generale dei carabinieri in congedo, che però non sarebbe iscritto nel registro degli indagati. Complesse le vicende ricostruite dalla Dia in oltre due anni di accertamenti. Al centro dell’inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l’emergenza rifiuti del 2003. Gli impianti, invece, avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Per l’attività di smaltimento la Resit ha fatturato un importo di oltre 35 milione di euro, per metà già liquidati. Ma del materiale d’indagine, collegata a quella del del 1992, fanno parte anche intercettazioni telefoniche e dichiarazioni di collaboratori di giustizia (soprattutto Ferrara e De Simone). Grazie all’amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l’appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan...Il Cipriano Chianese risulta proprietario (anche in tempi recenti) di complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. I sequestri, che seguono quelli delle due cave adibite a discarica successivamente acquisite dal Consorzio Napoli 3, riguardano 39 unità immobiliari intestate a un familiare, acquisiti in Lazio e Campania «con provviste non documentate e giustificate», e sei terreni che sarebbero frutto delle estorsioni agli ex proprietari... Oltre alle indagini sugli invasi della Resit in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, un’altra inchiesta giudiziaria ha travolto i progetti in tema di ambiente dell’imprenditore dei rifiuti, Cipriano Chianese. Al centro l’ambiziosa iniziativa della Resit di realizzare un opificio industriale che avrebbe dovuto dar lavoro a venti giovani del posto, destinato al recupero e al trattamento di «beni durevoli post consumo di carta, ferro, plastica, vetro e legno», come lo ha definito nel suo dispositivo il pm della Procura di Santa Maria Capua Vetere, Luigi Landolfi, che ha condotto le indagini. L’impianto si trova in località Ventignano, a due passi dal polo delle discariche, ed è stato sottoposto a sequestro preventivo per ben due volte, sempre dissequestrato poi dal Riesame. La sua ossatura è stata ultimata, ma mancano ancora le attrezzature, che rappresentano la parte più cospicua dell’investimento economico, segnale dell’indecisione di Chianese a completare l’opera. Per ora il progetto, infatti, ha prodotto solo i diciotto avvisi di garanzia notificati dagli uomini della Dia l’8 luglio 2004 allo stesso Chianese, ai tecnici comunali, al sindaco Pietro Volpe e quasi all’intero consiglio comunale di Parete (fatta eccezione per alcuni consiglieri assenti in quella seduta) che il 14 marzo del 2002 votò all’unanimità il via libera all’opificio. Due le ipotesi di reato: abuso d’ufficio e falso ideologico. Per la Procura manca la legittimità a quel sito, a partire dall’iter amministrativo scelto, quello della conferenza dei servizi, procedura semplificata che consente di accorciare i tempi di realizzazione di un insediamento produttivo, ma che in tema di rifiuti non è di competenza comunale, bensì regionale. E dunque «attraverso l’intervento del consiglio comunale si è autorizzato in sostanza quanto doveva essere autorizzato da organismi regionali», ha scritto l’accusa. La delibera ha imposto una variante al Piano regolatore comunale per cambiare la destinazione d’uso del terreno, passato da agricolo a industriale. La decisione, inoltre, sarebbe stata presa sulla base di «un insussistente parere favorevole del Commissariato di governo per l’emergenza rifiuti, mai rilasciato, parere che gli indagati davano atto di aver acquisito». Invece l’allora sub-commissario Facchi, interpellato dal Comune, si limitò a sottolineare in una lettera la positività della nascita in Campania di impianti finalizzati al recupero dei rifiuti. Sindaco e consiglieri comunali di maggioranza e opposizione hanno chiesto il rito abbreviato nell’udienza preliminare davanti al gup del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Raffaele Piccirillo, tenutasi lo scorso 15 dicembre. L’obiettivo è di arrivare al più presto a fare chiarezza. Ma per difetti di notifica tutto è stato rinviato al 16 marzo prossimo.”
(Tratto dal sito www.liberalsocialisti.org)
Due brevi considerazioni:
a) Non credo che l'emergenza rifiuti sia tutta colpa di Cipriano Chianese: forse per uno scrittore che ha venduto un milione di copie approfondire un attimo il discorso sarebbe stato corretto nei confronti dei lettori
b) I napoletani - come si legge nell'occhiello dell'articolo de "La Repubblica", non si sono certo rassegnati all'avvelenamento: sarebbe bastato leggere un giornale di oggi per capire che la rabbia è cosa diversa dalla rassegnazione, ma forse l'Eletto ha trovato disponibile solo la copia de "Il Mattino" di tre anni fa...
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venerdì 4 gennaio 2008
Dal quotidiano "Libero"
SAVIANO SUL BANCO DEGLI IMPUTATI
Le prime critiche al libro dell'anno. La freelance Matilde Andolfo: "Inventati interi episodi per rendere più drammatica la storia della ragazza uccisa dalla camorra"
Il quotidiano Libero, diretto da Vittorio Feltri, ha pubblicato una intera pagina in cui - per la prima volta - si mettono in evidenza le incongruenze e le falsità contenute in "Gomorra" di Roberto Saviano. Probabilmente, le segnalazioni che questo blog ha evidenziato in queste settimane non sono frutto - come hanno suggerito alcuni commentatori - dell'invidia nei confronti di uno scrittore di successo, piuttosto della volontà di chiarezza e di giustizia.
Ecco alcuni stralci...
FRANCESCO BORGONOVO
La raccolta di reportage "Il corpo e il sangue d'Italia" curata da Christian Raimo, che ieri Alessandro Gnocchi ha recensito su queste pagine, riporta una notizia, contenuta nel testo di Antonio Pascale. Il quale ha dato conto di una polemica scoppiata su "Gomorra", il romanzo-inchiesta sulla camorra di Roberto Saviano che ha dominato le classifiche di vendita nel 2007. Pascale cita una lettera di Matilde Andolfo, giornalista free lance, al sito internet Ilrichiamo.org, in cui si contestano duramente alcuni passaggi del libro. È la prima volta che il reportage di Saviano viene accusato di deviare dalla realtà dei fatti, e la polemica sta già rimbalzando in rete su altri siti. «Ho letto il libro di Roberto Saviano. E sono arrabbiata», scrive la Andolfo. «A leggere il resoconto di "Gomorra", un viaggio che l'autore compie tra i gangli del sistema camorristico, non... (continua...)
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sabato 29 dicembre 2007
Camorra pop
Cari lettori,
vi segnalo un articolo uscito sull'edizione on line del "Corriere del Mezzogiorno" (www.corrieredelmezzogiorno.it) in cui viene a compimento la metamorfosi che la criminalità organizzata ha subito dopo "Gomorra": da fenomeno di distorsione sociale a fenomeno pop.
Ecco l'articolo....
Roberto Saviano: «Bassolino e Iervolino hanno mai visto la fiction dei Sopranos?»
Lo scrittore parla del serial sulla famiglia-clan di origini irpine più amata al mondo. In Italia però viene stranamente ignorata
Storie di clan. Che finiscono nel ridicolo. Situazioni indicibili da potente asset malavitoso. Che si sciolgono in una risata. I «Sopranos» sono la famiglia mafiosa, curiosamente di origini irpine, che rende il mènage criminale una sit-com, facendo schizzare in su l'audience in mezzo mondo, a partire dagli States. Ma da noi, in Italia, terra d'origine del fenomeno mafia - ragiona sull'ultimo numero dell'Espresso Roberto Saviano - la fiction prodotta dalla Hbo non ha mai appassionato il grande pubblico (tanto che il programma è finito sul satellite e poi sospeso). Perchè? «I Sopranos, soprattutto nel Nord Europa - scrive l'autore di Gomorra - sono una sorta di mito. Ma nel nostro paese si preferisce ammmirare padrini forti e arcaici».
Lo scrittore si chiede, poi, se il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino e il governatore Antonio Bassolino abbiano mai visto la puntata dei Sopranos ambientata a Napoli. E se non l'hanno vista «dovrebbero farlo, e anche con solerzia», dice Saviano, dal momento che la puntata - entrata nelle case di milioni di americani e europei - descrive Napoli come una specie di università del crimine, dove anche i potenti boss newyorchesi, in trasferta per «affari» sul Golfo, rimangono sconvolti dalla bellezza del posto ma anche dalla facilità con cui alle falde del Vesuvio si scatena la violenza. «Napoli diviene ai loro occhi», e a quelli degli americanissimi sceneggiatori, «la cupola del potere».
James Gandolfini, che veste i panni del boss protagonista, ha rivoluzionato secondo l'autore campano il modo di descrivere filmicamente il mafioso. Il suo «Tony», riflette Saviano, è lontano anni luce dal padrino alla Marlon Brando o alla Al Pacino. «I personaggi della fiction sono il mito della mafia ribaltato, destrutturato e rimesso assieme secondo regole nuove». Insomma, da Milano a Palermo il boss non può che essere visto nella sua sacralità di potente «e cattivo, solo cattivo». Impossibile dipingerlo alle prese con piccoli grandi problemi familiari: le sedute dallo psicanalista, la figlia innamorata di un ragazzo di colore, e via dicendo.
Conclusione: gli italiani hanno assunto a ruolo di film di culto serial come La Piovra - rappresentazione altamente drammatica del fenomeno cirminale - «ma offrirci - chiosa Saviano - i mafiosi come specchio tragicomico di noi stessi», come fanno i Sopranos, «questo no» .
al. ch.
27 dicembre 2007
Domande:
a) Con la vergogna planetaria di essere la città più sporca del mondo, sommersa dai rifiuti, si può mai chiedere al presidente della Giunta regionale della Campania - sotto processo per l'affaire immondizia - di correre a casa e vedere una puntata dei Sopranos per poi discuterne con un sindaco, il quale - da ex ministro dell'Interno - durante la faida di Secondigliano disse che quelle ammazzatine erano frutto di qualche regolamento di conti?
b) Non c'era bisogno dei Sopranos per definire Napoli la capitale del crimine, o l'università della malavita. Ora che abbiamo avuto la prova televisiva, chi se ne fotte?
c) La decostruzione del fenomeno camorristico ad opera dei Sopranos che influenza può avere sulle nostre tribolate esistenze? Ossia: dopo aver visto in tv una puntata del serial in cui il boss mafioso viene dipinto "alle prese con piccoli grandi problemi familiari: le sedute dallo psicanalista, la figlia innamorata di un ragazzo di colore, e via dicendo" ci sentiremo autorizzati a scendere in strada, avvicinare il primo camorrista e iniziare un dialogo del genere?
Segue dialogo...
Fan di Saviano: "Ciao, uomo del sistema"
Camorrista: "Che cazz... vuò?"
Fan di Saviano (pensoso): "Ho visto una puntata dei Sopranos"
Camorrista: "E che aggia fa? Te serv 'a cucaina...? Ma stai fatt 'a crac?"
Fan di Saviano (ancora più pensoso): "Il protagonista ha una figlia innamorata di un ragazzo di colore... Ti chiedo: pure tua figlia se la fa coi neri?".
Un colpo secco metterebbe fine alla conversazione.
Questo è ciò che ci aspetta, almeno finché la Marvel non metterà in vendita un fumetto con Superman alle prese con l'esercito di Eduardo 'o romano. Allora sarà l'apoteosi...
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mercoledì 26 dicembre 2007
Lettera di un lettore
Gentile Di Meo,
ieri sera sono venuto casualmente a conoscenza del suo blog che mi ha subito incuriosito. Così nottetempo ho fatto un'autentica scorpacciata. E devo dire che sono rimasto letteralmente basito. E' la prima volta che vedo un giornalista montare addirittura un blog contro (e non mi si venga a raccontare la balla del “su” perchè non regge) un altro giornalista, Roberto Saviano. Al che la prima domanda sorgerebbe spontanea: ma non ha niente di meglio da fare nella giornata? La seconda, altrettanto spontanea è: perchè fare un blog del genere?Francamente non capisco. La spiegazione più logica sembrerebbe l'invidia verso chi, facendo un mestiere simile al suo, ha avuto più successo di lei. Ho letto attentamente tutti i post e i commenti sperando di trovare una spiegazione diversa che purtroppo non ho trovato. Anzi ho trovato un accanimento quasi maniacale verso il giovane scrittore. Le accuse che lei e alcuni suoi colleghi, tutti a lamentare presunti furti di articoli, muovete a Saviano stanno in piedi come un serpente zoppo. Chi scrive è tenuto a documentarsi. L'ho fatto persino io, pur non essendo un giornalista. Prima di scriverle, mi sono letto tutto il suo blog per evitare di incappare in errori. Saviano, a quanto pare, non aveva questo diritto. E poi mi scusi, ma cosa c'entra il plagio? Saviano racconta storie vere, non favolette di cui potrebbe eventualmente rivendicare la proprietà intellettuale. Oltretutto proprio lei risulta citato tra le fonti, dunque avrebbe anche poco titolo per lamentarsi. Forse lei e i suoi colleghi di cronache pensate di essere gli unici a sapere come si fa questo mestiere? O forse credete che solo voi ve ne andavate sui luoghi dove la camorra faceva stragi, mentre Saviano se ne stava comodamente a casa a pensare come copiarvi i pezzi? Mi sembra un po' presuntuosa come osservazione? Oltretutto mi scusi ma io lavoro a pochi metri dalla vecchia redazione di Fuorigrotta. E vi vedevo sempre tappati dentro, nemmeno ad uscire per prendervi un caffè. Insomma a dirla tutta, non siete certo voi a poter fare la morale sulla professionalità di Saviano, visto che non siete quei “cronisti di strada” di cui amate tanto riempirvi la bocca.Fulvio
Caro Fulvio,
anzitutto la ringrazio per il lungo e articolato commento. Rispondo subito alla sua domanda iniziale: forse io non avrò molto da fare per scrivere un blog del genere, ma certamente lei - Fulvio - leggendolo tutto, anzi facendone "un'autentica scorpacciata", non è da meno, tanto più che lo ha fatto durante le festività natalizie.
Supero gli interrogativi sul "perché" ho animato questo spazio aperto di discussione non contro una persona, ma su un personaggio. Non ho intenzione di rispiegarlo, anche perché mi sembra che lei non mi creda, quindi risparmio il fiato.
Sul diritto di Saviano a documentarsi nessuno discute, ci mancherebbe. Le faccio presente, però, che una cosa è documentarsi, un'altra è diventare proprietario delle intuizioni altrui, delle tensioni altrui, delle emozioni altrui, del tempo altrui.
Ritengo di averlo dimostrato ampiamente in queste settimane. Se lei, al contrario, è convinto che le mie argomentazioni non siano sufficienti a giustificare un “simile attacco”, sono abbastanza maturo per farmene una ragione e per rispettare la sua posizione. Anzi, la ritengo così meritevole di attenzione da pubblicarla non nello spazio esiguo dei commenti, ma nella home page del blog.
Le assicuro che non è invidia, perché l’invidia è un male che si nutre nell’oscurità e dell’oscurità, che borbotta nella solitudine, che non conosce le ragioni delle opinioni altrui, che si alimenta dell’ossessiva e silenziosa auto-esaltazione di sé, che – come il viscido Gollum, l’abominevole mezz’uomo lacustre del Signore degli Anelli – sussurra: “Il mio tessssoro”, impedendone la visione agli altri. L’invidia non la si mostra a una finestra aperta sul mondo.
Piuttosto è la fiera consapevolezza che né la schiacciante potenza della più grande casa editrice d’Italia né lo sguardo disorientato di Umberto Eco (ah, quanto sono lontani i tempi in cui il più grande intellettuale italiano faceva sfoggio del suo sfavillante ingegno per mettere alla berlina marchette e marchettari) potranno mai piegare.
Caro Fulvio, io non dico: “Guardate, Saviano ha copiato da me…”. Ma lancio un messaggio diverso. Dico: “Guardate, la camorra esisteva anche prima di Saviano e ci sono dei bravi giornalisti che meritano rispetto. Ecco le prove: ciò che scrive oggi Saviano, era stato pubblicato da un pezzo sui giornali”. È evidente, inoltre, che io parli dei miei articoli, non conoscendo quelli degli altri. Quando ho avuto la possibilità di farlo – come con Giancarlo Palombi – l’ho fatto, senza problemi.
Inoltre, caro Fulvio sul fatto che il plagio si configuri soltanto con storie di fantasia ho i miei dubbi: ma comunque sarà il giudice a valutare, serenamente.
Sulla presunzione di chi pensa di essere il solo depositario dell’ars giornalistica sulla camorra, le suggerisco di rileggere tutte le interviste che Saviano ha rilasciato: non credo di essere io il visionario, ma credo che lui non abbia mai citato i colleghi napoletani. Chi è l’egocentrico, mi scusi?
Probabilmente ha ragione quando dice che noi, a Cronache, eravamo sempre chiusi in redazione. Abbiamo frequentato poco la strada, ma ciò non ci ha impedito di suscitare pur qualche emozione a Roberto Saviano, se risultiamo tra le sue fonti – come lei ben ricorda -.
Un’ultima considerazione: non è escluso che questo blog sia nato perché siamo un po’ anti-aristotelici. Non crediamo da un pezzo all’ipse dixit. L’incarnazione della verità non è un dogma che più ci appartiene e quando ci accorgiamo che qualcuno si sta pericolosamente avvicinando a trasformarsi in un oracolo, balziamo sulla sedia, accendiamo il pc e iniziamo la nostra piccola guerra. Sarà uno spirito giacobino, illuminista, rinascimentale, quello che ci anima, ma a scuola ci hanno insegnato che le verità assolute sono più dannose delle bugie e che il valore di una idea si deve difendere anche se si è da soli contro cento. E a noi piace tanto essere in minoranza.
Saluti
sdm
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mercoledì 12 dicembre 2007
Un accordo di troppo...
Cari lettori,
ecco l'ennesimo esempio di scrittura duale...
Versione 1
Mentre la stampa insegue la cronaca nera inciampando su interpretazioni e valutazioni, un quotidiano partenopeo riesce a raggiungere la notizia di un patto tra gli Spagnoli e i Di Lauro, un patto di pace momentanea, siglato con la mediazione del clan Licciardi. Un patto voluto dagli altri clan secondiglianesi e forse anche dagli altri cartelli camorristici, i quali temevano che il silenzio decennale sul loro potere potesse essere interrotto dal conflitto. Bisognava nuovamente permettere allo spazio legale di ignorare i territori di accumulazione criminale. Il patto non è stato trascritto da qualche carismatico boss in una notte in cella. Non è stato diffuso di nascosto, ma pubblicato su un giornale, un quotidiano. In edicola, il 27 giugno 2005 è stato possibile leggerlo, comprenderlo, capirlo. Ecco i punti d’accordo pubblicati:
1) Gli scissionisti hanno preteso la restituzione degli alloggi sgomberati tra novembre e gennaio a Scampia e a Secondigliano Circa ottocento persone costrette dal gruppo di fuoco di Di Lauro a lasciare le case.
2) Il monopolio dei Di Lauro sul mercato della droga è spezzato. Non si torna indietro. Il territorio dovrà essere diviso in maniera equa. La provincia agli scissionisti, Napoli ai Di Lauro.
3) Gli scissionisti potranno servirsi di propri canali per l’importazione della droga senza più ricorrere obbligatoriamente alla mediazione dei Di Lauro.
4) Le vendette private sono separate dagli affari, ossia gli affari sono più importante delle questioni personali. Se tra anni si verificherà una vendetta legata alla faida, questa non farà riaccendere le ostilità ma rimarrà sul piano privato.
Versione 2
Così si scopre che la trattativa tra la holding di via Cupa dell'Arco e gli scissionisti si basa su quattro punti. Quattro punti dai quali iniziare a discutere. Con una deroga.
Chi ha il carisma per ordinare di deporre le armi?
Quindi, è il ragionamento di alcuni investigatori esperti di cose secondiglianesi, la pace è stata raggiunta grazie a un intervento esterno.
Ed è a questo punto che - rivela Radiomala - sarebbe intervenuto il boss Vincenzo Licciardi, spalleggiato dai temibili Lo Russo.
Che potesse essere lui l'unico a poter assurgere ad ago della bilancia dello scacchiere mafioso cittadino, per il suo carisma, per il prestigio della sua famiglia nella malavita campana, per la forza militare ed economica del suo gruppo, lo rivela anche il magistrato Antimafia Filippo Beatrice, nell'ordinanza di custodia cautelare che nel luglio scorso ha smantellato la rete commerciale della camorra spa, quando scrive: “Al potere criminale di Vincenzo Licciardi nemmeno lo stesso Paolo Di Lauro può opporsi”.
E sarebbe stato proprio Licciardi, con l'appoggio del gruppo del rione San Gaetano, a chiedere - e ad ottenere - una tregua. In attesa che venissero concordate le basi per la pace futura.
Punto primo) Gli scissionisti hanno preteso la restituzione degli alloggi sgomberati con il ferro e il fuoco tra novembre e gennaio a Scampia e Secondigliano. Cifre ufficiali non ce ne sono, ma si parla di non meno di ottocento persone costrette dal gruppo di Di Lauro a lasciare gli appartamenti nei rioni dormitorio; interi lotti di case popolari sono da allora disabitati, ma sorvegliati a vista da sentinelle quasi invisibili.
Punto secondo) Il monopolio della famiglia di Cupa dell'Arco sul mercato della droga è spezzato, indietro non si torna. Quindi, il territorio dovrà essere suddiviso in maniera equa: la provincia agli scissionisti, Napoli ai Di Lauro. E più precisamente sembra che al gruppo dei fuoriusciti siano andati i Comuni di Casavatore, Melito e Mugnano (su quest'ultimo c'erano state alcune divergenze, poi superate, per il settore delle estorsioni) mentre al boss latitante Secondigliano e Scampia oltre agli altri quartieri cittadini della cintura nord.
Punto terzo) Gli scissionisti potranno servirsi dei propri canali per l'importazione della droga senza più ricorrere obbligatoriamente ai Di Lauro.
Punto quarto) Le vendette private sono separate dagli affari.
“Ciò non significa - rivelano negli ambienti investigativi - che non ci saranno più morti ammazzati. Ma più semplicemente che gli affari sono stati considerati più importanti delle questioni personali”.
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martedì 11 dicembre 2007
La freccia del tempo
Cari lettori,
ho trovato questi due stralci di un vecchio manoscritto, opera di un Anonimus Scriptor de quaestionibus camorrae, risalente al secolo XIII, riportate nel best-seller dell'Eletto.
Non chiedetemi qual è l'originale, perché non lo so. Con l'Eletto la freccia del tempo non vale, perché lui potrebbe averlo pensato prima di scriverlo e quindi mantenere il primato, in ogni caso. E poi l'Anonimus Scriptor pubblicava per quei pochi lettori di manzoniana memoria, mica per l'umanità.
Saluti
Il clan Di Lauro è sempre stato un’impresa perfettamente organizzata. Il boss lo ha strutturato con un disegno d’azienda da multilevel. Ogni livello ha in sé dei sottolivelli che si relazionano esclusivamente con il proprio dirigente di riferimento e non con l’intera struttura. L’indotto dello spaccio è enorme, migliaia di persone ci lavorano ma non sanno da chi sono dirette. Intuiscono genericamente per quale famiglia camorristica lavorano, ma nulla di più. Qualora qualche arrestato decidesse di pentirsi, la conoscenza della struttura sarà limitata a un perimetro specifico, minimo, senza riuscire a comprendere e conoscere l’intero organigramma.
La struttura organizzativa del clan Di Lauro sembra copiata dai manuali di management dei guru dell’economia americani: è l’applicazione del principio del multi-level al narcotraffico. Organigramma rigidamente gerarchico, con ruoli e competenze specifici. Gli ordini provengono dal direttivo del cartello e filtrano attraverso i responsabili operativi dello spaccio fino all’ultima vedetta. Il capo governa con mano ferma, ma non parla mai direttamente. […] È la teoria dei cerchi concentrici del crimine organizzato. Non possono accusare il capo, non saprebbero nemmeno riconoscerlo.
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Etichette: Chi ha copiato da chi?
martedì 4 dicembre 2007
Chi ha copiato da chi?
Cari lettori,
stavolta cambiamo il concorso a premi Trova la differenza e vi invitiamo a indovinare quale dei due brani è tratto da "Gomorra".
Su, avanti... Concentratevi come è concentrato lui...
La notte del 21 gennaio, la stessa notte dell’arresto di Cosimo Di Lauro, venne ritrovato il corpo di Giulio Ruggiero. Trovarono un’auto bruciata, un corpo al posto di guida. Un corpo decollato. La testa era sui sedili posteriori. Gliel’avevano tagliata. Non con il colpo netto dell’accetta, ma col flex: la sega circolare dentellata usata dai fabbri per limare le saldature. Lo strumento peggiore in assoluto, ma proprio per questo il più plateale. Prima tagliare la carne e poi scheggiare l’osso del collo. Dovevano aver fatto il servizio proprio lì, visto che per terra c’erano d’intorno scaglie di carne come se fosse trippa. Le indagini non erano neanche state avviate che in zona tutti sembravano sicuri che fosse un messaggio. Un simbolo. […]
[…] Poi la macabra esecuzione della decapitazione. Eseguita con un flex, la sega elettrica utilizzata dai tagliatori e tornitori per tranciare anche il ferro. Non un colpo netto, ma una lenta operazione da macellai che ha sfrangiato il tessuto umano, disperdendo ovunque - sul cadavere e nell’abitacolo - brandelli di carne. Successivamente, il cadavere sarebbe stato cosparso di benzina e dato alle fiamme, all’interno di una Passat. Con la testa poggiata dietro il corpo.
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lunedì 3 dicembre 2007
Cutolo querela Roberto Saviano...
ALTRE QUERELE PER SAVIANO
(articolo pubblicato su La Repubblica, 2 dicembre 2006)
Raffaele Cutolo contro "Gomorra". Dal carcere di Novara, dove è detenuto in isolamento, il boss storico della camorra lancia un atto d´accusa contro Roberto Saviano, lo scrittore minacciato dai clan per il libro in cui racconta l´impero economico della criminalità organizzata campana. «Ha scritto falsità. Mi accusa di un omicidio atroce e infamante, che non ho mai commesso, e ora ne risponderà in tribunale», scrive Cutolo in una lettera indirizzata a uno dei suoi legali. Il casus belli è un passaggio di "Gomorra", nel quale si attribuisce al boss l´assassinio della figlia del giudice Alfonso Lamberti, uccisa all´età di 10 anni in un agguato a Cava dei Tirreni (era il 29 maggio 1982). «Non sono mai stato indiziato, né indagato, né tantomeno processato per quel fatto tremendo», replica il fondatore della Nuova camorra organizzata. Che aggiunge: «Nella mia vita ho fatto del male a molte persone. Ma accusarmi di aver fatto sparare in faccia a una bambina, questa è una menzogna che non posso accettare». Cutolo ha incaricato uno dei suoi avvocati, Gaetano Aufiero, di sporgere querela nei confronti di Saviano. Dice il legale: «Sono stato io stesso, leggendo Gomorra, a stupirmi per quelle affermazioni, e ho subito informato il mio cliente. Senza nulla togliere al valore del libro, che nel complesso è certamente ben fatto e interessante, non si possono non considerare diffamatorie le frasi sull´omicidio della piccola Simonetta Lamberti». L´affondo del boss della camorra, condannato a otto ergastoli e in carcere dal ´79 (complessivamente ha già scontato 44 anni di reclusione), rende ancor più pesante il clima che si è creato intorno a Saviano dopo la pubblicazione di "Gomorra". Minacciato di morte dai clan, lo scrittore vive attualmente sotto protezione , in una località segreta, comunica solo via mail e le misure di sicurezza decise dalla prefettura di Napoli per tutelarlo sono severissime. Il libro di Saviano è un viaggio-inchiesta nel mondo affaristico e criminale della camorra, detta anche "Sistema". Un percorso che ricostruisce le sperimentate logiche economico-finanziarie ed espansionistiche dei clan del napoletano e del casertano, da Secondigliano a Casal di Principe. Un percorso che attraversa la sanguinosa faida di Scampia e il sofisticato dominio criminale del cartello dei casalesi. Realtà che affondano le loro radici nella camorra cutoliana degli anni ´80. Nella descrizione dell´omicidio di Gelsomina Verde, la ragazza di 22 anni sequestrata, torturata, ammazzata con un colpo alla nuca e infine carbonizzata dai sicari del clan Di Lauro il 22 novembre del 2004, Saviano fa un parallelismo con gli anni della camorra di Cutolo. Riferisce di un´intervista nella quale Immacolata Iacone, la moglie del "professore", come era soprannominato il boss, sostiene che «la camorra, quella vera, quella del marito, non uccideva mai le donne… Aveva una forte etica, fatta da uomini d´onore. Bisognava forse ricordarle – scrive Saviano, ed è questo il passaggio in questione – che negli anni ´80 Cutolo fece sparare in faccia a una bambina di pochi anni, figlia del magistrato Lamberti, davanti al padre». Di qui la querela per diffamazione da parte di Cutolo, difeso dagli avvocati Gaetano Aufiero e Paolo Trofino. Simonetta Lamberti fu uccisa il 29 maggio del 1982 nel corso di un attentato il cui obiettivo era il padre, il giudice Alfonso Lamberti, procuratore di Sala Consilina.
(Riportato da Casertasette.com)
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Parola di procuratore...
PROCURATORE ANTIMAFIA: VISITA DI SAVIANO A CASALE E' STATA SPETTACOLARIZZAZIONE
Il ritorno dello scrittore anticamorra Roberto Saviano a Casal di Principe, 'quartier generale' del clan camorristico dei Casalesi? "Non ce n'era davvero bisogno - dice Franco Roberti, coordinatore della direzione distrettuale antimafia di Napoli - Saviano è in grave pericolo. Non servono eroi o martiri". Parole di Roberti che è intervenuto al programma "Viva Voce" su Radio 24 parla della partecipazione dell'autore di 'Gomorra' alla manifestazione, lunedì scorso, organizzata nel Casertano all'insegna della legalità e che ha visto la presenza, tra gli altri, del presidente della Camera, Fausto Bertinotti. "Non servono eroi o martiri - ha detto Roberti - ma una politica antimafia seria che al di là delle spettacolarizzazioni, come l'esibizione di Saviano, dia risposte concrete ai cittadini in termini di legalità, sviluppo economico, sicurezza". "Come avevamo suggerito agli organizzatori della manifestazione - ha sottolineato - dovevano rinunciare alla presenza di Saviano, una ostensione che ha accresciuto il già grave pericolo in cui versa lo scrittore e che non è stata utile a scuotere le coscienze". "Il valore enorme della testimonianza di Saviano sta nelle cose che scrive e che tantissimi fortunatamente leggono, non nella sua presenza a Casal di Principe, che è stata letta come una sfida dai camorristi - ha concluso - E' stata una spettacolarizzazione superflua e dannosa. Saviano è protetto dallo Stato. Ma non possiamo sfidare il pericolo che incombe su di lui, accrescendolo inutilmente".
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Etichette: Gomorra e spettacoli
domenica 2 dicembre 2007
Chiesto rinvio a giudizio per Roberto Saviano
Cari lettori,
vi segnalo questa notizia pescata dal sito http://www.comunedipignataro.it/
PIGNATARO - Riceviamo e pubblichiamo il seguente comunicato stampa del sindaco Giorgio Magliocca:
COMUNICATO STAMPA
La Procura della Repubblica di Monza in data odierna ha depositato il fascicolo delle indagini preliminari ed ha chiesto il rinvio a giudizio per il Direttore Responsabile del settimanale “Il Diario” e del giornalista Roberto Saviano - autore di Gomorra- per aver diffamato il sindaco e consigliere provinciale avvocato Giorgio Magliocca con un articolo apparso su “Il Diario”, edizione del 26 settembre 2003. Questa la frase diffamatoria: “Mentre decine di agenti della polizia con difficoltà sgombravano la villa-bunker tra imprecazioni e urla delle donne del clan, Ligato si è rivolto con fare sbalordito al sindaco Giorgio Magliocca (An) lì presente: «Ma come dopo tutti i voti che ti ho fatto avere, mi fai togliere la casa?». L’udienza preliminare si avrà presso il Tribunale di Monza il 13 febbraio 2008. [...]
Naturalmente, esprimiamo solidarietà al collega Roberto Saviano, anche se talvolta la furia scoopistica può giocare qualche brutto scherzo...
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sabato 1 dicembre 2007
Cari lettori,
vi segnalo questo interessante articolo della giornalista Matilde Andolfo, tratto da "Il Barbiere della Sera".
18.12.2006
Saviano, questo ad Annalisa non lo dovevi fare
Ho letto il libro di Roberto Saviano. E mi sono arrabbiataA leggere il resoconto di “Gomorra”, un viaggio che l’autore compie tra i gangli del sistema camorristico, non si può non rimanerne affascinati e allo stesso tempo stupiti, choccati per la crudezza e la puntualità con cui viene descritta la realtà criminale.E’ un libro coraggioso che riporta fatti e situazioni che spesso e volentieri sfuggono anche a chi vive a Napoli. Saviano è un cronista da reportage ma soprattutto un abile affabulatore.Fin qui i complimenti. Poi mi è piovuta addosso la doccia fredda. Ad un certo punto ho avuto l’impressione che l’occhio dell’autore fosse diventato miope. Quelle pagine dedicate ad Annalisa Durante, la ragazzina ammazzata durante un conflitto a fuoco tra camorristi il 27 marzo 2004 sono un cumulo di falsità: menzogne che finiscono soltanto per infangarne la memoria. La mia non vuol essere una critica asettica ma soltanto un grido di rabbia perché è ingiusto colpire qualcuno che non può difendersi. Ma ancor più grave se a distruggere l’onore di una vittima di camorra è un giornalista e scrittore. Penso alla madre di Annalisa, mamma Carmela, che lette quelle righe infamanti sulla figlia ha rinnovato il dolore atroce per la seconda volta. Saviano dipinge Annalisa non con la penna attenta di chi si è documentato ma piuttosto con la presunzione di chi vuol ricavarne un ritratto quasi simbolico. Così dal romanzo emerge Annalisa personaggio e non persona. La storia di Annalisa diventa quindi la storia di qualunque altra ragazza che soltanto per il fatto di abitare a Forcella ha un destino già segnato dalla camorra o dal lavoro nero. Ma questa che descrive Saviano, peraltro immaginandola, non è la storia di Annalisa. Saviano scrive: “Quattordici anni. Quattordici anni. Riperterselo è come passarsi una spugna d’acqua gelata lungo la schiena. Sono stato al funerale di Annalisa Durante. Sono arrivato presto nei pressi della chiesa di Forcella. I fiori non erano ancora giunti, manifesti affissi ovunque, messaggi di cordoglio, lacrime, strazianti ricordi delle compagne di classe. Annalisa è stata uccisa.La serata calda, forse la prima serata veramente calda di questa stagione terribilmente piovosa, Annalisa aveva deciso di trascorrerla giù al palazzo di un’amica. Indossava un vestitino bello e suadente. Aderiva al suo corpo teso e tonico, già abbronzato. Queste serate sembrano nascere apposta per incontrare i ragazzi, e quattordici anni per una ragazza di Forcella è l’età propizia per iniziare a scegliersi un possibile fidanzato da traghettare sino al matrimonio.Le ragazze dei quartieri popolari di Napoli a quattordici anni sembrano già donne vissute. I volti sono abbondantemente dipinti, i seni sono mutati in turgidissimi meloncini dai push-up, portano stivali appuntiti con tacchi che mettono a repentaglio l’incolumità delle caviglie. Devono essere equilibriste provette per reggere il vertiginoso camminare sul basalto, pietra lavica che riveste le strade di Napoli, da sempre nemico d’ogni scarpa femminile.Annalisa era bella. Parecchio bella. Con l’amica e una cugina stava ascoltando musica, tutte e tre lanciavano sguardi ai ragazzetti che passavano sui motorini, impennando, sgommando, impegnandosi in gincane rischiosissime tra auto e persone. È un gioco al corteggiamento. Atavico, sempre identico.La musica preferita dalle ragazze di Forcella è quella dei neomelodici, cantanti popolari di un circuito che vende moltissimo nei quartieri popolari napoletani, ma anche palermitani e baresi. Gigi D’Alessio è il mito assoluto. Colui che ce l’ha fatta a uscire dal microcircuito imponendosi in tutta Italia, gli altri, centinaia di altri, sono rimasti invece piccoli idioti di quartiere, divisi per zona, per palazzo, per vicolo. Ognuno ha il suo cantante.D’improvviso però, mentre lo stereo spedisce in aria un acuto gracchiante del neomelodico, due motorini, tirati al massimo, rincorrono qualcuno. Questo scappa, divora la strada con i piedi. Annalisa, sua cugina e l’amica non capiscono, pensano che stanno scherzando, forse si sfidano.Poi gli spari. Le pallottole rimbalzano ovunque. Annalisa è a terra, due pallottole l’hanno raggiunta. Tutti fuggono, le prime teste iniziano ad affacciarsi ai balconi sempre aperti per auscultare i vicoli. Le urla, l’ambulanza, la corsa in ospedale, l’intero quartiere riempie le strade di curiosità e ansia. […] A questo punto del libro la mamma di Annalisa ha cominciato a piangere. Di rabbia. Aveva il respiro bloccato come se qualcuno le avesse dato un pugno nello stomaco.Annalisa, la sera dell’omicidio, non indossava il vestitino attillato. In realtà aveva un paio di jeans con tasche gialle, una Tshirt nera e calzava un paio di Nike “silver” dorate. Quegli abiti sono ancora ammassati in un enorme sacco della spazzatura nascosto in casa della zia. Da allora nessuno ha mai avuto il coraggio di riaprirlo. Mamma Carmela ripete sempre che un giorno, se ne avrà la forza, farà lavare quei vestiti e li riporrà nel cassetto dei ricordi. La verità è questa. Poco suggestiva forse, ma è la verità. E allora mi chiedo perché Saviano ha voluto descrivere Annalisa in maniera poco obiettiva? Forse perché la verità mal si adattava al personaggio provocante presentato nel romanzo.Certo soltanto un abitino suadente avrebbe potuto avvalorare la tesi di un’adolescente smaliziata e precoce. Non quei jeans sdruciti. D’altra parte in Gomorra vengono rievocati con disinvoltura i riti del corteggiamento, della disperazione: descritti al pari dell’iniziazione nel mondo degli adulti. Nel romanzo sembrano affiorare gli elementi tipici dell’epos ma in maniera assolutamente illegittima. Nel descrivere fatti e persone reali non è infatti possibile fare riferimento al poema omerico in cui personaggi-eroi e storie appaiono simboli universali che tratteggiano l’età dell’umanità fanciulla. Nell’epos il mito è storia perché un tempo la tradizione orale rappresentava quel che oggi esplicano telegiornali, giornali, radio e libri di storiografia. Ecco perché la storia di Annalisa andava raccontata senza manipolazioni. Spero comunque che in un autore così giovane non conviva la mala fede nonostante sia personalmente convinta che se avesse voluto essere leale gli sarebbe bastato entrare in casa Durante, vedere le tracce lasciate da Annalisa per capire la sua vera immagine. Manipolare la verità è grave quanto la censura soprattutto quando un libro diventa strumento di conoscenza di una realtà sconosciuta ai più.Annalisa non era una donna-bambina. A testimoniarlo sono le sue forme (come pretendere un concentrato di femminilità da una ragazzina che aveva avuto il menarca 8 mesi prima della sua morte?) ma soprattutto i suoi pensieri riversati in un diario che io ho avuto la fortuna di leggere per intero e che Saviano finge di riportare in maniera del tutto fantasiosa. Annalisa era soltanto una bambina: cicciottella, con le carni tenere, delicate come le sue manine che spesso si perdevano nella manona del papà. E quel soprannome ‘a bellissima non nascondeva nulla di malizioso anche se Saviano ritiene che Annalisa sarebbe stata pronta a sposarsi con un camorrista o un morto di fame. Ma ad indignarmi di più è stata la parte del funerale: un trionfo di perizomi e pantaloni a vita bassa indossate dalle amichette di Annalisa. Per fortuna nel romanzo Saviano ha tralasciato la parte che invece è riportata in un suo articolo apparso sulla rivista on line “Nazione Indiana”: l’incontro assolutamente inventato tra i boss della camorra e Giannino Durante ai funerali della figlia. Ultima annotazione riguarda il cellulare che nel romanzo l’autore ha fatto macabramente trillare attraverso un’amica di Annalisa. In realtà quel telefonino non avrebbe potuto emettere alcun suono perché era spento. Ma ancora una volta la finzione letteraria giustifica la menzogna. Lo spunto della miseria umana di Forcella viene in aiuto all’autore per rappresentare Annalisa e il suo mondo come un unicum aberrante che non ha nulla di umano. E’ chiaro che Saviano ne rimane disgustato e, con distacco intellettuale, descrive Forcella come sublimazione dell’infimo.Il dolore di quella povera madre che piange la sua creatura viene liquidato dall’autore di Gomorra ne “la solita scena tragica” che rappresenta “la condanna culturale in cui avviene”. Ma Lina Durante è pur sempre una madre a cui hanno ammazzato la figlia. Nessuno ha il diritto di giudicare la sua condotta in un momento di così grande disperazione. Non dimentichiamo, infine, che Annalisa non c’entrava nulla con la camorra al pari delle tante altre vittime innocenti come Claudio Tagliatela che la ragazzina di Forcella ha ricordato in una pagina del suo diario quasi fosse un presagio. In Gomorra di Saviano tutto appare inevitabile. Così anche la morte di una ragazzina di 14 anni sembra la cronaca di una tragedia annunciata. Forse è un modo per esorcizzare la paura che chiunque possa finire sotto i colpi di assassini. O piuttosto è il segno di un autentico pregiudizio nei confronti di chi nasce in realtà degradate.Nel romanzo sembra quasi che Annalisa era destinata a finire ammazzata perché figlia di quell’ambiente. Saviano immagina per lei un futuro al fianco di un camorrista o di un fallito dedito al lavoro nero. Secondo questa logica, seppure fosse sopravvissuta, per la società e il mondo intero Annalisa sarebbe stata una donna invisibile.E allora, maledizione, tanto vale che sia morta.
Matilde Andolfo
giornalista free lance e autrice di "Il diario di Annalisa"
Pubblicato da 01 a 19.24 3 commenti
venerdì 30 novembre 2007
Non sputare nel piatto in cui hai mangiato...
Cari lettori,
spulciando in Internet, ho trovato questo INTERESSANTISSIMO articolo dell'Eletto sulla stampa di rispetto, pubblicato su "La Voce della Campania" del novembre 2005.
Ecco alcuni stralci...
Corriere di Caserta, Gazzetta di Caserta, Cronache di Napoli. Veri e propri bollettini quotidiani di camorra. Ogni giorno pubblicano articoli monografici su agguati, sparatorie, nuove alleanze. Notizie di cronaca nera articolate con una scrittura comprensibile solo ad un pubblico che conosce esattamente sin nel dettaglio i meccanismi e le logiche dei clan. Dopo ogni morte e dopo ogni scontro, sulle loro pagine si stilano ipotesi di lettura e si ipotizzano persino i responsabili degli agguati. Ancor prima che ci siano processi, sentenze e condanne. Si muovono spesso sul piano informale delle informazioni. Il linguaggio usato è proprio quello degli affiliati: “Ucciso perché infame”; oppure, invece di chiamare i pentiti collaboratori di giustizia, li definiscono “gole profonde”. Spesso sanno di avere come interlocutori affiliati, fiancheggiatori, boss e capizona, imprenditori e politici vicini ai cartelli camorristici. Nelle supercarceri, non ci sono casertani e napoletani che non abbiano l’abbonamento a questi giornali. Trattano di boss e gregari e spesso fanno gossip parlando dei loro amori, delle loro avventure private. Veri e propri eroi dell’imprenditoria economica del Mezzogiorno e dell’impresa militare.
Quando fu arrestato in Polonia il cugino di Francesco Schiavone Sandokan, ossia Francesco Schiavone Cicciariello, il titolo suonò come uno sberleffo: “Cicciariello arrestato con l’amante”. Quasi a voler mostrare che la sua debolezza carnale lo aveva reso vulnerabile. I titoli sparati a caratteri cubitali come quello pubblicato durante le requisitorie del processo Spartacus, sono spesso ambigui: “Sandokan controlla quarantamila voti”, e poi, “In quattro comuni il boss ha deciso sindaci e assessori”. Il titolo parla al presente; il sottotitolo usa il passato. Ma, soprattutto, la notizia riguarda la requisitoria di Cafiero de Raho, che trattava degli anni’80 e ’90. Il messaggio sembra chiaro: non è cambiato nulla. Sembra un avvertimento a politici e affiliati tutti. Di esempi del genere ce ne sono molti. Su Cronache di Napoli sono apparsi all’interno di un articolo i punti di accordo tra gli scissionisti e i Di Lauro per giungere alla pace.
Sul Corriere di Caserta è stata pubblicata una lettera anonima che segnalava il responsabile presunto (un prete di Casapesenna) di una soffiata ai carabinieri circa la presenza di Michele Zagara, boss reggente dei casalesi latitante da dieci anni. La lettera conteneva chiare minacce di morte. Pubblicandola il messaggio è arrivato a tutti forte e chiaro e il clan si è anche potuto risparmiare pallottole e ulteriori indagini per omicidio. Ma ora la simpatia dei clan sembra aver abbandonato il Corriere di Caserta. Con una lettera ufficiale indirizzata al direttore della Gazzetta di Caserta il 21 settembre scorso, il capo dei casalesi condannato all’ergastolo da poche settimane all’interno del processo Spartacus dichiara di non considerare più il Corriere di Caserta un giornale affidabile e di prescegliere la Gazzetta di Caserta, a cui intima di comportarsi bene per evitare di perdere la sua fiducia. Sandokan usa la lettera spedita al giornale anche per mettere pace. Infatti in un passaggio dichiara che «Cicciotto Bidognetti» non l’ha tradito, come sostiene invece il neopentito Luigi Diana. Un modo per lanciare dal carcere un messaggio di pace al clan rivale, una sorta di proposta di riavvicinamento dopo anni di burrasca e guerra, per rimettere insieme le fila del clan e sopratutto non farsi lasciare isolati dai boss latitanti (Iovine e Zagaria) che potrebbero smettere di fare i “reggenti” e divenire completamente autonomi, vera ed unica paura di Bidognetti e Schiavone.
Non si conosce la tiratura reale di questi giornali; certo invece è che dopo ogni agguato, dopo ogni arresto importante, si esauriscono le copie in edicola prima delle 11. Record che nessun quotidiano riesce a raggiungere in Campania. Sono organi informati, capaci di fornire osservazioni e informazioni che la stragrande maggioranza degli altri quotidiani ignora. Articoli rivolti ad un pubblico di affiliati, ma anche per chi vuole capire le decisioni importanti su quali tavoli vengono prese. E non certo la cronaca politica, le notizie istituzionali e gli uffici stampa delle aziende possono dare risposte. Da questi fogli che chiamano i boss con i loro soprannomi, che già tracciano condanne e alleanze prima d’ogni sentenza e indagine, si leggono ogni giorno le volontà di chi comanda davvero.
ROBERTO SAVIANO
Di seguito, alcune considerazioni:
a) Corriere di Caserta, Gazzetta di Caserta, Cronache di Napoli. Veri e propri bollettini quotidiani di camorra. Ogni giorno pubblicano articoli monografici su agguati, sparatorie, nuove alleanze. Notizie di cronaca nera articolate con una scrittura comprensibile solo ad un pubblico che conosce esattamente sin nel dettaglio i meccanismi e le logiche dei clan.
E' vero, ma perché non dici che li leggevi pure tu? Perché non dici che, insieme ad altri quotidiani (Il Roma, Napolipiù, Il Mattino...), ti sono serviti per scrivere tutti quei dettagli per il libro?
b) Su Cronache di Napoli sono apparsi all’interno di un articolo i punti di accordo tra gli scissionisti e i Di Lauro per giungere alla pace.
Lo so, grazie caro. Quell'articolo l'ho scritto io, ma era tanto il disgusto di trovarti tra le mani il quotidiano su cui l'avevo pubblicato che ti sei dimenticato di citare il mio nome... Per carità, è un problema di fosforo. Però, a rimediare ci hanno pensato gli avvocati della Mondadori. Ancora grazie
c) Non si conosce la tiratura reale di questi giornali; certo invece è che dopo ogni agguato, dopo ogni arresto importante, si esauriscono le copie in edicola prima delle 11.
Caro Roberto, non è che stiamo parlando della Quadratura della Parabola di Archimede nella versione bizantina del IX secolo (oggi scomparsa); sono quotidiani. Li trovi in edicola. Hanno una tiratura, una diffusione: basta che ti informi e vedi. Mica sono dati segreti. Chiami all'ufficio diffusione e ti danno le informazioni di cui necessiti. Perché vuoi accreditare una versione misteriosa di una cosa tanto elementare? Per fare più bella figura?
d) Sono organi informati, capaci di fornire osservazioni e informazioni che la stragrande maggioranza degli altri quotidiani ignora.
Certo che sono informati, se no col cazzo che prima delle 11 sono finiti in edicola, come - quasi giustamente - affermi tu. Mi spieghi, scusa, se al lettore medio napoletano racconto le origini dell'Onorata società, che tipo di futuro editoriale avrò?
e) Articoli rivolti ad un pubblico di affiliati, ma anche per chi vuole capire le decisioni importanti su quali tavoli vengono prese.
Rivolti a un pubblico di affiliati e non solo, visto che pure tu - come ho dimostrato ampiamente e come continuerò a dimostrare nelle settimane, nei mesi a venire - leggevi. O sei pure tu del sistema?
f) Da questi fogli che chiamano i boss con i loro soprannomi, che già tracciano condanne e alleanze prima d’ogni sentenza e indagine, si leggono ogni giorno le volontà di chi comanda davvero.
Chi comanda davvero? Ma tu credi veramente che Cicciotto 'e mezzanotte, Sandokan, Luigi 'o drink (uno abituato a trattarsi bene, visto il soprannome), 'o rre di Forcella e tutti quei personaggi in cerca di autore di cui scrivono i giornali siano il terzo livello del potere camorrista? Ma ci hai mai parlato con un camorrista? A leggere il tuo - il nostro - libro, perché tutti i giornalisti napoletani lo sentono almeno un po' in comproprietà, minimo minimo sembra che abbiano conseguito un dottorato a Yale e che solo per colpa del destino cinico e baro vivano a Scampia, o a San Giovanni a Teduccio. Ma tu ci hai mai parlato? Sono delle capre, degli animali, degli analfabeti. Per favore, dategli una camomilla, che l'Eletto sta iniziando ad avere le allucinazioni...
Ps: quando ti verrà in sogno Cutolo e ti darà tre numeri da giocare, facci un fischio...
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mercoledì 28 novembre 2007
Perché questo blog
Cari lettori,
vorrei ritornare, brevemente, sul motivo della nascita di questo blog. Un blog che poteva essere anonimo, e nessuno avrebbe avuto modo di rimproverarmi un eccesso di protagonismo (di cui non soffro), o di invidia (dalla quale sono immune, almeno rispetto a questo tema), eppure non ho scelto di nasconderlo tra le nebbie del web.
Il blog che avete la pazienza di visitare non è "contro" Roberto Saviano, ma "su" Roberto Saviano. Non contro la persona, anche perché credo che nessuno abbia il diritto di infangare un'altra, ma contro il personaggio e contro coloro che hanno contribuito a ingigantirne gli aspetti caricaturali. Vorrei avere l'opportunità di parlare, anche soltanto dieci minuti, con quei politici, quei sociologi, quei coglioni che hanno fatto la gara a inviare comunicati inneggianti alla grandezza intellettuale di Saviano e della sua opera, perché vorrei chiedere loro: fino ad oggi, dove avete vissuto? Che cosa avete letto? Quali giornali avete comprato? Quali telegiornali avete ascoltato? Sono convinto che nemmeno il dieci per cento di quelli che hanno riempito la casella mail dell'Ansa Campania per guadagnare un titoletto sul fatto del giorno hanno letto "Gomorra". Non lo hanno letto e non lo capirebbero. Però ne hanno parlato e, facendolo, hanno costruito un personaggio che non ha aderenza con la realtà: Saviano non è Giovanni Falcone, né Paolo Borsellino, tanto meno Giancarlo Siani, perché di Saviano - se andate a vedere un po' su Internet - non trovate nulla di rilevante: qualche inchiestina sulla camorra, come se ne fanno alla scuola superiore. Ma non è una colpa, per carità. Però, ingigantendo Saviano, questi balordi hanno sminuito gli altri. E questa azione è una offesa che i giornalisti che si fanno il mazzo non meritano. Sono convinto che Saviano sia rimasto intrappolato nel suo stesso personaggio, anche perché quando ci sono in ballo affari milionari non è facile riuscire a ragionare con lucidità e rapidità. Di tutti i blog nati per sostenere Saviano, questo - lo affermo con immodestia - è l'unico che gli fa davvero bene, perché lo fa scendere - o precipitare, dipende dai casi - dal piedistallo a una condizione un po' più umana, una condizione in cui possa riconoscere di aver usato materiale di colleghi, ma di non averlo potuto affermare prima per questioni editoriali. Una condizione in cui possa finalmente tornare a essere una promessa del mondo del giornalismo e non un Eletto. Perché qui nessuno vuole l'esclusiva sulla camorra, ma non firma assegni in bianco da regalare al primo venuto. Né io aspiro a prendere il posto dell'Eletto. Bisognerebbe avere il coraggio di andarsi a rileggere "Il nome della rosa" e riflettere sul significato di tragico e comico: Saviano è il lato tragico della realtà napoletana, ma non ha motivo di caricare su di sé e sul suo volto scavato le sofferenze di un intero popolo (il che mi ricorda un po' il personaggio di un libro di Stephen King, "Il miglio verde", il quale assorbe le malattie degli altri trasferendole nel suo corpo...) ed è tragico per colpa degli altri, non sua.
Aspettiamo di capire quale sia il lato comico.
Ps: Vorrei ringraziare gli anonimi lettori che, dalla sede della Arnoldo Mondadori Editore di Milano, si sono collegati a questo blog - così come certificato da Shiny Stat -. Grazie per la vostra presenza, pur se sfuggente, mi fate onore.
Ps2: Dal prossimo post, inizieremo ad analizzare un po' le notizie inventate di sana pianta da Saviano in "Gomorra" riferite alla mafia cinese, agli affari dei magliari...
Pubblicato da 01 a 22.05 1 commenti
Il profilo... visto di profilo
Un altro interessante caso di scrittura duale, fenomeno sconosciuto ai più, in base al quale due persone scrivono la stessa cosa a distanza di qualche tempo, ma nessuno dei due ha copiato dall'altro...
Cioè, nessuno dei due ammetterà mai di aver copiato dall'altro...
Gomorra:
Era cresciuto proprio in via Cupa dell’Arco, la strada di Paolo Di Lauro e della sua famiglia. Amato era diventato un dirigente di spessore da quando mediava sui traffici di droga e gestiva le puntate d’investimento. Secondo le accuse dei pentiti e le indagini dell’Antimafia, godeva di un credito illimitato presso i trafficanti internazionali, e riusciva a importare quintali di cocaina. Prima che i poliziotti in passamontagna lo sbattessero con la faccia per terra, Raffaele Amato aveva già avuto una battuta d’arresto: quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del gruppo e a un grosso trafficante albanese, che si faceva aiutare negli affari da un interprete d’eccellenza, il nipote di un ministro di Tirana.
Cronache di Napoli (pubblicato il 17 settembre 2005)
Raffaele Amato, prima della scissione, era il secondo uomo più potente del clan Di Lauro. Le sue puntate – ricorda uno degli investigatori più esperti della questura di Napoli – smuovevano masse di soldi da far impallidire. Le amicizie coi trafficanti spagnoli e albanesi, il suo carisma, il suo prestigio personale (perché anche i criminali devono essere seri se vogliono andare avanti) e il credito quasi illimitato di cui godeva presso i cartelli internazionali, ne avevano fatto un intoccabile […]. Fino a quando all’inizio degli anni Novanta, Lelluccio, entra a far parte del gruppo dirigente di via Cupa dell’Arco, lui che – in quella strada – c’era nato e cresciuto […]. Ma l’uscita di Amato dalla holding si è verificata ben prima, precisamente il 27 gennaio 2001 quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del clan e a un grosso trafficante albanese, che si faceva aiutare per concludere gli affari da un interprete, il nipote di un ministro di Tirana…
Pubblicato da 01 a 17.26 4 commenti
martedì 27 novembre 2007
E' una questione di umanità...
Cari lettori del blog,
stavolta arriviamo velocemente alla terza puntata di Trova la differenza, il quiz a premi che permette di vivere le fantastiche atmosfere di Gomorra e di poter vincere un week-end nei covi dei latitanti di camorra a leggere il capolavoro di Roberto Saviano.
Stavolta parleremo della prima (e ultima) presenza di Paolo Di Lauro in tribunale, subito dopo l'arresto. Ecco quanto scritto da Saviano e quanto, invece, riportato dal collega Giancarlo Palombi su Cronache di Napoli.
Poi, nel corso delle settimane, daremo spazio anche ad altri episodi e ad altri colleghi. Per il momento, soffermiamoci su questo, che è particolarmente indicativo, visto che Saviano afferma di essere stato in tribunale quel giorno, anche se nessuno l'ha visto. Forse indossava un paio di baffi finti, o forse si era travestito da agente di polizia penitenziaria...
Gomorra
Dopo alcuni giorni Paolo Di Lauro venne portato in tribunale, nell’aula 215. Presi posto tra il pubblico di parenti. L’unica parola che il boss pronunciò fu “presente”. Tutto il resto lo articolò senza voce. Gesti, occhiolini, ammiccamenti, sorrisi, divengono la sintassi muta attraverso cui comunica dalla sua gabbia. Salute, risponde, rassicura. Alle mie spalle prese posto un omone brizzolato. Paolo Di Lauro sembrava fissarmi, in realtà aveva intravisto l’uomo dietro di me. Si guardarono per qualche secondo, poi il boss gli fece l’occhiolino. Sembrava che dopo aver saputo la notizia dell’arresto molti fossero venuti a salutare il boss che per anni, a causa della latitanza, non avevano potuto incontrare. Paolo Di Lauro era in jeans e polo scura. Ai piedi le Paciotti, le scarpe che indossano tutti i dirigenti dei clan da queste parti. I secondini gli liberarono i polsi togliendogli i ceppi, le manette. Per lui un’unica gabbia. In aula entra tutto il gotha dei clan del nord di Napoli: Raffaele Abbinante, Enrico D’Avanzo, Giuseppe Criscuolo, Arcangelo Valentino, Maria Prestieri, Maurizio Prestieri, Salvatore Britti e Vincenzo Di Lauro. Uomini ed ex uomini del boss, ora divisi in due gabbie: fedeli e Spagnoli. Il più elegante è Prestieri, giacca blu e camicia oxford azzurra. È lui il primo che dal gabbione si avvicina al vetro di protezione che lo separa dal boss. Si salutano. Arriva anche Enrico D’Avanzo, riescono persino a bisbigliare qualcosa tra le fessure del vetro antiproiettile. Molti dirigenti non lo vedevano da anni. Suo figlio Vincenzo non lo incontra più da quand nel 2002 divenne latitante, rifugiandosi a Chiasso, in Piemonte, dove fu arrestato nel 2004. […] Col figlio però avvenne un dialogo silenzioso strano. Vincenzo indicò con l’indice l’anulare della sua mano sinistra come per chiedere al padre: “La fede?”. Il boss si passò le mani ai lati della testa, poi mimò un volante come se stesse guidando. […] Non riuscivo a decifrare bene i gesti. L’interpretazione che i giornali ne diedero fu che Vincenzo aveva chiesto al padre come mai fosse senza la fede e il padre gli avesse fatto capire che i carabinieri gli avevano tolto tutto l’oro. Dopo i gesti, gli ammiccamenti, i labiali veloci, gli occhiolini e le mani attaccate sul vetro blindato, Paolo Di Lauro si bloccò in un sorriso guardando il figlio. Si diedero un bacio attraverso il vetro. L’avvocato del boss al termine dell’udienza chiese di poter permettere un abbraccio tra i due. Venne concesso. Sette poliziotti lo presidiarono. “Sei pallido”, disse Vincenzo e il padre gli rispose fissandolo negli occhi: “Da molti anni questa faccia non vede il sole”.
Cronache di Napoli
Un fuoriprogramma conclude l'udienza. L'imputato Paolo Di Lauro ha una richiesta da fare alla Corte. E' il suo difensore a farsi portavoce prendendo la parola in un'aula ancora gremita. Si fa appello all'umanità dei giudici perché a Paolo Di Lauro sia concessa la possibilità di un semplice e fugace abbraccio con il figlio Vincenzo che “non vede da tre anni”. […] E così, si fanno uscire gli altri imputati detenuti presenti nel gabbiotto mentre un cordone di forze dell'ordine si predispone davanti alle sbarre e sette agenti di polizia penitenziaria 'scortano' gli imputati in un percorso interno che li porterà ai blindati per il rientro in carcere. E' questione di pochi minuti. Paolo Di Lauro resta immobile ad osservare la scena nell'attesa che arrivi il fatidico momento. Il figlio Vincenzo è in piedi, resta con le braccia incrociate, forse emozionato ed è da solo nel gabbiotto. Uno sguardo al padre, poi esce anche lui dall'aula e rimane in attesa nel corridoio retrostante. E' un attimo, e lo segue il padre Paolo, accerchiato e sorvegliato da sei agenti. L'abbraccio avviene fugace, chi è nell'aula non riesce a vederlo. Ma questo poco conta. Non c'erano più le sbarre che per tutta la durata dell'udienza li avevano separati, non c'era quel vetro che aveva reso simbolico il bacio che Paolo aveva dato al figlio quando l'udienza era appena iniziata e i loro sguardi, dopo tanto tempo, si erano ritrovati. […]
“Di Lauro Paolo: presente. Il detenuto Di Lauro Paolo è presente in aula?: Si”. Cinque minuti dopo le dodici, Ciruzzo ha parlato. Due parole, pronunciate con piglio infastidito. La voce del boss vibra nell’aula 215. Solo due parole. Due. E tutti hanno potuto ascoltarle, avvocati, presidente, pubblico ministero, giornalisti, agenti della penitenziaria e carabinieri. Perfino i parenti, anche se a loro è stato destinato un altro tipo di linguaggio, un idioma che non usa vocali e consonanti, che vive di gesti, smorfie. Sorrisi. L’ingresso di Ciruzzo, anzi, di Paolo Di Lauro è avvenuto in sordina. Questa volta il capo non è chino, indossa i ‘soliti’ jeans, una polo scura che nasconde una t-shirt bianca. La cella deve essere umida. Sotto i pantaloni le Paciotti alla moda. Attraversa la prima gabbia per accedere al suo alloggio giornaliero. I secondini si avvicinano per slegare i “ceppi”, le grosse manette che fanno di Ciruzzo un “carcerato”. Si volta, poggia sul pavimento in linoleum bollato della gabbia una bottiglia di acqua naturale. Sembra stanco, dimagrito. Si siede. La mano sinistra cinge il polso sinistro e inizia a girare intorno, la stessa cosa fa con la destra: le manette fanno male. Dalle carezze passa al nervosimo, ansia da attesa. Gira i pollici Paolo Di Lauro, e dondola le gambe. E pensare che in molti lo ritengono responsabile di una guerra sanguinaria. Ecco, ora tocca ai saluti. La mano vibra nell’aria poi intermittente si chiude su se stessa, ancora un sorriso: nell’aula sono quasi tutti in piedi. Entra un uomo di mezza età, fisico robusto: lo fissa. E il boss risponde con un occhiolino. Poi si siede nuovamente e poggia la gamba destra su uno scalino. Questa la posizione che terrà per gran parte dell’udienza. La porta che collega l’aula con la zona di attesa dei detenuti si apre per la seconda volta e sfilano i volti noti del processo: Abbinante Raffaele, Abbinante Antonio, D’Avanzo Enrico, Criscuolo Giuseppe, Prestieri Maria, Prestieri Maurizio, Valentino Arcangelo, Britti Salvatore, Pariante Rosario (in videoconferenza da Spoleto). Di Lauro Vincenzo. Tutti chiamati all’appello rigorosamente seguendo l’ordine del cognome e del nome. Come impone la regola. Il primo ad avvicinarsi al vetro blindato che separa le due gabbie è Vincenzo, il figlio. Si guardano per qualche secondo poi i due volti si fermano sul cristallo con le labbra che scambiano un bacio. Padre e figlio si rivedono dopo tre anni.
Maurizio Prestieri saluta Maria, giacca blu e camicia oxford si distingue per l’eleganza. Più “sportivi” gli altri. Tra il pubblico madri, sorelle, cugine, amici e parenti. E mentre il poliziotto continua nella sua deposizione Paolo Di Lauro racconta. E’ una lotteria di gesti e labiali. Un indice puntato verso il pavimento, tre dita e una mano aperta a indicare un numero e il mimo di uno shampoo: “Questa mattina alle 8 ho fatto la doccia”, così sembra raccontare al figlio. E poi ancora mostra l’anulare sinistro senza la fede e descrive il viaggio in un’auto. Forse allude alla richiesta degli agenti dopo l’arresto di privarsi di oggetti d’oro. Ora sembra sereno, fissa con gli occhi - uno sguardo a cui è difficile sfuggire tanto è espressivo - il figlio Vincenzo. La parola passa a D’Avanzo, o meglio il bisbiglìo perché tra le fessure del vetro antiproiettile è difficile parlare. Ancora racconti, rassicurazioni. Ancora sguardi. Anche Prestieri si avvicina al cristallo per salutarlo. Fuori l’aula è un via vai di avvocati, poliziotti in borghese e gente comune: tutti col cellulare tra le mani.
Il caldo comincia a farsi sentire nella “215” e il fumo delle sigarette fumate nei corridoi del ‘primo livello’ del palazzo di giustizia ne annebbia l’ingresso. Ore 13,23: “L’imputato Di Lauro Paolo chiede di poter abbracciare il figlio che non vede da tre anni, solo un abbraccio veloce. E’ una questione di umanità”. E’ il desiderio di Ciruzzo pronunciato dalla voce dell’avvocato Guadalupi.
Gli altri detenuti abbandonano il gabbione, tutti tranne Vincenzo che aspetta il padre. Poi l’incontro e la stretta di braccia e spalle, breve ma intensa. Una frase rubata: “Sei pallido... Questa faccia non vede il sole da...” e la mano destra si chiude su quattro dita e ondeggia sopra la spalla. Da tanto tempo.
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lunedì 26 novembre 2007
Dimenticanza...
Cari lettori del blog,
ho dimenticato di segnalare che l'articolo pubblicato su "Cronache di Napoli", riportato qualche post fa, è stato scritto dal collega Giancarlo Maria Palombi il 17 settembre 2005.
Pubblicato da 01 a 20.06 1 commenti
Etichette: Trova la differenza
sabato 24 novembre 2007
Scusi, dov'è il Terzo mondo?
Cari lettori del blog, come promesso ecco la seconda puntata del quiz: Trova la differenza. Stavolta lo confesserò subito, è stato proprio difficile scovare l'errore...
Leggete che cosa scrive Roberto Saviano, nel libro Gomorra
Gomorra
Il rione Terzo Mondo è circondato da mille uomini tra poliziotti e carabinieri. Un rione enorme, il cui soprannome rende chiara l'immagine della sua situazione, così come la scritta su un muro all'imbocco della sua strada principale: "Rione Terzo Mondo, non entrate".
Madonna, a Secondigliano è passato Dante per caso? Non so se ricordate: Perdete ogni speranza, o voi ch'entrate...
Bene, adesso guardate con attenzione la foto sottostante...
Che cosa leggete? La stessa frase del libro: "Terzo mondo, non entrate...". Saviano c'ha aggiunto Rione, se no pareva brutto copiare...
La foto in questione è stata pubblicata - l'ultima volta - su Cronache di Napoli a pag. 7 il 17/9/2005 e aveva come didascalia, appunto: "Il rione Terzo mondo a Secondigliano".
Purtroppo per Cronache (e, di conseguenza, per Saviano) ci fu un errore nel salvataggio della foto, per sbaglio attribuita al rione Terzo mondo di Secondigliano, quando - invece - è il Terzo mondo di Ponticelli (come agevolmente può constatare chi si è trovato a passare, pure per caso, per il Terzo mondo di Secondigliano: non ci sono scritte sui muri, né il paesaggio urbano è quello che si vede nell'immagine). Quella pubblicata su Cronache - e quindi finita diritta diritta in Gomorra - è la foto sbagliata dei famigerati Bipiani di Ponticelli, così come appaiono nella foto sottostante.
Saviano, scusa: ti abbiamo fatto fare una brutta figura...
Pubblicato da 01 a 15.23 7 commenti
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venerdì 23 novembre 2007
Autori teatrali preveggenti...
Lascio questo post, in attesa della seconda puntata - che andrà in onda domani su questi schermi - sul nuovo gioco: Trova la differenza, che permetterà al più bravo di vincere un week-end targato "Gomorra", con tanto di sparatoria con la polizia e viaggio nelle Vele di Secondigliano alla ricerca di Ciruzzo 'o milionario.
Leggete con attenzione e poi scorrete le righe finali, perché ci sono alcuni interrogativi a cui non so darmi risposta.
da Repubblica.it
COLONNE di cemento, tubi innocenti e sacchi di terra. Scene di degrado urbano, chi guarda percepisce il disagio, la violenza che ogni napoletano sente sulla propria pelle. Però questa non è una storia che riguarda solo Napoli. A Napoli la goccia cade poi si espande. Impresa non facile, un adattamento teatrale di Gomorra, il libro di Roberto Saviano. L'ha fatto Mario Gelardi, autore e regista napoletano che da tempo frequenta il teatro civile e le questioni difficili.
Sua è la regia di Gomorra, scritto insieme allo stesso Saviano, che debutta lunedì 29 ottobre al Teatro Mercadante di Napoli dove resta fino al 18 novembre e poi si sposta nelle principali città italiane. Uno spettacolo "scioccante e violento come i fatti veri che racconta", dice il regista. Cinque storie scelte dal libro, "era impossibile raccontare tutto, non avremmo approfondito nulla".
Gelardi, in che modo avete tradotto il libro in racconto teatrale? "Rendendo più rotondi i personaggi. Dandogli un'anima, delle emozioni e una vita. E usando un personaggio terzo come collante, che è proprio Saviano (l'attore Ivan Castiglione, ndr). La gente vedrà in che modo ha conosciuto quelle persone, come si pone nei loro riguardi. Raccontiamo il momento in cui stava per mettersi a scrivere e finiva di raccogliere materiale. Abbiamo cominciato a lavorare oltre due anni fa, quando Gomorra non era stato ancora pubblicato".
Il grande successo del libro, poi la scorta assegnata a Saviano. Vicende che hanno influito sul vostro lavoro? "Più la scorta che il successo. E' diventato difficile il rapporto, e lavorare. Ci sono stati momenti di preoccupazione pure da parte mia. E' stato più un problema umano che pratico".
Un problema anche lavorare su un libro che animato tante polemiche. "Ovvio che su quell'argomento circolino polemiche e tensioni politiche, sociali, cittadine. Noi ci siamo imposti l'obiettivo di uno spettacolo efficace, che restituisse lo spirito autentico del libro".
Lei seguiva da vicino Saviano e la scrittura di Gomorra. Che impressione le faceva il quadro che via via si componeva? "Dei veli che si tolgono. La realtà che si spanna. Roberto è stato i miei occhiali, mi ha dato la possibilità di vedere le cose, com'è stato per moltissimi napoletani che hanno letto il libro".
Ma altrettanti hanno detto che quelle cose si sapevano già. "Una gran boiata. E comunque, noi napoletani non le conoscevamo in quel modo, con l'asciuttezza dei dettagli, i particolari, le notizie. Per molti il libro è stato rivelatore. Su Napoli era stato messo un plaid caldo. Roberto l'ha tolto e ha fatto venire i brividi alla città".
Lo spettacolo dice chiaro che la questione non riguarda solo Napoli. "Parliamo di un potere criminale che riguarda tutti. Pensarlo come problema locale è una deformazione assoluta. Perché non è un potere criminale ma soprattutto un grande potere economico".
E come si rende sul palcoscenico? "Con gli attori (Ivan Castiglione, Ernesto Mahieux, Francesco di Leva, Antonio Ianniello, Giuseppe Miale, Adriano Pantaleo, ndr) abbiamo lavorato sul corpo per rendere quell'aggressività tipica di certi personaggi che sono molto violenti anche se non hanno armi. Poi, con la 'pulizia' di quelli legati all'aspetto economico. I boss non sono più vecchio stile, sono giovani, laureati alla Bocconi, vestono bene e parlano in italiano corretto".
Saviano fino a quando ci ha lavorato? "Sempre. Il peggior censore di Saviano, è Saviano. Tagliava ogni frase che potesse sembrare retorica o celebrativa nei suoi confronti. Pochi giorni fa, ha tagliato tutto un pezzo, in blocco. A così poco tempo dal debutto, è stato un po' un casino...".
(26 ottobre 2007)
Allora, ecco un po' di domande, a cui vi inviterei a rispondere (sempre se avete la risposta)
punto a) Com'è possibile che un giovane scrittore, che ha la fortuna di strappare un contratto alla Mondadori per la sua opera prima, decida - con due anni di anticipo sulla pubblicazione - di lavorare alla stesura teatrale del testo, senza avere la ragionevole certezza che il libro di prossima uscita sarà un successo straordinario. Non c'è qualcosa di illogico in questo comportamento?
punto b) Com'è possibile che la Mondadori abbia autorizzato Saviano a cedere i diritti per la piece teatrale con due anni di anticipo, trattando in proprio con il regista dell'opera? Delle due l'una: o la Mondadori sapeva che "qualcosa" avrebbe reso "Gomorra" un best-seller (che so, le minacce?) oppure Saviano è stato così sicuro della sua creatura da anticipare le mosse giuste al momento giusto...
punto c) Com'è possibile vincere il dubbio che sia tutta una geniale operazione di marketing?
punto d) Rispetto alla risposta del regista sulla "gran boiata" delle notizie trite e ritrite contenute in Gomorra, un consiglio: non assurgere a titolare di statistiche che non ti appartengono, né puoi dimostrare, perché i napoletani quelle cose le conoscevano già. Mica è colpa nostra se l'ultima notizia di attualità che hai letto è la scomparsa di Totò...
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giovedì 22 novembre 2007
Per copiare ci vuole proprio fortuna...
Nel prossimo post - che sarà pubblicato sabato 24 novembre - racconteremo la seconda puntata delle incredibili avventure di Roberto "Gomorra" Saviano, autore di un memorabile scoop nel deserto di Scampia... testimone di cose mai viste dagli esseri umani (e meno che mai dai giornalisti napoletani, i quali - notoriamente - hanno ben altro di cui occuparsi) e inventore di un innovativo di sistema di teletrasporto che gli permette di essere in due luoghi in contemporanea. Racconteremo, inoltre, com'è che, pure per copiare, bisogna avere fortuna...
ps per i pochi lettori di questo blog: per favore, non lasciate commenti offensivi nei confronti del Martire, io mi dissocio, perché il Mito non si attacca, e questo lo sanno quelli che hanno letto "Il nome della rosa" di Umberto Eco, ma lo si deride...
Saluti
Sdm
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mercoledì 21 novembre 2007
Ecco il primo caso... di copia-e-incolla
Gomorra
Venti volanti scortano l’auto in cui viene fatto salire, più quattro lepri, le motociclette che anticipano il percorso, controllando che tutto sia tranquillo. Il corteo fugge, il boss è sul blindato. I percorsi per trasportarlo in caserma potevano essere tre. Attraversare via Capodimonte per poi sfrecciare lungo via Pessina e piazza Dante, oppure bloccare ogni accesso al corso Secondigliano e imboccare la tangenziale per dirigersi al Vomero. Nel caso di massimo pericolo, avevano previsto di far atterrare un elicottero e trasportarlo per aria. Le lepri segnalano che lungo il percorso c’è un’auto sospetta. Tutti si aspettano un agguato. Ma è un falso allarme. Trasportano il boss alla caserma dei carabinieri in via Pastrengo, nel cuore di Napoli. L’elicottero si abbassa e la polvere e il terriccio dell’aiuola al centro della piazza iniziano ad agitarsi in un mulinello a mezz’aria pieno di buste di plastica, fazzolettini di carta, fogli di giornale. Un mulinello di spazzatura. […] Finestrini come sellini, impugnano vistosamente la pistola, hanno sul viso il passamontagna e indossano la pettorina dei carabinieri. Dopo l’arresto di Giovanni Brusca non c’è carabiniere e poliziotto che non voglia farsi riprendere in quella posizione. Lo sfogo per le nottate d’appostamenti, la soddisfazione per la preda catturata…
Cronache di Napoli
Quattro motociclisti del nucleo radiomobile fanno da “lepre”. A loro il compito di monitorare la sicurezza del percorso fino a via Morgantini, caserma Pastrengo, sede del comando provinciale dell'Arma. Un tragitto studiato da tempo. Previsto, con tre varianti. Attraversare il rione di Capodimonte per poi sfrecciare lungo via Pessina, piazza Dante. Bloccare ogni via d'accesso al corso di Secondigliano e imboccare la tangenziale per dirigersi al Vomero. Lì il nucleo operativo avrebbe fatto da apripista per via Salvator Rosa. La terza via, quella estrema in caso di pericolo è la traduzione aerea. Un elicottero del terzo stormo è pronto a trasferire il boss in una località protetta dell'hinterland partenopeo. Si sceglie la prima direttiva. Di Lauro viaggia con gli uomini del Ros sul blindato, ai lati e dietro il furgone quattro vetture civetta con uomini coperti da passamontagna. In pugno stringono le Beretta d'ordinanza. Qualcuno impugna il mitra. L'immagine ricalca perfettamente l'arresto di Giovanni Brusca, stessa tensione, stessa adrenalina. Soddisfazione, esultanza. Si sfiorano i 140 orari in via Capodimonte ma all'incrocio con il Garittone qualcosa insospettisce le “lepri”. “Auto sospetta, deviare corteo”, la nota radio rimbalza sulle pattuglie. Un'Honda Civic con a bordo quattro carabinieri in borghese blocca l'incrocio, armi in pugno i militari ispezionano le auto in sosta mentre il corteo di vetture sfila in direzione centro. Dal cielo l'occhio elettronico di due elicotteri Agusta monitorano il percorso. L'agguato è una delle variabili inserite nel piano di trasferimento. I lampeggianti illuminano le vetrine dei negozi, a piazza Dante un gruppo di studenti si rifugia nel Mc Donald's. […] Piazza Carità è un bunker polveroso, il vortice d'aria sollevato dall'elicottero crea uno scenario surreale.
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I plagi di Gomorra...
Cari lettori del blog, dal prossimo post inaugureremo una simpatica rubrica che si chiama: Trova la differenza. E' un giochino con il quale vi inviterò a scoprire le differenze (poche) e le uguaglianze (tante) tra alcune delle pagine di Gomorra e gli articoli dei giornalisti napoletani...
Uguaglianze così uguali da farle apparire come un copia-e-incolla privo di scrupoli.
Buon divertimento...
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martedì 20 novembre 2007
Le prime ristampe di Gomorra...
Ed ecco due lanci di agenzia su un caso che mi riguarda molto da vicino...
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Gomorra, Mondadori stampa la copia corretta
Roma, 23 NOV (Velino) - Gomorra, il best seller dello scrittore Roberto Saviano edito dalla Mondadori che ha raggiunto le 400 mila copie vendute eche sara' pubblicato anche all'estero, e' da qualche giorno in libreria conuna prima rettifica riguardante la citazione di una fonte giornalistica chenelle prime edizioni era stata omessa: la notizia, di cui si e' parlatonell'edizione delle 13 del Tg dell'emittente campana Canale 8 condotto dalgiornalista Marzio Di Mezza, riguarda uno stralcio del libro in cui eracitato il patto di camorra tra il clan Di Lauro e gli scissionisti,protagonisti della faida che ha insanguinato Napoli tra il 2004 e il 2005.L'articolo originario, scritto dal giornalista Simone Di Meo, era statoriportato da Saviano senza l'indicazione del quotidiano su cui era apparso (Cronache di Napoli) e dell'autore. I legali della Mondadori hanno dispostol'inserimento della fonte nelle successive ristampe dell'opera, anche se -secondo quanto emerso nel corso del Tg - anche altri giornalisti napoletanisarebbero pronti a chiedere, nei prossimi giorni, altre correzioni circa lamancata citazione di lavori di inchiesta e reportage nel libro Gomorra.(com)
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LIBRI: IN RISTAMPA 'GOMORRA' CITATA FONTE GIORNALISTICA =
Napoli, 23 nov. - (Adnkronos) - 'Gomorra', il best seller dello scrittoreRoberto Saviano edito dalla Mondadori, che ha raggiunto le 400mila copievendute e che sara' pubblicato anche all'estero, e' da qualche giorno inlibreria con una prima rettifica riguardante la citazione di una fontegiornalistica che nelle prime edizioni era stata omessa: la notizia, di cuisi e' parlato nell'edizione delle 13 del Tg dell'emittente campana Canale 8condotto dal giornalista Marzio Di Mezza, riguarda uno stralcio del libro incui era citato il patto di camorra tra il clan Di Lauro e gli scissionisti,protagonisti della faida che ha insanguinato Napoli tra il 2004 e il 2005.L'articolo originario, scritto dal giornalista napoletano Simone Di Meo, erastato riportato da Saviano senza l'indicazione del quotidiano su cui eraapparso ('Cronache di Napoli') e dell'autore.I legali della Mondadori hanno disposto l'inserimento della fonte nellesuccessive ristampe dell'opera, anche se - secondo quanto emerso nel corsodel Tg - anche altri giornalisti campani sarebbero pronti a chiedere, neiprossimi giorni, altre correzioni circa la mancata citazione di lavori diinchiesta e reportage nel libro 'Gomorra'.(Com/Ct/Adnkronos) 23-NOV-06 15:54
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Etichette: Le prime ristampe di Gomorra
Squarci di verità su Roberto Saviano...
Chiariamo subito una cosa: Roberto Saviano a me non sta antipatico, anzi. E' un bravo ragazzo, scrive bene e - soprattutto - è molto intelligente. Prova ne è che, da buon aspirante martire, ha subito capito che per impietosire il lettore deve assumere la mimica tragica di uno che si sveglia la mattina e - guardandosi allo specchio, nudo come Achille - si accorge di aver perso il pisello tra le lenzuola. Oddio, ora come faccio? si chiederebbe il nostro sfortunato eunuco.
Ecco, le espressioni che assume sulle varie (e tante) copertine dell'Espresso sono più o meno quelle. La bravura del fotografo, che lo ritrae in una scala di grigi sfumati che ne accentua la spigolosità del volto, gli occhi incavati, il cranio sporgente, fa il resto: Saviano sembra davvero un sopravvissuto.
Comunque, per tacciare gli eventuali critici di questo blog voglio sottolineare: non sono invidioso della fama altrui, ma non sopporto la fama costruita attorno al vuoto pneumatico. Quella no, non riesco proprio a digerirla. Per questo ho deciso di combattere in solitudine questa piccola guerra di Davide contro Golia e dimostrare - carte alla mano - gli atti meschini compiuti da Saviano nella redazione del suo libro.
Lo farò attingendo al materiale che è alla base della mia causa contro la Mondadori. Non per mettere sul piatto della bilancia professionalità, esperienze ed altro ma per restituire dignità ai cronisti napoletani, derubati non di soldi e popolarità ma della paternità del proprio lavoro e dei propri sacrifici.
E poi che cosa c'è di più divertente che sbeffeggiare il mito? Lo aveva già capito Palazzeschi quando affermava: "Fatemi divertire...". E io, appunto, voglio proprio divertirmi...
Ripropongo un interessante articolo di Roberto Paolo sull'archiviazione delle minacce a Roberto Saviano
*GOMORRA: L'INCHIESTA SULLE MINACCE A SAVIANO VERSO L'ARCHIVIAZIONE*
(di Roberto Paolo dal Roma di Mercoledi 6 dicembre 2006)
Si avvia all¹archiviazione l¹inchiesta della Procura di Napoli sulle minacce della camorra allo scrittore e giornalista napoletano Roberto Saviano. Se intimidazioni ci sono state, dagli elementi forniti dal giovane eroe mondadoriano della lotta al crimine organizzato la polizia non è riuscita a risalire ad uno straccio di prova o di evidenza. Tantomeno sembra a questo punto possibile ricostruire l¹identità degli eventuali autori delle intimidazioni. La relazione stilata dai dirigenti della Squadra mobile della questura partenopea, sezione criminalità organizzata, non lascia spazio a speranze o illusioni di sorta. Del resto, confidano alcuni investigatori, già dalle prime dichiarazioni raccolte dalla bocca dello stesso Saviano, era chiaro che appigli per scalare la scivolosa parete della verità non se ne presentavano granché. A questo punto il pm della Direzione distrettuale antimafia Antonello Ardituro, incaricato dal procuratore aggiunto Franco Roberti di seguire la delicata indagine, non ha molte altre strade davanti a sé se non quella di chiedere l¹archiviazione del procedimento. Cosa che, secondo i bene informati, avverrà nei prossimi giorni. Finisce così il caso che, assurto a scandalo di livello nazionale, ha generato unanime sdegno e corale indignazione, nonché una notevole impennata di vendite per il libro del 26enne scrittore partenopeo, ³Gomorra², interessante e ben scritto collage degli articoli di cronaca nera apparsi negli ultimi due anni sui quotidiani campani, a loro volta riassuntivi di migliaia di pagine di ordinanze di custodia e intercettazioni contenute nelle maggiori inchieste di camorra svolte dalla Dda partenopea. Un libro che ha accumulato in poche settimane un duplice record: quello delle ristampe e quello, più originale, di essere il primo bestseller letto persino dai boss di camorra, notoriamente più inclini a maneggiare armi e denaro contante che non ponderosi tomi di letteratura. Pare che pericolosi capiclan abbiano messo a repentaglio la propria latitanza pur di accaparrarsene una copia, nelle celle delle carceri di massima sicurezza fanno a botte per leggerne qualche pagina e i più spietati killer dei casalesi la sera, spenta la tv, ne leggono interi brani ai propri bambini, mostrando loro, prima di addormentarsi, la foto dell¹autore che campeggia in quarta di copertina perché sappiano chi è il vero nemico che mette a rischio il futuro dei traffici illeciti. La notizia delle minacce era apparsa nientemeno che in copertina del settimana ³L¹espresso², di cui Saviano è recente collaboratore. Poco chiare fin dall¹inizio erano le modalità con cui erano giunte le minacce: si parlava di telefonate mute, di un articolo su un quotidiano locale casertano che riferiva strane voci a seguito di un intervento di Saviano ad un pubblico convegno nella piazza di Casal di Principe, e si riportava lo strano atteggiamento del salumiere di fiducia dello scrittore, che a detta di Saviano gli avrebbe fatto intendere che preferiva non averlo più tra i suoi clienti. Denunce formali non ce ne erano state, ma la macchina della giustizia si è messa in moto rapidamente, mentre sul piano amministrativo la Prefettura disponeva a tempo di record una forma di tutela per il coraggioso giornalista-scrittore, così da evitare un nuovo caso Siani. Saviano è stato convocato e interrogato. «Ma più che minacce concrete, ha lamentato un senso di isolamento, che può essere anche più insidioso delle stesse minacce», racconta uno degli investigatori. La sezione criminalità organizzata della squadra mobile è stata incaricata di svolgere accertamenti. Nessun approfondimento sul traffico telefonico è stato disposto, segno che elementi pratici non ce ne erano. Sono stati invece convocati ed interrogati un salumiere del centro storico ed il titolare di una pizzeria di una nota catena, della zona di piazza del Plebiscito. Entrambi hanno decisamente negato di aver mai espresso giudizi poco lusinghieri sull¹apprezzatissimo scrittore anticamorra. Tanto meno di aver mai chiesto al celebre giornalista d¹inchiesta di non frequentare più il proprio locale. Probabilmente c¹è stato un malinteso, un¹incomprensione, facilitata dalla tensione che inevitabilmente circonda chi combatte in prima linea e in prima persona la difficile guerra contro la camorra. Ma almeno un lato positivo della vicenda va annotato: ha riportato sulle prime pagine dei giornali, persino nei programmi delle radio e delle tv nazionali, l¹emergenza troppo a lungo sottaciuta del crimine organizzato in Campania. La Napoli onesta e perbene si augura che Saviano, protetto dallo Stato, pubblichi al più presto un nuovo libro con Mondadori, per evitare che l¹attenzione del Paese sulla lotta ai clan ritorni nel dimenticatoio di sempre.
(6 dicembre 2006-07:15)
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